Il folk di Cesare e Bruno: quando la pizzica era per pochi intimi

Il folk di Cesare e Bruno: quando la pizzica era per pochi intimi
Non puoi passare la giornata a vendere abiti da sposa alla figlia del ragioniere o alla nipote dell’arciprete e la sera andare a cantare uno stornello pieno di doppi sensi a sfondo sessuale. Non è così che si fa. Cesare lo sapeva, conosceva i suoi clienti che la domenica mattina non rinunciavano mai alla messa e allevavano le figlie da matrimonio tenendole alla larga dal peccato. Spesso, molto spesso, non ci riuscivano perché la carne è carne e i tempi erano quelli dell’amore libero piuttosto che della cintura di castità, ma lui aveva le sue idee. E così è vero che la famosa Carmela si ritrovava in camera da letto la coppula, la giacca e le scarpe di lui, ma alla fine aveva pure il cuore del suo amante sul petto. E lui l’avvertiva: se vuoi sposarti, mi devi dare il cuore tuo. A quel punto mancavano soltanto l’organo (quello della chiesa), la marcia di Wagner, le bomboniere e l’album delle fotografie. Mai la figlia sposa avrebbe spudoratamente canticchiato in pubblico supplicando la mamma di chiamarle un pompiere pronto a scacciare via i pensieri più focosi, uno capace di “aprire ogni portone” toccando “un solo bottone”. Così cantava Bruno, lui che pompiere lo era per davvero.
Dialetto, quello vero. Stornelli, chitarra, batteria, fisarmonica e tanta gente che cantava. Nelle piazze sotto le luminarie delle feste patronali, nelle osterie davanti al vino e ai pezzetti di cavallo e in macchina da soli. Perché ti poteva capitare di avere la puzza sotto il naso, di essere di sinistra e collezionare gli elleppì dei Led Zeppelin o di essere della destra elitaria, ma quando eri da solo un Arcu te Pratu o una Coppula te la sparavi facilmente a squarciagola. Folk. Il folk che spopolava prima che la pizzica uscisse dalle stanze dei circoli culturali per invadere le piazze e conquistare le notti d’estate e il cuore dei turisti. E due nomi su tutti: Bruno Petrachi da Lecce e Cesare Monte da Nardò (con natali a Presicce). Due vite spese tra lavoro, casa, stornelli, piazze e campi da calcio.
Anni Settanta, Salento. Adriano Barbano aveva da poco fondato Telelecce, una delle prime tv private in Puglia, e nel palinsesto c’era di tutto. Anche Ugo Tapparini, artista e giornalista che dirigeva e leggeva il telegiornale come fosse su un palcoscenico. Ricordate i siparietti di Emilio Fede ai tempi del suo Tg4? Nulla al confronto. Memorabile l’annuncio della presentazione della nuova Fiat Regata in una concessionaria di Lecce, accompagnato da un sorriso ironico e dalla battuta: “Ah, ah, ah!, bel posto, una concessionaria, per presentare una regata”. Ci fu chi rise un paio di giorni dopo, quando finalmente capì che Tapparini non si riferiva a una gara tra barche a vela. Peggio, o meglio, faceva con i politici. Pino Leccisi, plenipotenziario della Democrazia Cristiana e futuro intimo amico del cavaliere Silvio Berlusconi, un giorno capitò davanti al suo microfono per un’intervista. E lui, Ugo: «È vero che la chiamano onorevole settepercento?». Poi la solita risata.
Dopo il tiggì, a Telelecce l’ospite quasi fisso era Cesare Monte. Commerciante, proprietario di un atelier d’abiti da sposa che dovette trasferire nella parte nuova della città quando il bel centro storico di Nardò cominciò a sbriciolarsi sotto il peso dei secoli e dell’incuria. Cultore della musica popolare, cantante e musicista. Pezzo Forte: “la Coppula” (me la scirrai la coppula subbra allu liettu tou, Carmela azzate e dammela...), cantata anche da Toni Santagata e Al Bano. A un certo punto, a Nardò, qualcuno raccontò che persino il grande Bob Dylan avesse cantato una sua canzone. Non andò così e lo stesso Cesare spesso ricordava, sorridendo, quella voce messa in giro da chissà chi e chissà dove. E ricordava anche il suo primo concerto in trasferta: era l’agosto del 1958 e lui cantò in Sardegna, presentato da un Alighiero Noschese che in Rai avrebbe fatto presto fortuna come imitatore. A Telelecce, telecamera fissa e audio da scatoletta, Cesare si esibiva con altri due neritini, Mimino Spano e Cesare Zuccaro. Erano il Trio Folk e giravano per le piazze sempre insieme.
