Don Tonino, il vescovo di tutti. L'omaggio del Papa al potere dei segni

don Tonino Bello
Un’ora. Solo una. Il tempo di fermarsi a pregare. Una appena. Ma basta, può bastare, se il gesto vale a contenere il significato che intende avere e che certamente avrà, a porsi per quello che vuole essere e sicuramente sarà, a patto che se ne colga l’importanza, la portata, lo spessore e non degradi a puro evento mediatico, per quanto senza dubbio lo sia, ma rimanga spirituale innanzitutto e perciò denso nel valore evangelico ed ecumenico insieme, già nella forma della genuflessione e poi nella sostanza del messaggio. Un’ora sola. Sulla tomba di don Tonino Bello, tra pochi giorni, venerdì 20 aprile, quando papa Francesco si fermerà in raccoglimento sulla sepoltura del vescovo, ad Alessano, a 25 anni esatti dalla sua morte. Omaggio al potere dei segni.

Arriverà alle 8,30, il Pontefice, e alle 9,30 ripartirà. Ad accoglierlo ad Alessano e ad accompagnarlo poi a Molfetta, dove don Tonino svolse per intero il suo mandato episcopale, dal 1982 fino alla morte, nel 1993, ci sarà Vito Angiuli, vescovo di Ugento e Leuca. La storia si diverte a disegnare traiettorie imprevedibili, a intrecciare i destini. O i destini la storia. Monsignor Angiuli è stato undici anni accanto a don Tonino, nel seminario di Molfetta: vicerettore, animatore, padre spirituale e professore. E ora farà gli onori di casa ad Alessano per la visita del Santo Padre, lì dove tutto ebbe inizio, il 18 marzo 1935.

Don Tonino. «È la parola chiave con cui cerchiamo di legare a doppio filo il territorio al suo futuro attraverso il coinvolgimento diretto dei giovani», spiega Angiuli. Sull’insegnamento del vescovo di Molfetta ha scritto più di un libro. L’ultimo si rifà agli anni passati assieme: “Don Tonino Bello visto da vicino”. Nell’introduzione, il senso di un’amicizia profonda e di un insegnamento che travalica il tempo: “Qualche volta avverto rammarico per non aver fatto tesoro in modo più proficuo di quanto ho visto con i miei occhi. Porto dentro di me il dispiacere di non aver rubato qualcosa dello stile e delle intuizioni di questo vulcano d’amore”. Nel 2010 la nomina a vescovo nella terra di don Tonino deve essergli parsa intervento diretto della Provvidenza per mano di papa Benedetto XVI. Così la missione è (anche) custodire l’eredità spirituale del maestro. Si parte da qui.

«Era straordinario e sorprendente insieme - racconta Angiuli -. Da sacerdote entrò nell’Ordine terziario francescano. Si confessava dai frati del paese. Sopra la volta del piccolo locale una scritta in latino: “Cella sit tibi coelum”, questa cella sia per te come il cielo. La traduzione pratica che lui ne faceva giocava col titolo di una canzone di Gino Paoli: il cielo in una stanza. Sapeva spiegare con parole semplici concetti difficili. Illuminante». La “convivialità delle differenze” e la “Chiesa del grembiule” appartengono alla teologia della chiarezza, alla pastorale dell’esempio: sono i principi architettonici della sua azione per la pace, la famiglia, la fratellanza, i poveri. Al primo dei due pilastri si aggancia l’operazione del vescovo di Ugento rivolta ai giovani. «Ogni mese - dice - in quattrocento frequentano i nostri appuntamenti, qui nella Diocesi. Ma da quest’anno abbiamo cominciato ad agire fuori, facendo visita ai nostri ragazzi usciti dalla Puglia per l’Università. Non sono incontri tematici, piuttosto scambi di esperienze. Vogliamo farli sentire partecipi di una comunità più ampia, vicini alla loro terra. La mappa delle emozioni traccia il perimetro delle loro paure: gli adolescenti hanno difficoltà a farsi ascoltare, i più grandi vivono l’angoscia del futuro e più spesso lo spaesamento nel nuovo ambiente di vita. Parlarne assieme è il primo passo per affrontare i problemi, dare loro il giusto peso e cominciare a superare, condividendole, le difficoltà. Poi ognuno seguirà la propria strada. E qualcuno forse tornerà qui. I nostri paesi si stanno spopolando, vissuti e abitati solo da anziani. Che futuro potrà mai esserci senza giovani?».

