Licenziata perché ha il cancro: il giudice ordina il reintegro

Licenziata perché ha il cancro: il giudice ordina il reintegro
Perde il lavoro dopo essersi ammalata di tumore, il giudice condanna il datore per licenziamento ritorsivo e discriminatorio. Questa è la storia di una donna di 46 anni residente a Cellino San Marco e dal 2011 alle dipendenze di una cooperativa sociale che si occupa di assistenza minori nelle scuole e presso i rispettivi domicili.
Tre anni fa la donna, impiegata nell’assistenza scolastica dei minori presso una scuola d’infanzia di San Pietro Vernotico, ha scoperto di avere un tumore al seno. E’ cominciato così il suo calvario: le terapie farmacologiche, l’intervento chirurgico di mastectomia totale, lo svuotamento ascellare ed i cicli di chemioterapia. Ovviamente mentre la donna affrontava il difficile percorso della malattia era costretta ripetutamente ad assentarsi da lavoro. Così sono nati anche i primi problemi con la cooperativa.
«Mi dovevo assentare perché facevo i cicli di chemioterapia - racconta la donna - per questo prendevo, quando era necessario, i giorni di malattia».
Dinnanzi alle assenze della donna il datore di lavoro comincia ad invitarla a rassegnare le dimissioni, la cooperativa le prospetta anche un periodo di malattia continuativo, la possibilità di essere licenziata ed assunta da una nuova cooperativa per usufruire del congedo parentale, nonché poter ottenere un congedo straordinario retribuito pari a due anni, sempre a seguito di un provvedimento di licenziamento.
La donna non accetta di rassegnare le dimissioni, anzi terminato il ciclo di chemio chiede di poter rientrare regolarmente a lavoro ma esattamente il giorno dopo aver sentito il datore riceve via fax la lettera di licenziamento.
 «Il giorno prima gli avevo mandato un messaggio in cui dicevo che stavo meglio, che la mia malattia mi consentiva di rientrare a lavoro- racconta la donna- Volevo uscire da casa non pensare alla malattia, stare con i bambini, cosa che mi piaceva tanto. Per me il lavoro era una cura. Ed invece è arrivata la lettera di licenziamento».
Nella lettera il datore della cooperativa si giustificava dicendo di aver avuto una riduzione delle commesse e di non essere più in grado di mantenere il livello occupazionale. Il licenziamento quindi avveniva per giusta causa.
«E’ vero, la cooperativa aveva avuto una riduzione delle commesse - dice ancora la signora - ma le aveva avute nell’assistenza domiciliare mentre io ero impiegata in quella scolastica. Quindi non c’era necessità di licenziarmi».
Nel 2016 la donna si rivolge all’avvocato Fernando Carracuta, del foro di Lecce, e fa causa alla cooperativa sociale. “Quella lettera di licenziamento è stata mortificante» racconta la 46enne. «Il mio datore di lavoro - prosegue - mi diceva sempre che ero il pilastro della società, che ero sempre disponibile e che non davo problemi, ma quando mi sono ammalata, a quel punto sono diventata io problema».
Le condizioni fisiche della signora non erano invalidanti per svolgere correttamente il suo lavoro nonostante questo era stata licenziata. Non solo dopo il licenziamento della signora la cooperativa aveva assunto altro personale.
Il giudice del Lavoro del tribunale di Brindisi, Francesco De Giorgi, il 7 marzo scorso ha accolto il ricorso dichiarando il licenziamento discriminatorio e ritorsivo, quindi illegittimo. Il giudice ha condannato la cooperativa all’immediato reintegro nel posto di lavoro con il pagamento delle retribuzioni sino alla reintegra, con interessi e rivalutazione. Oltre a questo ha condannato la cooperativa al pagamento delle spese processuali.
«Nonostante abbia vinto la causa io non rientrerò a lavoro, questa persona mi ha profondamente mortificata» dice con emozione parlando del suo datore. «Ci siamo incontrati in tribunale, e mi sono sentita così male. Mi dispiace tanto non poter fare più il mio lavoro, perché amo occuparmi dei bambini e dell’integrazione scolastica. Ci sono lavori che se non li ami non li puoi fare, ma rivedere questa persona e quelli che l’hanno appoggiata, io non ci riesco. Era un periodo in cui avrei avuto bisogno di sostegno ed invece loro mi hanno scaricata come se fossi la lebbrosa che andava mandata via».
 
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Sabato 18 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 11:03