Confindustria: «Proporremo all'Università di destinare parte dei suoi spazi alle imprese»

Confindustria: «Proporremo all'Università di destinare parte dei suoi spazi alle imprese»
Giancarlo Negro, lei presiede Confindustria a Lecce: condivide l’affermazione espressa dall’amministratore di Lasim Giampiero Fedele circa l’incapacità dell’università di fornire alle aziende personale adeguatamente formato? 

«Sì, condivido l’orientamento di Fedele. C’è un problema d’interazione, che deve essere risolto. Da una parte, l’università svolge le sue funzioni tra cui quella di formazione di base e anche noi siamo convinti che ciò debba avvenire nella massima autonomia rispetto alle esigenze delle aziende. Però, oggi è più che mai evidente, manca all’università l’ultimo miglio che è quello di fornire una preparazione che avvicini realmente alle esigenze del mondo delle imprese».

Anche lei si scontra con lo stesso problema? Anche lei, cioè, ha difficoltà a reperire personale qualificato in loco?

«Certamente, accade anche alla mia azienda come un po’ a tutte le aziende che operano nei settori a più alta innovazione come l’automotive ma anche l’information technology in cui opera anche la mia azienda. Con una disoccupazione giovanile al 50% è assurdo che non ci siano competenze su settori operativi che possano essere individuate e reclutate».

Di che tipo di figure specializzate lei necessita?

«In questo momento potrei assumere 40 ingegneri informatici ma non lo posso fare perché in realtà non ci sono».

Come Confindustria quale contributo potete offrire per la risoluzione di questo nodo? Spetta all’Università accostarsi alle aziende o anche voi potete fare un passo avanti?

«Avanzeremo presto una proposta proprio in questa direzione. Come Confindustria, proporrò all’Università del Salento di destinare una parte importante degli spazi universitari, direi il 30% delle superfici, per incubare imprese specialmente del territorio».

Sta dicendo che chiederete all’Università di ospitarvi?

«Sì, chiederemo di ospitare le imprese in laboratori che diano continuità di dialogo e confronto tra mondo accademico e imprenditoriale. D’altro canto, metteremo a disposizione anche gli spazi delle nostre imprese per creare laboratori, progetti e innovazione. Questo vale sia per la funzione legata all’aspetto formativo che per quella legata alla ricerca, che deve tornare al livello veramente avanzato come è avvenuto in passato. Ma Prima ancora c’è il tema dell’orientamento».

A cosa si riferisce?

«Non funziona bene il lavoro di orientamento nel passaggio dalla scuola superiore all’università. Bisogna, quindi, lavorare su tre leve: formazione, creando una forte interazione tra università e imprese, interazione fisica come nelle università più evolute come il Politecnico di Torino e di Milano; poi ricerca e orientamento».

Perchè fin qui non avete lavorato in tal senso?

«Noi, purtroppo, lavoriamo a compartimenti stagni e non è sufficiente firmare un protocollo d’intesa per trovare una quadratura sugli obiettivi. C’è ancora tanta strada da fare e, al di là della buona volontà bisognerebbe, noi da una parte e l’università dall’altra, rimboccarci le maniche e fare».

Per la formazione professionale c’è nuovo schema contrattuale: offre nuovi margini?

«Proprio ieri, ho incontrato l’assessore regionale al Lavoro, Sebastiano Leo, e abbiamo condiviso il fatto che la formazione professionale così com’è serve più agli enti di formazione che alle aziende. Oggi non esiste la formazione flessibile per le imprese che vogliono formare le persone per assumerle. Bisogna costruire, e per questo ci siamo dati appuntamento alla prossima settimana, per definire un nuovo modello a cui far riferimento».
 
Ne ha già un’idea?

«Niente finanziamenti a pioggia ma percorsi le cui ricadute e i cui rimborsi sono strettamente collegati a quello che è il reale impatto occupazionale».
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Mercoledì 21 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:57