La veglia del soldato: cento anni sul monte per poter morire in pace

Le iniziali sulla gavetta recuperata sul monte Lèmerle (dal libro "Il soldato del Lèmerle. Un mistero lungo un secolo" di Alessandro Gualtieri e Giovanni Dalle Fusine)
Dieci giorni e dieci notti. Contali. Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo. Ogni istante trascorso nel terrore. Contali. Per ciascun battito del cuore, uno dietro l’altro, sempre più forte. Più forte. Per ogni singolo pensiero, una preghiera, un dolore. Se è l’infinito che cerchi, contali. Puntare mirare fuoco. Più veloce, sempre più veloce. Ancora più veloce. Fuoco, fuoco, fuoco. Un inferno, una pioggia di sangue, sangue dappertutto. Addosso, accanto, ovunque. Sangue. Senza più sonno, senza alcun riposo. Sulle labbra arse dalla sete, bruciate dalla febbre, nessuna parola. Solo il sapore della morte. E ora contali i cadaveri, i corpi dilaniati, gli arti amputati. Dieci giorni e dieci notti. Sull’altopiano di Asiago. Sul monte Lèmerle. Sulla linea di difesa italiana. Lungo il fronte d’attacco austro-ungarico. Dieci giorni, dieci notti.

Giuseppe Serìo aveva 24 anni nel giugno del 1916. Era nato a San Cesario il 19 marzo 1892, festa del papà. Si chiamava così proprio per questo, anche se all’anagrafe era stato registrato qualche giorno dopo. Una consuetudine, forse una necessità, a quei tempi. Comunque sia, per tutti era Pippi. Il primogenito. I suoi genitori, Antonio e Carmela Liaci, si erano trasferiti da Lequile. Lasciata l’abitazione di contrada Capo Grasso, dove avevano abitato fino a pochi giorni prima del parto, si erano accasati a San Cesario, in via Sant’Elia. Una famiglia umile, di contadini. E contadino era anche Giuseppe. Non sapeva né leggere né scrivere, ma conosceva il ciclo delle stagioni e i tempi della natura; le verdure, l’orto e il bestiame; gli ulivi e la vite; la siccità, le piogge, la grandine. Sapeva seminare, aveva imparato ad avere pazienza. Il gusto del raccolto era nel sapore denso dell’attesa. Lui, di suo, ci metteva il buonumore. Certi giorni aiuta. Oltre non può.

Poi arrivò la chiamata alle armi. Una prima volta era stato dichiarato rivedibile. L’incombere della guerra aveva dissipato dubbi e perplessità. Arruolato e inviato al nord in pieno inverno, gennaio 1915, assegnato al 149° Reggimento Fanteria e spedito in territorio dichiarato in stato di guerra. Era il 24 maggio 1915. Aggregato nella Brigata “Trapani”, impegnata con le “Piemonte” e “Forlì” in quella che passerà alla storia come l’eroica resistenza tra monte Lèmerle, monte Kaberlaba e val Magnaboschi, altopiano di Asiago, Veneto. Dai bollettini di guerra del 1916, 17 giugno e seguenti: “L’avversario lanciò due attacchi in direzione di monte Lèmerle e Boscon. Con reiterati e sanguinosi sforzi, le fanterie nemiche riuscirono per un momento a toccare la cima del Lèmerle, ma furono subito sloggiate da un nostro contrattacco. L’avversario rinnovò furiosi sforzi per aprirsi un varco nelle nostre linee; fu sempre respinto con gravissime perdite”. Era la Strafexpedition, spedizione punitiva contro l’Italia “traditrice”, passata dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa. Duecentotrentamila morti da una parte e dall’altra, in quei giorni. La grande guerra, come la distruzione, come la follia. L’orrore conosce l’immensità. Giuseppe trovò la sua fine. E lì restò. 17 giugno 1916. “Morto in seguito a ferita di bomba a mano alla testa riportata in combattimento”. Sanno com’è andata. Ma non sanno più dov’è. Corpo disperso. Fine.

“Voi siete quelli che non parleranno, ma direte più cose del silenzio”

Il resto è puro caso. Fortuite coincidenze. Un reportage per i cento anni della Grande Guerra, autunno 2015. History Channel ripercorre i luoghi del conflitto, cerca barattoli e gavette nelle trincee. Si ricostruisce la vita quotidiana dei contingenti militari, la normalità dentro le grandi battaglie. La troupe arriva attrezzata di tutto punto. Telecamere, tablet, metal detector, picconi. Con loro Giovanni Dalle Fusine, giornalista e ricercatore veneto. Dubbi che il Lèmerle, battuto in lungo e in largo negli anni da stuoli di appassionati della materia e semplici curiosi, possa restituire reperti inediti, novità interessanti. Ma il metal detector suona. La storia torna a farsi sentire. E due spanne più giù del piano di calpestio, sotto la terra rimossa a colpi di badile e a mani nude, ecco la sorpresa. Un elmetto da guerra. Un “Adrian” in dotazione all’esercito italiano. E sotto il copricapo metallico, un teschio. Il cranio è spaccato, gli zigomi devono essere saltati via per un’esplosione, il resto c’è. A scavare ancora si intuiscono le ossa delle spalle e molto altro ancora. Ma non ci sono fondi per proseguire.

