Sei anni senza Melissa. La mamma e il papà: «Nessuno dimentichi il suo sacrificio»

I genitori di Melissa, Rita Muri e Massimo Bassi. In primo piano, alcune foto della ragazza
La forza delle mani ha qualcosa di sovrannaturale. È come se l’energia dell’universo si concentrasse lì e solo lì, tutta intera. Puoi averne un’idea dallo sguardo, dal riflesso degli occhi. Dal lampo che illumina il volto e lo ricama nei solchi, rilevandone le sofferenze una per una: quelle evidenti e le altre, nascoste, non meno sincere. Ma se cerchi la forza - dirompente - è nelle mani che puoi trovarla, solo lì. Mani che sfiorano, accarezzano, stringono. La potenza del mondo abita le estremità del corpo. Anche quando il cuore è sul punto di cedere, sono le mani a donare energia, a infondere potenza. Pienamente. Questa è la storia di un vuoto cosmico che nulla mai potrà colmare. Questa è la storia di Melissa. Dell’amore dei suoi genitori. Delle loro mani che si cercano. Unico approdo al mondo, per loro naufraghi.

“Sarà la storia di domenica. Si apre la settimana del ricordo”. Il 19 maggio, sabato prossimo, saranno sei anni. Appuntamenti e celebrazioni. Perciò nuovo dolore. Le emozioni azzerano il tempo trascorso. Si ritornerà lì, davanti all’Istituto Morvillo Falcone di Brindisi, alle 7,42 di quella mattina. All’esplosione, improvvisa, devastante, poco prima della campanella. Al delirio stragista di un uomo - un imprenditore - sceso in guerra contro lo Stato, vigliacco quanto basta per scegliere una scuola come obiettivo e delle ragazze come facile bersaglio. Una uccisa, molte altre ferite. Azzurra, Selena, le sue amiche del cuore... L’ergastolo ha cancellato l’assassino dalla faccia della terra; la moglie ha divorziato; le figlie cambiato cognome. Non vale neanche la pena menzionarne il nome. Eppure non si può dire capitolo chiuso. Non si potrà mai. E domenica, questa domenica, oggi insomma, è la festa della mamma. La domenica di un cuore trafitto e colpito a morte. La domenica di Rita Muri, mamma di Melissa Bassi, sua unica figlia, 15 anni e mezzo quel giorno. Il 19 maggio di sei anni fa.

«Frequentava il secondo anno dell’Istituto professionale per i Servizi sociali. Era bravissima. Quella mattina ci teneva a essere presente in classe. I voti in pagella erano alti, ma aveva la verifica di Psicologia e lei inseguiva il dieci. Il suo sogno, lavorare con i bambini: psicologa infantile, ecco la sua ambizione. Hanno detto che da grande avrebbe voluto fare la stilista, falso: lei si vedeva accanto ai più piccoli. Il futuro era tracciato, sarebbe andata all’università, avrebbe seguito la sua vocazione. È tutto finito. Tutto. Ora vivo per lei. Per portare ovunque il suo nome. Perché nessuno dimentichi. Perché una simile tragedia non accada mai più, né qui né altrove. Ma vivere senza Melissa è una condanna». È una donna minuta, Rita. Parla piano. Ogni parola il distillato di una sofferenza incisa a fuoco nell’anima. Affiora in superficie con durezza. Quasi rabbia trattenuta: non esplode solo per sfinimento. L’urlo di quel giorno le solca ancora il viso, lei così dolce, così disarmata che ti verrebbe solo di stringerla forte. Quella mattina non ce la fece a reggere, troppo dolore. Fu ricoverata. Saltò i funerali di Stato, solenni, nella cattedrale di Mesagne. Poi il ritorno lento alla vita. Se questa è vita.

Le pareti del salotto di casa, all’ingresso, parlano di Melissa. Le foto, i ritratti, i disegni, le sculture, gli omaggi, i ricordi. Tutto. La sua stanza, subito a destra, è rimasta com’era. Il computer. I libri. I peluche. In aggiunta, migliaia di lettere, poesie, attestati arrivati dopo. La casa è al civico 86 della strada che fu via Torre, alle spalle del Comune, e che ora porta il nome della ragazza. Come tante altre cose qui e altrove, a Roma e in giro per l’Italia. Anche a Scampia. Scuole, aule, giardini, piazze. A Copertino, la città del killer, un parco è stato intitolato a lei per decisione dell’amministrazione comunale: era dei Gelsi, ora è di Melissa. «Mi è sempre piaciuto questo nome. Aveva in sé un significato dolcissimo», ricorda la madre. Lo voleva per la sua piccola. E così è stato.

