Delitto e castigo nel carcere in “rosa”. Alla fine la pena vale un'impresa

Rita Russo, direttrice del carcere di Lecce
Il parcheggio è diviso in due parti: a destra il personale, a sinistra i visitatori. Per scaramanzia, e non per simpatia, si va a destra. Il cancello d’ingresso è aperto. Di più: spalancato (ma sorvegliato). Quando il meccanismo di chiusura si aziona, emette un clangore che toglie fiato alla speranza. Slam! Il rumore, perentorio, sembra escludere qualsiasi appello. Entrare in carcere da visitatori provoca tempesta di emozioni. Non siamo al lasciate ogni speranza voi ch’entrate, ma il varco d’accesso - lungo una manciata di metri - è la rappresentazione icastica della differenza che corre tra libertà e prigionia: cancello prima, cancello dopo, gabbia metallica tutt’intorno e vetro blindato dalla parte dei sorveglianti. Se l’apertura tarda anche solo di qualche secondo, comincia a mancare l’ossigeno, per quanto grate e sbarre facciano passare l’aria. Tac! Ecco lo scatto. Si entra. Casa di reclusione di Borgo San Nicola, Lecce.

La direttrice ha lo sguardo buono di Rita Russo. Magari quando serve sfodererà pure gli artigli. Anzi, senza magari. Però ora è così. Placida. Gentile. Il suo ufficio è al primo piano, in fondo a destra, lato sinistro. Deve essere giorno di festa: per dirla tutta, lo è. Sul divano un bouquet di fiori e una pianta di orchidee. Non è un caso: è appena arrivata la sua nomina a primo dirigente penitenziario, anche se di fatto ne svolge le funzioni dal 2014. Con lo stesso giro di nomine, il suo predecessore Antonio Fullone è stato promosso provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria di Toscana e Umbria. Lecce porta bene, evidentemente. Ma sono gli unici segni dell’evento. Per il resto, si lavora come sempre. Cos’altro si dovrebbe fare, qui? Il sorriso, dietro gli occhiali, incorpora domanda e risposta.

L’imponente struttura ospita 978 detenuti (85 donne), divisi tra alta e media sicurezza. La capienza ottimale ne prevederebbe 660. Ma non sarebbe Italia. Non c’è il 41-bis, in compenso al posto del carcere duro è da poco arrivata in dote la prima sezione psichiatrica di tutta la Puglia, una delle più grandi del paese. A badare alla popolazione carceraria un contingente di polizia penitenziaria composto da 543 persone in divisa, più quelle distaccate qui per varie ragioni. E tuttavia neppure un agente: si va dall’assistente capo in su. Il risvolto della medaglia è nell’età anagrafica e nell’anzianità di servizio del personale, che incentiva la corsa ai pensionamenti per evitare le trappole della burocrazia. Altro discorso. E sulla tolda di comando, in questo mare in tempesta, lei. Rita Russo, classe 1968, è arrivata a Lecce nel 2001, vicedirettrice prima con Maria Rosaria Piccinno e poi con Fullone. Per l’esattezza, è tornata a Lecce. È di Gallipoli, infatti. Nessuno in famiglia nel ramo giustizia e affini: padre ragioniere dell’Asl, madre insegnante, marito proprietario di una pescheria. Il figlio, l’unico, per ora è al quarto anno di liceo scientifico. Si vedrà. Domanda: come si arriva a fare la direttrice di un carcere, e di un carcere problematico come quello di Lecce?

Pausa. Sorriso. Risposta: «Per scherzo, quasi per gioco». Maturità classica al Quinto Ennio, il liceo della sua città. Laurea in Giurisprudenza a Bologna. Poi tre anni di pratica a Lecce, nello studio di Ernesto Sticchi Damiani. «Un’esperienza formativa di straordinaria importanza, con una qualità altissima del contenzioso trattato», spiega. Al punto che, aggiunge, ancora oggi quel patrimonio di cause e di nozioni torna utile nel lavoro quotidiano lì in carcere. Una covata di talenti, comunque, in quegli anni: con lei nello studio a far pratica anche Loredana Capone, ora assessore regionale, e Francesco Tuccari, poi docente di Diritto amministrativo a Unisalento. Raffaele Fitto si affacciava di tanto in tanto, fresco di laurea ma già lanciato in politica, mentre Lorenzo Ria era appena andato via, sindaco tra i più giovani d’Italia e poi a lungo presidente della Provincia. «Sognavo di entrare in Magistratura, ma non volevo pesare sui miei per i corsi preparatori. Così provai su tre fronti, con altrettanti bandi: commissario di polizia, segretario comunale e dirigente penitenziario». Andò bene con l’ultimo. Otto settembre 1997: destinazione Fossano, comune di 24mila abitanti in provincia di Cuneo e piccola casa di reclusione. Pentita? «No. Mai avuto un ripensamento. È un lavoro che ti mette alla prova. Ti porta a stretto contatto con la sofferenza. E io, di natura riflessiva, mi sono trovata a dover prendere decisioni rapide, immediate». Volto, sguardo e sorriso non traggano in inganno.

