Adriana controllata a vista al Cie di Restinco

Adriana controllata a vista al Cie di Restinco
Dopo le minacce di morte Adriana, trans brasiliana di 34 anni rinchiusa nel reparto maschile del Cie di Restinco, è sorvegliata a vista. L’impegno è stato assunto in prima persona dal prefetto di Brindisi, Annunziato Vardè dopo la visita del console onorario del Brasile a Brindisi, Demetrio Zavoianni.
«La situazione di Adriana è molto complessa» ha spiegato il console che ha incontrato la trans ieri mattina. «Ho parlato con la ragazza è mi è sembrata molto preoccupata e tesa. Quando sono andato a trovarla ho portato con me anche la mia segretaria che parla il portoghese. Ho lasciato che Adriana parlasse nella sua lingua e si sfogasse un po’. E’ triste e provata da questa situazione».
Adriana è rinchiusa nel Cie di Restinco dallo scorso 21 febbraio, d’allora ha intrapreso lo sciopero della fame perché nel reparto maschile del Cie di Restinco è stata minacciata di morte, gli ospiti, tutti uomini, non condividono la scelta di vita della trans e per questo l’avrebbero minacciata: “Di notte ti prendiamo e ti ammazziamo”. La trans è spaventata e si sente sola. Non ha possibilità di comunicare con il mondo esterno se non con il telefonino che ha solo la linea per le chiamate e, come da regolamento, non ha internet.
La 34enne brasiliana ha a suo carico due decreti di espulsione, uno del tribunale di Agrigento e l’altro del tribunale di Napoli. Lei dice di essere stata rinchiusa nel Centro di espulsione ed identificazione perché è senza permesso di soggiorno, lo avrebbe perso dopo essere stata licenziata.
Da Napoli, quindi, città dove abitualmente risiede con il fidanzato, la madre, le sorelle ed i nipoti, è stata trasferita a Restinco.
 
«Dicono che il Cie di Restinco sia uno tra i centri più tranquilli - riferisce il console - mi sono informato io stesso parlando con il prefetto Vardè. Al tempo stesso è evidente il disagio in cui versa la ragazza senza considerare il pericolo che corre dopo le minacce di morte e gli atteggiamenti di intolleranza da parte degli altri ospiti. Le ho lasciato tutti numeri di emergenza, le ho detto che può chiamare quando vuole e contattarci. Io ho chiesto il perché non l’abbiano messa in un reparto femminile e mi è stato risposto che le donne sarebbero più pericolose degli uomini. E che la loro intolleranza, dettata spesso dalla fede religiosa, va ben oltre rispetto a quella degli uomini».
Di fatto Adriana dinnanzi alla legge italiana è un uomo e come tale non potrebbe comunque essere trasferita in un reparto femminile, inoltre in Italia non ci sono strutture adeguate alle persone come lei, che hanno quel tipo di esigenze. Nel nostro Paese vi sono solo due strutture carcerarie che hanno un’area dedicata ai trans ma si tratta per l’appunto di carceri e non di Cie.
Adriana non rifugge le proprie responsabilità ma vorrebbe solo essere tutelata. «Mi ha fatto molto piacere la visita del console - dice Adriana - ho raccontato le mie difficoltà a stare qua dentro e le minacce che mi hanno fatto. Io voglio solo stare tranquilla ed essere rispettata».
La trans da quando si trova nel Cie ha interrotto le cure ormonali ed il suo aspetto ne ha risentito parecchio, il suo volto si è riempito di barba e lei si sente profondamente a disagio, motivo per quale ha chiesto più volte di potersi radere.

«Giustamente si sente a disagio - ha riferito il console Zavoianni - per questo ho chiesto che si intervenga in qualche modo. Mi è stato detto che ora faranno richiesta per il tesserino sanitario. Si chiama tessera Stp per l’assistenza sanitaria per cittadini stranieri non residenti. Una volta in possesso di questo tesserino si potrà verificare se la cura ormonale rientra nelle prestazioni mediche gratuite. Se così fosse sarà però necessario trovare uno specialista per la somministrazione dei farmaci, così come prevede la legge».
Nel frattempo Adriana ha fatto ricorso contro il decreto di espulsione emesso dal tribunale di Napoli. La sua speranza è che la domanda venga accolta dopo di ché il suo avvocato inoltrerà la richiesta di asilo politico. In quel caso il fascicolo passerà dal tribunale di Napoli a quello di Lecce.
«Nel mio Paese rischio la vita - dice Adriana - io vivo in Italia da 17 anni, la mia famiglia vive qui e non ho mai fatto male a nessuno. Vorrei solo vivere tranquilla».
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Martedì 21 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 13:19