Regionali Lazio, vince Zingaretti ma la maggioranza è stretta: «Ora rigenerare il centrosinistra»

Nel tracollo nazionale del centrosinistra un fortino resiste ed è la Regione Lazio: Nicola Zingaretti, alla guida di un'ampia coalizione che comprende anche LeU, vince e fa il bis, primo governatore nel Lazio a essere rieletto.

Nella Waterloo del Pd Zingaretti tiene e strappa una vittoria sudata, partita in discesa ma finita in salita, con una Roberta Lombardi insidiosa e uno Stefano Parisi in rimonta che tenta fino all'ultimo di erodere il bottino di voti del governatore. «È stata una rimonta straordinaria e bellissima, la differenza tra il voto politico e quello regionale oscilla tra 250 e 300 mila voti», dice alle dieci di sera il neo governatore bis, parlando dal suo comitato elettorale in piazza di Pietra a Roma dove è arrivato anche il fratello Luca, confermando la sudata vittoria e rivendicando il suo risultato tutto personale. Poi sembra parlare oltre il ruolo regionale: «Nel centrosinistra è tempo di rigenerazione», dice, «in questi tempo difficili difenderemo la Costituzione».

«Lazio. La sinistra di governo che vince anche quando è davvero difficile. Grazie Nicola Zingaretti», scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Zingaretti, quando sono state scrutinate 5.277 sezioni su 5285, si attesta al 33,23%, mentre Parisi si ferma al 31,44%. La 5 stelle Roberta Lombardi segue con il 27,20% e Sergio Pirozzi non va oltre il 4,94%. Insomma i dati consegnano Zingaretti al secondo mandato, una vittoria importante nella tempesta che travolge il partito di Renzi e, scostandosi dal dibattito nazionale, si avvale dell'apporto anche di Leu, oltre che di Insieme, +Europa e due liste civiche con il nome del presidente.


 
 


Del resto il partito di Pietro Grasso ha scelto di sostenere Zingaretti perché con il suo programma garantiva «una svolta a sinistra». Ma Zingaretti vale più della sua coalizione e trascina il Pd a tre punti in percentuale sopra la media.

L'ultimo ostacolo da fugare, per Zingaretti, è quello dell'anatra zoppa. Il pericolo è che dallo spoglio non esca fuori una maggioranza in Consiglio regionale. La legge elettorale difatti assegna 40 scranni su 50 col proporzionale e prevede un premietto di maggioranza di 10 seggi allo schieramento che arriva primo. Il governatore, che ha incassato circa 200 mila voti in più rispetto alle liste a suo sostegno, spera di scavallare la soglia dei 26 consiglieri. Solo l'assegnazione definitiva dei seggi, nelle prossime ore, dirà se sarà autosufficiente o se per governare dovrà trovare un accordo con un partito esterno alla coalizione. Nel caso, il principale indiziato per una trattativa sarebbe Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice che ha corso da indipendente e ha superato il 4 per cento a livello regionale, col picco di consensi nel Reatino, dove ha sfiorato il 15. Un seggio, quindi, dovrebbe conquistarlo. «Ma sarò all'opposizione - assicura - Zingaretti se vuole si accordi con Parisi».

«Abbiamo perso, non siamo riusciti ad arrivare primi ma abbiamo avuto un grande risultato», ha detto Parisi annunciando la sconfitta ai presenti al comitato elettorale. «Faccio gli auguri a Zingaretti perché governi bene non come ha fatto in questi anni. La nostra Regione merita di più e deve essere governata in modo più dignitoso».

 

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Parisi e Lombardi hanno inseguito il governatore fino all'ultimo. Lombardi, candidata pentastellata ferma sotto il 27%, nonostante il M5s si laurei primo partito della regione un po' ovunque. «È stata una sfida difficile e non ho mai mollato», dice Lombardi in serata. Parisi si attesta al 30%, in crescita nelle ultime settimane sull'onda nazionale. La sua rimonta ha sofferto certamente dell'erosione a destra firmata Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice irremovibile nella sua corsa solitaria. E infatti il candidato del centrodestra taccia il leader dello Scarpone di «non avere senso di responsabilità: se avesse avuto a cuore gli interessi della Regione e non gli interessi di Zingaretti oggi non ci sarebbe partita». Ma Pirozzi definisce il suo risultato «straordinario» e a Parisi dice «la gente non ti ha votato».

Zingaretti vince ovunque, a Roma e nel Lazio, e ora si ritrova solo, nel panorama nazionale, a rappresentare un centrosinistra vincente, in una formula estesa - non-renziana - che alla luce delle dimissioni del segretario apre, secondo molti osservatori, una partita che potrebbe spingere il neo-governatore-bis verso le porte del Nazareno.
Il successo di Zingaretti, oltre che dal lavoro amministrativo degli ultimi 5 anni - in particolare l'uscita dal commissariamento sanitario, il rinnovo delle flotte gomma e ferro per i pendolari, il risanamento finanziario - nasce
infatti dalla ampia coalizione che è riuscito a coagulare attorno a sé. In particolare l'accoppiata Pd-LeU - non riuscita
in Lombardia - è stata dirimente; poi i radicali di +Europa, i socialisti-verdi di Insieme e due liste civiche che hanno fatto la differenza: quella omonima del presidente (che include anche pezzi degli ex-Pisapia e Sel) e il Centro solidale, di forte impronta cattolico-sociale. La sinistra ampia e unita che riesce a vincere. Ora nel Pd più di uno scommette che è da qui, dalla ridotta del Lazio e dal suo governatore, che bisognerà ripartire.


Alle elezioni regionali del Lazio ha votato il 66,46% degli aventi diritto. Nella precedente tornata elettorale del 2013, che però si svolse in due giorni, si era recato alle urne il 72% degli elettori.


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Lunedì 5 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 06-03-2018 14:28
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