«Il battito cardiaco materno, ascoltato nella prenatalità è il codice ritmico di tutte le arti». Scriveva così nel 1976 Francesco Saverio Dòdaro, che si è spento la scorsa notte a 87 anni e sarà salutato oggi in una cerimonia laica al cimitero di Lecce (ore 15.30).
Il 1976 è l’anno del Movimento di Arte Genetica fondato da Dòdaro dopo una ricerca e un lungo processo di analisi legato a quella dimensione amniotica e luttuosa, frutto alla separazione dalla madre, che è all’origine della psiche e dell’arte. Sono anni in cui soffia un vento rivoluzionario che scompiglia lo scenario artistico salentino, prodotto delle sperimentazioni di una “stupenda generazione” (così la definì Antonio Verri) capace di superare i limiti conservatori di una terra ancorata al passato e di promuovere una dimensione collettiva e partecipata. Due le testate del movimento: «Ghen», pubblicata a Lecce da Dòdaro, e «Ghen Res Extensa Ligu», edita a Genova con la direzione di Rolando Mignani.
Al gruppo aderirono artisti e critici, tra i quali Franco Gelli, Antonio Massari, Ilderosa Laudisa, Carlo Alberto Augieri, Armando Marrocco, Enzo Miglietta, Guido Le Noci, Sandro Greco, Corrado Lorenzo, Raffaele Nigro, Toti Carpentieri e un folto drappello di personalità italiane e straniere legate al mondo dell’arte verbo-visiva e delle avanguardie degli anni Settanta.
Dòdaro era nato a Bari nel 1930 ma il suo desiderio di narrazioni, teatro, poesia, polifonia, pittura, lo aveva portato altrove. Prima a Bologna, poi a Parigi e infine negli anni Cinquanta a Lecce, dove si è concentrata la sua attività di scrittore, critico e artista. Un punto di riferimento nel dibattito culturale salentino e italiano, capace di scardinare codici linguistici ed estetici grazie a una serie pubblicazioni indipendenti e progetti editoriali tra nuovi codici di comunicazione e nuovi canali di diffusione. Dai “Compact Type” (romanzi in tre cartelle), alle “Diapoesitive. Scritture per gli schermi”, testi proiettati sui muri delle strade, alla “Mail Fiction” (romanzi su cartolina), alla “Wall Word”, la collana di romanzi da muro tradotta in giapponese ed esposta all’Hokkaido Museum of Literature, fino alle “Pieghe narrative”, racconti, poesie e testi teatrali pubblicati su dépliant pubblicitari.
Per Antonio Verri Dòdaro era «”il grande vecchio” dell’analisi poetica e della proposta poetica» e il suo approccio alla parola, nutrito dalla ricerca approfondita delle radici sonore ed etimologiche, ha attraversato percorsi clandestini e sperimentali che hanno trovato un terreno di approfondimento, oltre che alle pubblicazioni legate a Ghen, anche in «Violazioni estetiche» (Lecce, 1981), «Scritture» (Parabita, 1989), «Spagine. Scritture infinite» (Caprarica di Lecce, 1989), fino al recente «New page», il movimento letterario fondato nel 2009 che promuove la narrativa, il teatro e la poesia in cento parole da esporre nelle vetrine dei negozi. Dal 2016 la direzione è passata nelle mani di Francesco Aprile giovane scrittore, poeta e critico letterario, con il quale Dòdaro aveva iniziato a collaborare nel 2010.
 

«Illuminante e socratico, contro ogni dogmatismo, sempre al lavoro per gli altri. Così è stato per me Saverio Dòdaro – ricorda Francesco Aprile –. Quando ci siamo incontrati le sue parole erano poche, ma dense di una visione del mondo e una cultura che già chiarivano quale fosse per lui il luogo privilegiato del fare poesia: l’altro, l’alterità. Illuminante e socratico, capace di insegnare coi silenzi, di far maturare e far venire fuori senza imporre nulla. Perché tutto questo? Solo per ricordare a me stesso quanto quelle parole e quei silenzi abbiano fatto crescere intere generazioni, qui, nel Salento».
Una vita costellata da sodalizi intellettuali e artistici, come quello con Edoardo De Candia. Insieme nel 1954 avevano bruciato le opere realizzate fino a quel momento. Non era stato il falò delle vanità ma una catarsi rigenerativa con cui Dòdaro aveva abbandonato la fase post-informale per percorrere la strada della poesia sperimentale.
«Pragmatico eppure visionario, attento osservatore del suo tempo – aggiunge Aprile –, ha saputo tessere rapporti col mondo, facendo del Salento quello che Antonio Verri chiamava “il Salento europeo” e di cui Dòdaro, a detta di Verri, era una delle colonne. Una figura volutamente appartata, per rifiuto di ogni ribalta, che ha donato se stesso agli altri, anteponendo poesia e crescita dei giovani a ogni tornaconto personale. Colpevole soltanto di purezza».


 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sabato 10 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 13:11