Sul davanzale della finestra due gufetti, un confratello incappucciato, una clessidra. Libera interpretazione su usi e significati possibili. Lei, la direttrice, elenca le cose fatte. Ha il sapore delle cose buone, quando parla. Della sostanza oltre la forma. Dare un volto umano al carcere deve richiedere particolare sforzo. A lei viene naturale. Senza far nulla per edulcorare la realtà. «Il carcere è brutto. Inutile prendersi in giro». Però si illumina quando parla dei detenuti che hanno la possibilità di lavorare all’esterno: «Una ventina, grazie agli accordi con i Comuni di Caprarica, Calimera e Lequile e con la Caritas a Roca. Con l’amministrazione di Lecce, invece, non è stato possibile trovare un’intesa. Il bello è che nessuno è ritornato in carcere per recidiva, una volta espiata la pena». Si inorgoglisce quando racconta delle professionalità cresciute dietro le sbarre: «Elettricisti, muratori, manutentori... Un’azione coordinata con la Scuola Edile, eccellente compagna d’avventura. Il risultato è nell’abbattimento del 70% delle gare una volta assegnate all’esterno. Di fatto siamo una piccola grande impresa. Ai detenuti viene insegnato un mestiere e corrisposta regolare mercede». Si entusiasma quando parla dei progetti avviati all’interno della struttura carceraria: «Il laboratorio teatrale di “Io ci provo”: l’anno scorso cinquanta repliche con uno spettacolo su Pier Paolo Pasolini, oltre agli spettacoli fuori, occasioni che hanno avvicinato tra loro detenuti e poliziotti impegnati nei servizi di traduzione e vigilanza. E poi ancora le produzioni artigianali di “Made in carcere”, ormai un brand riconosciuto ovunque; le serre per i pomodori; le lavorazioni casearie; il laboratorio di Davide De Matteis, del Bar 300Mila, pronto a partire con i prodotti alimentari sottovuoto». Un elenco che potrebbe proseguire non all’infinito ma a lungo e che arriva fino alla falegnameria della casa circondariale: produce arredi anche per le altre carceri e con l’Ordine degli Architetti sta per sfornare la cella “tipo”, vale a dire oggetti salvaspazio, materiale ecocompatibile e tutto quel che serve per andare oltre un regolamento datato anni Sessanta. E infine le scuole: un corso completo di Elementari e Medie e i cinque anni dell’Istituto tecnico economico “Olivetti”. Ultimo e poi basta: quattro detenuti studenti universitari, tra Scienze della Formazione ed Economia e commercio. Quando Edoardo Winspeare ha girato le scene del sindaco-insegnante che fa lezioni di poesia ai detenuti, cuore della trama del suo ultimo film, “La vita in comune”, gli deve essere venuto naturale impiantare il set qui. Applausi.

Non è tutto oro, però. «Carcere e affettività non vanno d’accordo», spiega la direttrice. «Pensa ai bambini». Già. Una mini-rivoluzione è stata fatta, ma ancora non basta. Spazi aperti, stop con le ore infinite trascorse in cella, niente muri nelle sale colloquio per consentire i contatti, giocattoli e libri per lo svago dei minori e poi, una volta al mese, “Lo specchio di Alice”, anche questo pensato per i più piccoli, che per un giorno possono stare da soli con le mamme. In più, l’operazione “Invisibili”, con uno staff incaricato di fare visita ai detenuti che non si vedono, non si sentono, non protestano. Fasci di luce. Non è rimando al fine rieducativo della pena, che rimbalza dalla Costituzione e da solo pure basterebbe. È umanità. «Se pensi all’affettività che non sia sessualità, allora devi cambiare le strutture, creare gli spazi dove far condividere momenti intensi e profondi alle persone che si amano. Nel nord Europa lo fanno. Dovremmo farlo anche noi». Difficile. Non impossibile. La rivoluzione è culturale. Lo scoglio è questo.

Rita Russo ci riflette e tiene dentro tutto. Lavoro e passione, ideali e ostacoli. «Ci sono situazioni in cui, al di là della pena inflitta, occorrerebbe trovare il modo per dire basta col carcere. Io ho due casi: un giovane entrato in cella a 19 anni (ora ne ha 30) e la moglie di un boss della Scu al 41-bis. Sono storie in cui è evidente come l’obiettivo recupero sia stato ampiamente centrato: il carcere non serve più, non ha più nulla da dare. Eppure loro devono stare dietro le sbarre ancora per molto. Mi chiedo: perché? Non risponde ad alcuna logica. Ed è una sconfitta. Come quando muore un detenuto per suicidio. Una terribile sconfitta per tutti. Io ci credo in questo lavoro, se si dà l’anima. Ho visto persone cambiare e non ritornare più in cella. Sono per il carcere come risposta ai reati gravi, ma non mi piace una struttura detentiva utilizzata per risolvere altre emergenze sociali. Penso agli stranieri, ai tossicodipendenti, ai pazienti psichiatrici».

È il giorno della promozione, i fiori sul divano portano profumi e colori. Le identità si sovrappongono nell’omaggio tributato in modo discreto qui in ufficio: direttrice, donna, moglie, mamma. Cosa serve per portare avanti tutto? «Devi essere maschio». Scherza, ma non troppo. «In questi ruoli apicali - spiega - è importante condividere occasioni che a una donna spesso sono precluse. Giocare a calcetto, uscire assieme per una pizza... A me manca non poter farmi conoscere al di fuori della veste istituzionale». Questo come dirigente. E come donna? «Tranne il parrucchiere, non ho particolari esigenze. L’unico hobby che mi concedo è la lettura. Tutto il mio tempo libero, poco in verità, va alla famiglia. Ma è la mia vita. Ed è quella che ho scelto. Quella in cui credo».

Si apre il primo cancello, poi il secondo. L’uscita è più veloce. Dietro le sbarre restano storie atroci o solo disperate. Sofferenze e solitudini. Presto o tardi, il male fatto diventa male subìto. Un terribile gioco, mai a somma zero: da una parte e dall’altra è dolore per tutti. Carnefici e vittime. Uomini e donne. Grandi e bambini. E questo luogo da solo simboleggia la nostra comune miseria. Il nostro possibile riscatto.


 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Domenica 22 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:30