Una ricerca svela il segreto:
siate felici, vivrete più a lungo

Ilenia Papa e la professoressa che l’ha guidata nella ricerca condotta in Australia, Carola Vinuesa
Alba a est, Otranto per esempio. Tramonto a ovest, consigliata Gallipoli. Se siete animali notturni, vale il percorso inverso. Da Leuca, invece, si gode dell’una e dell’altro e amen, neanche il fastidio di scervellarsi. Qui l’offerta è varia. Come il mare: Jonio o Adriatico. Come l’esposizione ai venti: scirocco o tramontana. Come l’inclinazione ormonale: calma piatta o baraonda infernale. Che vi muoviate o restiate fermi, notturni o diurni, suggeriti un buon caffè in ghiaccio con latte di mandorla e pasticciottino appena sfornato. Occhio, però: anche in dosi moderate possono dare dipendenza, meglio dirlo subito per non distogliere i Sert dalla noia mortale di cocaina, eroina o gratta e vinci. Qui si fa di tutto per rendervi felici in modo ecocompatibile, e cioè lontano da fumi nocivi. Se lo siete già, felici, potete anche fermarvi con la lettura. Camperete beatamente altri cento anni. Altrimenti, proseguite.

Avete deciso di proseguire? Contenti voi: o siete dei curiosoni o siete messi maluccio, diciamolo. In quest’ultimo caso, comunque, coraggio: ci sono buone nuove. Una ricerca scientifica fresca di stampa su “Nature” - un nome, una garanzia - spalanca le porte all’ottimismo. E già questo sarebbe un buon inizio: un ormone, infatti, detto appunto ormone della felicità (la dopamina), scatena la produzione di anticorpi contro virus e batteri. In sintesi, più o meno come accade a livello neuronale, anche alcuni tipi di cellule del sistema immunitario utilizzano proprio la dopamina per comunicare fra loro e favorire la produzione di schermi difensivi di fronte all’attacco di infezioni e degenerazioni dei tessuti. Ecco qui la novità. Sia chiaro: non che malattie autoimmuni e tumori abbiano le ore contate, o almeno non ancora. Ma l’organismo umano ha dei validi alleati per durare a lungo e in buona salute. Sembra una fiaba a lieto fine dopo mille peripezie e disastri vari, e un po’ lo è per molti versi. Intanto porta in calce la firma di una giovane salentina, e non è poco: oltre alle doti di cui sopra, il territorio produce anche questo di cui andar fieri. Sciovinismo in dosi massicce, sia. Tutta gloria.

Nome: Ilenia. Cognome: Papa. Trentatré anni in parte spesi in giro per il mondo, con natali a Galatone. Laurea triennale in Biotecnologie a Lecce dopo il diploma al Classico “Quinto Ennio” di Gallipoli e poi il gran salto: specialistica all’Istituto “San Raffaele”, a Milano, dove il progetto diventa lo schema della tesi; tappa intermedia a Birmingham, Inghilterra centrale, e approdo per il dottorato all’Istituto di ricerca medica “John Curtin” dell’Australian National University, a Canberra, la capitale, dall’altra parte del mondo rispetto a noi e alle temperature infernali di questi giorni. «Infatti qui è inverno, le stagioni sono invertite - spiega la ricercatrice, non senza una nota di sollievo, al telefono via WhatsApp, collegamento rapido e indolore per tutti -. Qui l’escursione termica è tra meno 7 gradi e più 15». Lo dice ed è come una ventata di refrigerio. Almeno per padiglione, timpano, incudine, staffa e tromba di Eustachio c’è tregua.

Proviamo a parlarne. La notizia ha fatto il giro del mondo. La curiosità è notevole, e si capisce. L’idea che la felicità protegga anche il corpo, oltre a rigenerare la mente, è suggestiva per quanto non proprio inedita: la saggezza popolare a volte anticipa le scoperte della medicina. Ma qui si tratta di capire come agisce l’ormone della felicità, quali sono i meccanismi autogeni e come produrli anche farmacologicamente; quando serve aumentare la produzione di anticorpi e quando, al contrario, è meglio inibirla, perché - strano ma vero - a volte l’organismo impazzisce per la troppa felicità, diciamo così, e innesca processi opposti e ugualmente deleteri. Ilenia Papa, voce pimpante, si schermisce. Dal 2011 ha varcato i confini patri. Si trovava a Milano, prima. Il progetto di ricerca era partito dai lavori del professor Claudio Doglioni, direttore dell’Unità di Anatomia e Istologia patologica al “San Raffaele”. «Ma per portare avanti la ricerca avrei avuto bisogno di immunologi interessati, anche per avere dei suggerimenti. Non c’è stata la risposta giusta perché le attenzioni erano rivolte ad altro». Via. Da lì a Birmingham. «Sapevo che sarebbe venuta la professoressa Carola Vinuesa, un’autorità planetaria in materia. Nel corso di una conferenza le ho chiesto di poter visitare il suo laboratorio in Australia, a Canberra. Concesso: sei mesi di soggiorno nel 2012. Lì la sorpresa: la proposta di svolgere proprio al “John Curtin” il dottorato di ricerca. Ho iniziato nel 2013. Quattro anni. Ed ora eccomi qui: il dottorato è finito, ma la ricerca continua. A partire da un posto di lavoro...». Che non è proprio il miglior viatico verso la felicità. Soccorre l’ottimismo.