La buca viene abbandonata. Si riapre solo qualche mese dopo. Il ricercatore veneto, Dalle Fusine, torna sul posto con un amico, Alessandro Gualtieri, storico e scrittore milanese. Vede la zona, capisce la scena, finanzia gli scavi: cinquemila euro per portare alla luce il corpo del soldato italiano e ciò che è seppellito accanto. Si comincia il 14 luglio 2016. Con i resti umani si recuperano anche alcuni oggetti: un bicchiere metallico, il coperchio di una gavetta, schegge di granata... E poi quello che non ti aspetti: un altro corpo, quasi abbracciato al primo o forse semplicemente sovrapposto. Un altro soldato. Ma non un italiano. I bottoni a quattro fori della camicia di ordinanza spazzano via i dubbi: è un militare austroungarico. Poche ossa, reperti scarsi. Si finisce di scavare in ottobre. Il 4 novembre 2016 i resti dei due soldati, avvolti entrambi nel tricolore, vengono deposti nel sacrario militare di Asiago. Ma le ricerche non sono finite. Si torna a scavare con un rilevatore professionale. Emergono altri oggetti: ogive di proiettili, bossoli di pistola. E un altro coperchio per gavetta. Sopra, incise con qualcosa di appuntito, due lettere: S e G.

“Nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato”

«La famiglia non ha mai saputo che fine avesse fatto il piccolo fante, partito per la guerra e mai più tornato dai genitori, dai suoi cinque fratelli e sorelle». Intorno a un tavolo, a Lecce, nipoti e pronipoti di Giuseppe Serìo: la figlia della sorella Angela, che si chiama come la madre del soldato, Carmela Liaci, e a seguire, per discendenza diretta l’una dell’altra, Anna Adele Piliego e Serena D’Amico; una figlia del fratello di Carmela, Sonia Liaci, e il marito Antonio Buttazzo. È lui l’esperto di storia. Un ruolo chiave. Racconta: «Nel 2014 ero a Roma. Avevo con me il foglio matricolare del nostro congiunto scomparso in guerra. Nessuno dei familiari ha mai ricevuto il certificato di morte di Giuseppe. Così ne ho approfittato per una ricerca presso la banca dati del ministero della Difesa». E lì la verità. “17 giugno 1916: morto in seguito a ferita di bomba a mano alla testa riportata in combattimento”. La sua brigata era sull’altopiano di Asiago. Quasi un secolo per saperlo. «Dai documenti ufficiali il certificato di morte risulta inviato in paese nel 1928, ma qui non è mai arrivato», spiega Antonio. La Difesa rimedia: Croce al Merito di guerra. Ma risolto il mistero, manca ancora l’elemento principale: il corpo di Giuseppe. Per poco, tuttavia. «Mesi fa mi sono imbattuto in un post su Facebook a proposito delle ricerche compiute sul Lèmerle. Lo aveva pubblicato Gualtieri. Quelle due iniziali… L’ho contattato». Siamo alla svolta.

Combaciava quasi tutto: l’età del soldato, la sua corporatura, il tipo di ferita. E poi quella sigla sul coperchio della gavetta. “SG”. Serìo Giuseppe? Dai fogli matricolari riconducibili a caduti o dispersi sul Lèmerle l’unico compatibile con quelle iniziali era proprio lui, il soldato partito dal Salento cento anni fa. Il suo corpo resta sepolto nel sacrario di Asiago. Come la verità, in fondo. Ma la sua memoria è qui, intatta. E ora assume le forme di una speranza che sfiora la certezza: aver dato una degna sepoltura al giovane militare, caduto assieme al nemico nella terra di nessuno. “La fantasia non ha alcun diritto di inquinare l’indagine storica, pertanto sarebbe inutile e quasi infantile mettersi a giocare agli Sherlock Holmes” scrivono Gualtieri e Dalle Fusine, protagonisti qualche giorno fa a San Cesario con la presentazione del volume scritto a quattro mani su questa incredibile vicenda, dolorosamente storica, tragicamente umana. “Il soldato del Lèmerle. Un mistero lungo un secolo”.

Dieci giorni, dieci notti. Nel fuoco e nel sangue. Tra la vita e la morte. Appesi. Senza fuggire, senza voler restare. Soli in cima al monte, fino in fondo uomini. Una biografia ridotta a sigla. Due lettere appena, “SG”. Un’incisione sul ferro per non sparire, sommersi dalla follia.



 
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Domenica 12 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:49