Tremonti: niente uscita dall’Ue ma una vera confederazione

Tremonti: niente uscita dall’Ue ma una vera confederazione
Mundus furiosus, o perlomeno nuovo, perché le cesure sono nette, radicali, alcune improvvise. Gli scenari collassano, ovunque e su tutto, negli States come nelle periferie dell’Europa, persino in Asia, nel mondo della finanza e nella trama delle democrazie occidentali: la diagnosi di Giulio Tremonti è un pensiero poco ortodosso. Ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, il professore-senatore (gruppo Gal) che ama le digressioni storiche ora rispolvera e rigenera parole come “Stati”, “popoli”, “mercantilismo”. Il bersaglio è la globalizzazione sprint, “Mundus furiosus” è il suo ultimo libro.
Migrazioni delle masse, degenerazione della finanza globale, rivoluzione digitale, guerre coloniali, crisi dell’Europa: il mundus furiosus mette in discussione i paradigmi occidentali almeno dell’ultimo ventennio, quasi come se ci fosse un effetto domino. Ma dove e quando c’è stato l’innesco?
«È dal luglio del 1989 che formulo riflessioni di questo genere, mettendo insieme materiali eterogenei. Mettiamola così: c’è una lunghissima fase che va dalla fine della II guerra mondiale al 1989, una seconda fase che arriva al novembre 2016 e dunque alle elezioni americane, in occasione delle quali Obama dice che “non è la fine della storia”. Ecco, è la fine di “una” storia, della fase della globalizzazione: le tappe sono la caduta del muro di Berlino, il trattato del 1994 che istituisce il Wto (l’organizzazione mondiale del commercio, ndr), la rielezione di Clinton nel 1996 e il lancio negli Usa dei primi prodotti finanziari, nel 2001 c’è l’Asia nel Wto e nel 2007 è l’inizio della crisi».
E qual è il filo conduttore?
«È stata edificata una cattedrale ideologica, in cui si celebra una nuova religione: i due canoni sono il politically correct e responsability to protect. Il primo indica la creazione di un uomo nuovo, di un nuovo modello di società uniforme che rimuove il passato. L’altro canone: si esporta la democrazia per il mondo come un prodotto istantaneo. Una religione pagana della globalizzazione. Ciò che marca il potere sono le leggi: l’ultimo anno di Obama ha prodotto 81.640 pagine di norme, l’ultimo anno di Europa sono 30.952 pagine».
Un mondo complesso richiede spesso cornici normative complesse, professore.
«No, è la creazione di una nuova antropologia e di un nuovo mondo. Tutto è parte di questo processo. Ciò che non è previsto è il lato oscuro della globalizzazione, anche in Asia: inquinamento, disordini, paure, la fine delle prospettive positive automatiche, e si mettono in moto fenomeni come le grandi migrazioni, la rivoluzione digitale. Insomma, emerge la crisi».
I codici egemoni degli anni ‘90 - mercato, economia globale, dollaro - sono ammaccati, ma la stessa destra e i governi di centrodestra, anche italiani, hanno cavalcato per vent’anni quei codici. Insomma: nessuno è esente da alcunché.
«Personalmente, sono sempre stato condannato come colbertiano: ho sempre sostenuto “il mercato dove possibile, lo Stato dove necessario”, adattando la formula ai tempi in continuo cambiamento. E sono sempre stato considerato euroscettico: proposi l’euro “di carta”, così come gli eurobond o il fondo salva-Stati visto che ero l’unico che parlava della crisi alle porte. Quando sono stato ministro non sono mai stato un fanatico mercatista, ma l’opposto. Nel 2001 chiedevo i dazi...».
Lei contesta la degenerazione della finanza e ne individua i tratti caratterizzanti: il demone della crescita perpetua, la schiavitù dell’inflazione, la produzione di moneta via impulso elettronico, e via così. Insomma, lei vorrebbe un ritorno a un mondo pre-globalizzazione? Non è pericoloso? Dazi e protezionismo, per esempio, non comportano rischi di isolazionismo?