Bruno Petrachi era leccese doc. Vigile del fuoco, musicista e cantante, grande conoscitore del calcio e tifoso sfegatato del Lecce. “Arcu te Pratu” (“Simu leccesi core presciatu, sona maestru arcu te Pratu”), il suo pezzo più conosciuto, è un inno alla leccesità. Era, la sua, la Lecce con il centro storico che di sera diventata un deserto, con i portoni dei palazzi serrati e le auto dei ragazzi che passavano e ripassavano davanti alle case delle prostitute che sull’uscio mettevano in mostra le loro grazie. La Lecce di San Cataldo ancora di moda, dello Snack bar di via Trinchese, dell’Alvino, delle prime discoteche, della movida in piazza Mazzini, della musica d’importazione di Radio Nice, dell’Upim e dei Levi’s acquistati da Woodstock in via Liborio Romano. Bruno veniva dalla periferia, palazzine povere dove gli abitanti conobbero presto la sua voce e i suoi stornelli, e in piazza Sant’Oronzo il Cin Cin bar era una sorta di seconda casa. Personaggio sanguigno, esuberante nella vita privata e anche sul lavoro. Tempo fa, intervistato da Rosaria Ricchiuto, un suo collega ha raccontato di un episodio che spiega meglio di ogni altra parola il suo carattere. Una sera nella sala operativa dei vigili del fuoco, in viale Grassi, arriva la richiesta di soccorso. Due ragazzi si erano imboscati a San Cataldo con le rispettive ragazze e, affaccendati come erano, non si erano resi conto che l’auto era stata risucchiata dalla marea. “Ma come diavolo avete fatto a finire in mare?», chiese scocciato il pompiere Petrachi quando giunse sul posto con i suoi colleghi. Visto che il soccorritore tergiversava con quelle domande imbarazzanti, uno dei ragazzi pensò di presentarsi: «Sono il figlio del questore...». «Ah, sì?», rispose il pompiere Petrachi. E subito partì un ceffone che si udì dal faro alle Cesine, accompagnato da un “vaffa...” rivolto anche all’illustre genitore. Finì che l’auto venne tirata a riva, le due ragazze tornarono a Lecce a bordo del camion dei pompieri e i due giovanotti restarono a San Cataldo con lo spinterogeno fradicio.
Ai pompieri Bruno Petrachi ha dedicato una canzone tra le più conosciute del suo repertorio e vigile del fuoco è uno dei suoi figli, Enzo, che ha seguito le orme del papà anche nella canzone. Gianluca, invece, canta soltanto in famiglia, insieme col fratello, mentre il suo mondo è quello del calcio: ha giocato in serie B e in serie A e ora è dirigente del Torino. Il calcio era una passione anche per papà Bruno, scomparso nel 1997. Il 19 giugno dell’88, al Via Del Mare, il Lecce conquistò la seconda promozione in serie A, giocando contro il Parma. La pioggia quel giorno rovinò in parte la festa: molti restarono a casa, ma le majorette sfilarono ugualmente e soprattutto, su un palchetto allestito sotto la tribuna centrale, Bruno Petrachi e il suo complesso (negli anni ‘80 non si chiamava gruppo o band) cantarono il nuovo inno del Lecce. Con un omaggio all’imprenditore che aveva portato la squadra nella massima serie: “O Lecce mio, scendi in campo allegramente, con Iurlano grande presidente...”.
Petrachi e Monte, ma anche tanti altri cantanti folk, sono stati i protagonisti della stagione dei veglioni. Erano le grandi feste che a Carnevale si organizzavano nei teatri, per l’occasione spogliati delle poltroncine. L’orchestra sul palco se c’era il palco, la pista da ballo al centro e attorno i tavolini, con i vassoi di rustici e bignè ripieni di maionese tonnata. In quei teatri trasformati in balera si sono esibiti artisti e gruppi importanti, dai Dik Dik a Claudio Villa passando per i Mungo Jerry e Bobby Solo, ma il folk faceva la parte del leone. Almeno nei veglioni organizzati da circoli e associazioni in cui l’età media dei soci era abbondantemente al di sopra degli anta. E il pubblico si divideva: i fan di Bruno da una parte, quelli di Cesare dall’altra. La città contro la provincia.
In quegli anni il folk occupava la scena e la pizzica era ridotta a spettacolo di nicchia, almeno fino a quando non giunse il Canzoniere grecanico a sdoganarla. Oggi la situazione è rovesciata, ma ciò è dovuto soprattutto all’abilità di chi ha dato nuova vita alla taranta, consegnando alla pizzica un palcoscenico internazionale. Il primato del folk, però, non è stato dimenticato dai protagonisti della Notte della taranta che qualche anno fa, a Bologna, resero onore a Cesare Monte e alla sua “Cuppula”. Il cantante, morto ottantenne nel 2005, è stato anche celebrato e ricordato in piazza Salandra, nella sua Nardò.
A Bruno Petrachi, invece, è stata dedicata una serata svoltasi a maggio nell’anfiteatro di piazza Sant’Oronzo. A pochi metri dal Cin Cin che ha visto sedere ai suoi tavoli il pompiere Bruno. E a poche centinaia di metri dall’Arco di Prato. Nella canzone Bruno ricorda la storiella del sindaco Oronzo Mansi, quando nella primavera del 1797, accompagnando nel suo giro in città Ferdinando IV di Borbone, mostra con orgoglio l’arco. E sua maestà, evidentemente annoiato e distratto, lo spegne con un “me ne fotto”. Da quel momento Arco di Prato fu sinonimo di strafottenza. Espressione e stato d’animo entrati, a quanto pare, nel dna dei leccesi. Se ne accorse anche il camerata Achille Starace, quello del sabato pomeriggio trascorso a fare ginnastica nelle piazze sognando l’impero e la gloria. Dicono che in occasione di una sua visita, lui che era di Sannicola, gli fu fatto notare che “Lecce città d’arte se ne fotte di chi arriva e di chi parte”. Se non reagì male forse fu perché in fondo il giudizio dei suoi conterranei non gli interessava. In fondo, come cantava Bruno Petrachi, i leccesi sono “core prisciatu”. Troppo occupati a compiacersi e a crogiolarsi nei ghirigori barocchi e per questo fondamentalmente innoqui. Ma con la coppula e le scarpe nella camera da letto di Carmela.
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Domenica 19 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 20-11-2017 19:36