Doria, i calzari del frate per cappelli da re (e sullo sfondo un rapimento)

Una fase della lavorazione dei cappelli Doria negli anni '70
Undici. A volte, prima di fare domande, bisognerebbe sapere i retroscena delle risposte, gli antefatti, i presupposti. Undici, come una squadra di calcio. Schema fisso, grandi ambizioni. La posizione è sempre di vertice, non si scappa. La tradizione si onora in un solo modo: o lassù o niente. Altrove solo per gioco, ma senza capo né coda, così... Undici, allora. Serve arte, sapienza nelle mani. Occhio. Gusto. Contiamo: ammorbidimento con vapore, prima formatura, rifilatura, guarnizione, apprettatura, guarnizione interna, seconda stiratura, guarnizione esterna, sfumatura finale, asciugatura, imballo. Ci sono tutti. Sicché adesso quando verrà voglia di far la domanda, ma sarà pure evidente la risposta, meglio pensarci bene. Insomma: cosa ti sei messo in testa? Un cappello, probabilmente. Undici tocchi per una replica all’altezza.

Le buone azioni, le belle idee, le rivoluzioni. Tutto parte dalla testa. Oddio, vale anche per altro, ma qui non interessa. E questa storia, fatta di coraggio, intuizione, passione - qualità in mostra l’ultima volta pochi giorni fa a Pitti Immagine, Firenze, eccellenze tra i primi della classe, e modestamente noi lo siamo -, questa storia, si diceva, parte da lontano, racchiusa nei diversi marchi che nel tempo l’hanno segnata, tutti alla fine trasfusi e racchiusi in uno solo, e negli infiniti modelli che hanno portato a spasso quel nome, quel simbolo, quell’effigie. Doria. Chapeau (suona meglio di cappello, ma lì stiamo).

La produzione è un conto. L’anagrafe è un’altra. La storia inizia con D’Oria, prosegue con diverse persone, assume altre date. Il commercio arrotonda, il marketing esalta. L’apostrofo è il primo a pagare pegno. Adieu. Fine 1800: ad Alessandria la Borsalino faceva già meraviglie prima dei fasti hollywoodiani, da Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in poi (primo cappello certificato, il 4 aprile 1857), quando a Maglie arriva da Atripalda, Avellino, un giovane ambulante, Sabino D’Oria. Per la precisione, 1890. Si ferma, sposa una giovane del posto. Vende cappelli, altri capi di abbigliamento. Il giovane ha idee, vuol rischiare. Si fa mandare da Monza i coni, primo passo per un cappello. Sono in feltro di lana, quello vero è in pelo di lepre. La leggenda narra di un monaco che si servì di un pellicciotto per imbottire i calzari, troppo larghi, troppo freddi, per poi scoprire all’arrivo in convento il miracolo fatto dalla pressione, dal sudore e dal calore del corpo: il feltro, appunto (ora sappiamo anche questo). Con la moglie dà forma ai coni, ne fa cappelli, li vende. Prima data ufficiale per dare un anno alla produzione: 1911. Sono grigi (il nero va bene solo in un caso, sorvoliamo). A chi storce il naso per la monotonia cromatica risponde con la verve delle origini: “E mo’ chiamamme ‘o pittore...”. Arriverà anche quello: l’epoca detta lo stile, la moda segna il tempo. Quando il figlio, Vittorio Dante, classe 1913, parte in guerra, lui gli promette che al ritorno aprirà un negozio. “Se lo fai, resto sotto le armi”, la risposta. Rinchiuso lì dentro, mai. Si ingegna anche il figlio: comincia a vendere, e con la complicità della madre rifornisce addirittura i concorrenti del padre, che sembra un’offesa e invece è monopolio.

«Il primo cappellificio è nato qui». Sergio D’Oria, erede di quella tradizione, apre la porta di casa, in realtà un portone. Su un tavolino ancora il presepe, un pezzo raro in cartapesta e legno. Se lo tramandano: è stabilito a chi andrà, inutile lasciarci gli occhi. All’ingresso, l’orologio marcatempo della vecchia fabbrica; sulle scale le forme per lo stampo; appesi al muro esemplari della produzione che fu. L’uomo, già presidente di Confindustria nel 1987, incarna la terza generazione. Nel 2001 la decisione di vendere tutto. Proprio alla Borsalino. «Papà era ancora vivo, fu d’accordo. Si vedevano i primi segni della crisi. Il mondo era cambiato, il copricapo aveva smesso di essere un elemento identitario e interclasse. Vendemmo quando l’azienda aveva ancora un valore. Nacque la Borsalino Sud, posseduta al cento per cento dalla Borsalino di Alessandria degli imprenditori astigiani Gallo e Monticone. Il successivo passaggio alla Neo.B–Lab, rimasta nelle mani di Guido Gallo dopo la scomparsa del fratello Roberto nell’ottobre 2016, ha messo il marchio al riparo dai rovesci della fortuna della prestigiosa casa piemontese».