«Solo chi non ha idea delle società liberali occidentali pensa a schemi dogmatici: i dazi o le quote ci sono sempre stati e ci sono ancora. Quando ne parlavo nel 2001, non chiedevo certo dazi in eterno, ma per il tempo necessario ad adattarci, a difendere imprese e lavoratori. La follia è stata l’applicazione di un modello fanatico e dogmatico. Né c’è il rischio di isolazionismo: non a caso io parlo di mercantilismo, cioè grande potenza interna e proiezione commerciale esterna. Questo è Trump, ma è anche quello che fa la Germania».
Con Trump, che linea guida daranno gli Usa al mondo?
«Inizia un nuovo mondo, difficile dire cosa sarà. Ma tenga conto che la reazione dei popoli c’è stata in Europa, nel Regno Unito, in America e tornerà in Europa. I popoli hanno paura, poi ci sono la crisi, la diffidenza verso l’esterno e la rivoluzione digitale: tutto questo fa emergere sentimenti di difesa, di reazione, di cambiamento».
Non la spaventano? Si tratta di fenomeni e sentimenti che possono essere facilmente canalizzati in populismi ciechi, privi di proposte costruttive e che minano le basi della democrazia.
«Il vizio fondamentale è stato il “tutto troppo in fretta”: non potevi fermare la globalizzazione, ma si poteva indirizzarla con tempi più lunghi e più saggi. Ora i popoli ritornano: quando hai una minoranza, un tribuno, puoi considerare queste tendenze in termini patologici, ma quando si sviluppano sui grandi numeri, allora c’è il dovere di capire. La maggioranza del voto politico in Italia è anti-sistema: ci sono delle cause, bisogna interpretarle».
Mancano però risposte reali a quelle domande. Non basta formulare la diagnosi e intercettare la rabbia.
«Sono fenomeni di cifra storica, la risposta non puoi averla un minuto dopo».
Lei fa una critica serrata all’Europa dei vincoli sovranazionali, il jolly dei sovranisti è l’uscita dall’Ue: condivide? Non comporta rischi a cascata per la tenuta dell’economia?
«La mia idea è una Confederazione di Stati, vedrà che diventerà una proposta politica. Basterebbe tornare ai Trattati di Roma: erano Stati sovrani, c’era una piramide con una base nazionale sovrana e un vertice su alcune cose comuni; ora la piramide è rovesciata. Chi propone una soluzione confederale sul modello Trattato di Roma non credo sia contro l’Europa...».
Capitolo migrazioni: lei lancia la provocazione “aiutiamoli a casa loro”, con una de-tax che devolverebbe l’1% dell’aliquota Iva alle Onlus impegnate nei Paesi poveri o in guerra. Altre, anacronistiche, barriere?
«Ho proposto la de-tax nel 2001, l’Ue l’ha rifiutata. È l’unica via giusta. Ora aiutiamo non i poveri, ma i loro governi, e i soldi europei vanno o in armamenti o in Svizzera».
Per il Mezzogiorno politiche differenziate o semplicemente potenziate? Spesa centralizzata o delocalizzata dei fondi europei? Una Cassa del Mezzogiorno rafforzata? I suoi governi sono spesso ricordati per la trazione nordista.
«Chiesi io di rifare la Cassa del Mezzogiorno, che avrebbe dovuto gestire i fondi europei: si opposero tutti i politici meridionali, di destra e sinistra. La proposta che farei oggi è sottrarre quel denaro al sistema europeo, e dunque spenderlo fuori dai paradigmi dell’Ue, con una spesa a gestione centrale ma con destinazione regionale. La Banca del Mezzogiorno doveva essere invece una minima banca negli sportelli postali per aiutare i giovani. Altra legge mai applicata: se raccogli denaro nel resto del Paese e lo investi al Sud, hai una mezza aliquota».
Il centrodestra non esiste più, è polverizzato. Dopo i vent’anni di ubriacatura liberal, adesso ci sono forze di stampo sovranista e protezionista. Ecco: manca prima di tutto il terreno comune, il collante ideale tra liberal e sovranisti è impossibile. Da cosa si riparte?
«Nella sinistra la prospettiva della sconfitta divide. Simmetricamente, nel centrodestra la prospettiva del successo unirà: è iniziata una fase di prospettiva, si tratta di processi. E poi le specie si evolvono, si uniscono...».
Uniti, ma attorno a quale leader?
Primo: non glielo direi. Ma essendoci un sistema proporzionale, non c’è più l’ossessione dell’uomo solo al comando».
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Venerdì 10 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 11:53