Il papà non c’è. È fuori per lavoro, arriverà a breve. Massimo Bassi ha 54 anni, la moglie 51. In ottobre saranno 25 anni di matrimonio dopo dieci di fidanzamento. Erano al nord, dove lui aveva trovato un’occupazione, quando la bimba è nata, a Carrara, il 26 novembre 1996. Dopo sei mesi la decisione di ritornare a Mesagne, la città di origine. È operaio, nel 2012 lavorava a Taranto. Ha abbandonato quel posto e ne ha trovati altri, più vicini, per non lasciare mai sola la moglie. Accanto a Rita, in attesa che Massimo rincasi, l’avvocato Fernando Orsini: li ha seguiti dall’inizio, assistendoli come legale, aiutandoli come amico. Da allora veglia sulla famiglia. I legami forti qui non mancano. Gli amici, i parenti. Il prete, don Antonio Mitrugno, il parroco della cresima. I magistrati che hanno seguito il caso, Marco Dinapoli, Cataldo Motta, Antonio Maruccia. Gli investigatori. Le amiche, Azzurra Camarda e Selena Greco su tutte, accanto a lei nel momento dell’esplosione, travolte, ustionate, lacerate, ferite ma sopravvissute (hanno promesso che chiameranno Melissa le loro figlie. Azzurra si è già sposata, l’anno scorso: Rita si è affacciata in chiesa, ma cinque minuti e via, emozione troppo forte). E poi don Luigi Ciotti, vicino dal primo momento e qui per un saluto ogni volta che è nei paraggi. Dal corridoio all’improvviso si affaccia Punto. Si chiama così, è un gatto. Il nome è un inganno: pasciuto com’è, potrebbe essere la sintesi dell’intera gamma dei segni di interpunzione. Punto, punto e virgola e due punti... Ma l’origine è un’altra: «Un giorno ce lo siamo ritrovato, piccolino, in auto. Avevamo una Fiat Punto, allora. Da qui il nome. È stato subito il gatto di Melissa. Lei lo ha cresciuto e accudito. Ora lui vive nella sua stanza. La aspetta ancora».

Rita no. Non l’aspetta, va a trovarla. Due volte al giorno. Mattina e pomeriggio. La tomba l’ha costruita Massimo. Lei cura le aiuole, porta da mangiare ai gatti del cimitero. Semplicemente, sta. «Anche Melissa adorava gli animali. Come me...». Silenzio. È un attimo, sembra l’eternità. «Ci parlo, con Melissa. Certo. Tutte le volte. Sempre. Ma senza risposte. Prego solo che il Signore mi tenga salda a lungo nella memoria e nei sensi: di mia figlia ricordo tutto. Ogni passo. Ogni respiro. Ogni parola». Era una ragazza allegra, solare per quanto timida. Da sola riempiva la casa e l’esistenza. «Rideva, cantava, scherzava. Era appassionata di fotografia. Pochi giorni prima aveva espresso un desiderio: un servizio di foto tutto per lei. Non le hanno dato il tempo di farlo. Poi, però, quanti scatti, quante immagini...».

Arriva Massimo. Sa perché siamo qui. Sorride, maschera il dolore. Scherza sulla maglietta sporca. Il pudore ha le sue buone maniere. Si siede. Melissa era la sua principessa. È chiaro. «Viziata dal padre», sottolinea bonariamente la madre. È il gioco delle parti. È sempre così. Dalle pareti, il sorriso della ragazza sembra annuire. Ma anche qui, nessuna risposta. Puoi far finta di nulla, ma la realtà ti sovrasta. Così l’incrocio degli sguardi, tra i genitori, è un lampo: «Sono viva grazie a lui», dice Rita del marito. Vale pure al contrario, si capisce. Il punto di rottura è localizzato tra cuore e cervello, ma i sentimenti sfidano le leggi della fisica: quando tutto porta a credere che il cedimento ci sarà, e sarà pure fragoroso, arriva l’amore. La forza, quella è nelle mani. È evidente. Commovente. Si cercano, si stringono, si sorreggono. La vita vince sempre sulla morte. Però niente perdono. «No, proprio no. Quello mai. In eterno».

Nel settembre 2013 i coniugi Bassi sono stati invitati al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la consegna del diploma di maturità alla memoria di Melissa. «È stata la prima volta che siamo saliti su un aereo - ricorda il padre -. Prima ne avevamo paura. Ora non ci importa più di nulla». Quel giorno, a condurre la cerimonia per l’inaugurazione nazionale dell’anno scolastico, a Roma, c’era Fabrizio Frizzi. Poi è calato il sipario: lo scorso anno, quando in omaggio a Taranto l’evento si è trasferito al sud, in Puglia, presente il successore di Napolitano, Sergio Mattarella, nessun invito. Ci sono rimasti male. Così mamma Rita ha preso carta e penna e ha scritto al capo dello Stato. Quest’anno si rimedia, l’impegno. «Io esigo che Melissa venga ricordata sempre - spiega papà Massimo -. Soprattutto quando si parla di scuola. Lei è una vittima di Stato. Deve essere chiaro. Quella strage è stata compiuta come atto di sfida alle istituzioni. Ed è morta una ragazza, mia figlia».

Diciannove maggio 2012, un sabato. Come il prossimo. Massimo si trovava a Mesagne, occupato a caricare legna per casa. Fu avvisato da alcuni parenti. “A scuola deve essere successo qualcosa”. Corse a Brindisi. Cercò davanti all’istituto. Vide lo scempio, ma non Melissa. Allora si fiondò in ospedale, varcò l’ingresso, si diresse al pronto soccorso, guardò tra le barelle. E sempre gridando un nome, solo uno: Melissa. Rita era a casa. Doveva andare dal parrucchiere. Non aveva acceso la tv, e fu un miracolo - l’unico - nel giorno più nero. Toccò al marito dirle tutto. Rientrò velocemente. «Volevo fermarla». Poteva accadere qualsiasi cosa. Arrivò in tempo. Fu lui a dirglielo. Una sola frase: “Rita... l’abbiamo persa... Abbiamo perso nostra figlia”. Poi il buio.



 
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Domenica 13 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:04