Avvenire è la prima parola. Speranza la seconda. Progettualità la terza. Don Tonino è qui. Monsignor Angiuli gli costruisce una lettera, cucendo parole e pensieri, e a suo nome (suo del vescovo di Molfetta) la invia ai ragazzi, che di don Tonino conoscono il personaggio, molto meno il messaggio. “Che età difficile, la vostra. Hai paura di non essere accettato, dubiti delle tue capacità... Ma voi non abbiate paura, non preoccupatevi! Se lo volete, se avrete un briciolo di speranza e una grande passione per gli anni che avete, cambierete il mondo e non lo lascerete cambiare agli altri. Mordete la vita. Il mondo ha bisogno di giovani critici... Diventate voi la coscienza critica del mondo. Siate sovversivi: il cristiano autentico lo è sempre. Il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente”. Il punto di rottura è con la realtà dominante, con le urgenze del presente: «Non abbiamo più capacità di sognare, di progettare il domani - incalza il prelato di Ugento -. Viviamo un tempo dominato dai poteri assoluti, dalle teocrazie “laiche” dell’uomo al comando, dalle chiusure, dai muri, dalle barriere. Come spiega Bauman, abbiamo lo sguardo rivolto al passato, siamo in piena “Retrotopia”. Così il futuro è popolato solo da incubi. Ecco allora don Tonino: dice le cose giuste nel momento giusto. Ecco il valore dei segni incarnato da papa Francesco, arrivato sulla scena dopo il grande insegnamento di papa Benedetto».

Il grembiule è uno dei simboli. Pratico, comodo, sempre a portata di mano. Magari unto, ma irrinunciabile. Comunque, l’immagine più vera e autentica della Chiesa. In uno dei suoi scritti, richiamato da Giancarlo Pani sull’ultimo numero di “Civiltà cattolica”, don Tonino spiega il senso di quell’immagine: la Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili. “Pauper (povero) in latino non s’oppone a dives (ricco), si oppone a potens (potente). Ecco perché non dobbiamo più avere i segni del potere, ma il potere dei segni”. Così diventa emblema di un’intera missione pastorale quella marcia a Sarajevo sotto il vessillo di Pax Christi, il movimento di cui era presidente. Era il 1992, città sotto assedio per la guerra civile nell’ex Jugoslavia. Con cinquecento volontari don Tonino, già provato dal tumore che di lì a poco lo porterà alla morte, sfidò politica, bombe e cecchini per entrare l’11 dicembre nel luogo simbolo di devastazioni e lutti. «Qui non è arrivata l’Onu dei potenti - dirà parlando in un cinema affollato -, ma l’Onu della base, dei poveri. Dobbiamo promuovere queste forme di utopia. Dobbiamo essere sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi e terra nuova». Quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993, l’ultimo atto. Aveva solo 58 anni. La causa di beatificazione è aperta.

«Papa Francesco, in un’epoca dominata dalle parole, e sovente dalle parole false, viene ad Alessano e a Molfetta per indicare quali sono le figure di riferimento con le quali vivere fino in fondo il nostro tempo e la nostra fede - conclude monsignor Angiuli -. E lo fa all’interno di un percorso punteggiato da tappe importanti intorno a personalità eccellenti. È già stato da don Milani, subito dopo andrà da don Zeno Saltini, fondatore in Toscana della comunità di Nomadelfia. Sono gesti eloquenti che diventano segni con i quali il Pontefice parla non solo ai fedeli ma a un intero territorio. La visita del 20 aprile ha questo di importante: celebra un uomo come don Tonino e invita ciascuno a seguire la propria vocazione. Per la Puglia e il Salento un appello a vivere completamente, pienamente, la propria missione: essere terra di dialogo, di accoglienza, di incontri. In una sola espressione: essere il luogo del Mediterraneo dove si compie la convivialità delle differenze».

Sono nato ad Alessano, ho predicato a Ugento, Tricase, Molfetta e ovunque ci fossero bisognosi ed emarginati. Era per loro il mio motto episcopale: “Audiant et laetentur”, ascoltino i poveri e si rallegrino. Questa terra mi è entrata nel cuore, splendida nel biancore dei suoi paesi, malinconica nel contorcimento degli ulivi, struggente nella purezza del mare. E qui ho vissuto, tra gente povera di denaro ma ricca di sapienza, dimessa nel portamento ma aristocratica nell’anima, rude nel volto contadino ma ospitale e generosa. Ho amato questi luoghi e con essi ho suggellato un patto d’amore, chiedendo di essere sepolto accanto a mia madre, ad Alessano, nella terra.

Lì, nel punto esatto in cui il Papa si inginocchierà. Per un’ora. Una sola. Un’ora di infinito.


 
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Domenica 8 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:06