Ora la produzione (brand Doria 1905) è nell’area industriale di Corigliano d’Otranto, diciotto addetti fissi, esportazioni in tutto il mondo, incluso il Giappone con una commessa di cinquemila cappelli ottenuta nell’aprile scorso. «Ma la storia comincia qui - spiega Sergio D’Oria - in via Ignazio Ricci. Poi la produzione si sposta nei pressi della stazione ferroviaria magliese e, nel 1962, nello stabilimento all’ingresso da Lecce. Tre piani, per il taglio, il cucito e lo stiro, a cascata dall’alto verso il basso. Per ogni livello millecinquecento metri quadri. All’apice, fine anni ‘70, l’azienda dava lavoro a 420 persone tra operai e impiegati, con uno standard di 200mila pezzi l’anno. I leader del settore erano Borsalino e Barbisio in Piemonte, per cui pure abbiamo lavorato, e Panizza sul Lago Maggiore. Poi noi, che dal sud rifornivamo le cappellerie più importanti d’Italia. Avevamo proposto diversi marchi per dare a ogni negozio l’esclusiva. E Doria era riservato alla clientela top».

Con gli anni ai cappelli si affiancano altri capi di abbigliamento. Le giacche da camera, i pantaloni, gli abiti da cerimonia, tanti, spediti anche in Medio Oriente. Fino alle mimetiche dell’Esercito. «Quella chiara, così in voga ora, l’abbiamo inventata noi. Qui a Maglie. Un giorno portai in visita il capo di Stato Maggiore dell’Esercito. I nostri soldati erano impegnati nella missione “Desert storm” dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, a cavallo tra il ‘90 e il ‘91. Ambiente nuovo rispetto ai soliti scenari di battaglia. Tutti i fornitori delle forze armate avevano chilometri di poliestere per le mimetiche scure, sul verde, ormai inadatte per le operazioni in zone desertiche, sicché non volevano buttare via le scorte di magazzino. Chiedevano almeno tre anni per la nuova linea. Noi no, potevamo partire subito. Quante ne servono? Meno di mille, mi rispose il generale. Siglai l’accordo a Roma e da lì volai a Varese, da una tintoria che lavorava per la Doria. Era impegnata con alcuni capi di Dolce&Gabbana, usammo più o meno le stesse nuances». Tutto torna, ecco ‘o pittore.

Anni entusiasmanti. Ma anche difficili. La crisi, l’occupazione della fabbrica, i tagli. La ripresa. E poi il rischio rapimenti in un Salento che ne aveva subiti di eccellenti: Ginetto Mariano (‘75), Antonio Filograna (‘80), Raffaele Fitto (‘81). «Nell’82 ero presidente dei giovani industriali. L’associazione era guidata da Donato Montinari. Il 14 dicembre un commando lo sequestrò. Per fortuna venne liberato con un blitz della polizia poche settimane dopo. Sul luogo dell’agguato fu rinvenuto un berretto. Aveva marchio Doria. Pochi giorni prima, nel corso di una cena, avevo omaggiato gli ospiti con i nostri prodotti. Tra loro, Montinari e altre autorità. Gli investigatori mi portarono il copricapo. Dissi che no, non era quello dato all’industriale. Scoprirono poi che a perderlo era stato uno dei malviventi». La banda era formata da malavitosi arrivati da Andria e dalla Campania. Quel cappello era stato venduto a Nocera. Prodotto interclasse, si diceva. Negli anni le forniture made in Salento cingeranno il capo di personaggi tra i più blasonati, titolati, importanti. Su tutti François Mitterrand e Mikhail Gorbaciov, serviti da “Rossi”, in galleria a Milano.

L’azienda è passata di mano. Sergio D’Oria ha cambiato ramo: dopo essere stato per cinque anni amministratore delegato della Borsalino Sud, ora è imprenditore nel settore agroalimentare. Porta a ulteriore frutto una vecchia laurea, conseguita presso la Scuola di Amministrazione industriale, a Torino, nel ‘74, e uno dei primi insegnamenti, quando per comporre una controversia tra cappellai di Venezia, spirito concorrenziale, trangugiò di prima mattina tre “ombre”, spirito di vino. Più che nell’olfatto, il senso degli affari a volte è proprio nel palato. E siamo a oggi.

Resta l’amore per falde, fasce e fossette, feltro o tessuto. «Un simbolo, uno status. Non più semplici copricapo ma accessori preziosi, risultato di abilità, impegno e dedizione». Che sia D’Oria o Doria la filosofia non cambia. Coppola, trilby, cloche, berretti, caps o fedora, a ognuno il suo. Tanto ormai è chiaro: una testa un voto è pia illusione; una testa un cappello pura passione.


 
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Domenica 21 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:24