Parliamo della scoperta, intanto. Pausa. Ilenia ci prova dopo una premessa: «Per aver svolto quasi tutte le fasi di questo lavoro all’estero, non sono abituata a parlarne in italiano. Non vorrei usare termini a sproposito, inventati di sana pianta. Chiedo scusa se, in questo caso, farò un uso improprio della nostra lingua». Coraggio: la pagina dedicata alla felicità è proprio dirimpetto, nella foliazione di Quotidiano, a quella del linguista. «Ecco, non vorrei trasformarla però in quella dei neologismi», aggiunge. Sorride. Perfetto. Siccome però tra Canberra e Lecce corrono esattamente 15.738 chilometri, e chi scrive non è esperto di medicina, e la comunicazione va e viene, e il sole picchia, e il caldo è l’unica cosa che si sente fin troppo distintamente, dovremmo stare anche attenti a non trasformarla nella pagina dell’umorismo, peggio ancora se involontario. Perciò ecco la ricerca servita in pillole, lo stretto indispensabile per non far ridere immunologi e neurologi da qui fino all’Australia: «Ci sono cellule del sistema immunitario che esprimono molecole fino a poco tempo fa ritenute specifiche del sistema nervoso. I linfociti contengono e producono dopamina: può essere chiamato ormone ma è un neurotrasmettitore, implicato nei processi di apprendimento, motivazione e gratificazione, da cui il riferimento alla felicità. In caso di infezione o malattia, i linfociti T-helper attivano i linfociti B preposti alla produzione di anticorpi, e la comunicazione - questa la scoperta - avviene proprio grazie alla dopamina». Tradotto (e semplificato all’eccesso, con tanto di scuse alla Medicina e alla Scienza): la felicità stimola l’ormone che migliora e velocizza i collegamenti tra le cellule messe a guardia dell’organismo. Volante 1 a Volante 2.

La domanda segue a ruota: quanto inciderà la scoperta brevettata in coppia dal “San Raffaele” e dal “John Curtin” nella lotta alle malattie, in particolare nelle patologie oncologiche e in quelle autoimmuni? «Sia chiaro: questo non è il principale sistema di difesa - spiega Ilenia -, ma è di certo un’arma in più a nostra disposizione, e non è poco. Non elimina le terapie esistenti, può migliorare le cure con strategie addizionali. Lo studio al momento prosegue in vitro: il sistema di sperimentazione su topi non funziona perché questo meccanismo attivato dalla dopamina agisce solo negli esseri umani. È un vantaggio evolutivo. Diciamo che siamo una specie privilegiata». Lo siamo anche sul fronte della felicità? Ci pensa. «Forse in questo campo registriamo un regresso». Pausa di riflessione. «La felicità è vivere senza stress: il sistema nervoso e quello immunitario si influenzano a vicenda. Io mi trovo a metà strada tra immunologi e neurologi».

Ha ultimato il dottorato, cerca un lavoro e intanto si dà da fare con un nuovo progetto di ricerca collegato a quello appena concluso. «Mi piacerebbe tornare in Europa. La famiglia preme». La madre, Anna Simone, insegna Storia e Filosofia nello stesso liceo frequentato dalla giovane ricercatrice; papà Luigi lavorava in Fiat. Il fratello, Alessio, dopo un dottorato in Scienze politiche a Genova, vive tra Ferrara e Rovigo. All’incrocio di questo micro-cosmo trovi il senso di Ilenia per la felicità: «Il sorriso di mia nipote Beatrice, un’ora di danza dopo il lavoro, le chiacchierate “filosofiche” via Skype con mia madre». Ecco: la filosofia. «L’ho amata molto, fin da piccola. Mia madre preparava la tesi su Sartre e io memorizzavo le lezioni che ripeteva ad alta voce. Al liceo ho adorato i greci: Platone, Aristotele. Poi è subentrato l’interesse per le materie scientifiche e ho allontanato i classici. Fino a quando, a casa, non mi sono ritrovata tra le mani un testo della “Critica della ragion pura” di Kant. Prima frase: la filosofia non ti spiega quello che gli altri hanno detto, ma ti insegna a ragionare. Ecco, questo è vero il segreto: imparare a ragionare. Il resto viene da sé».

Prima filosofare, poi vivere. O viceversa. Nel dubbio, attivare l’imperativo categorico che rimbalza da Canberra: ricordarsi di essere felici. Kant capirà.


 
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Domenica 6 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:34