Intervista (impossibile) a John Reed. «Ottobre, andiamo. Si fa la rivoluzione»

La rivoluzione d'ottobre (illustrazione di Giulia Tornesello)
Intervistatore: Benvenuto a Lecce, compagno Reed.
Reed: Buongiorno. Mi scusi ma vado di fretta.
I: Dove va? Posso accompagnarla?
R: Faccia pure, vado in stazione.
I: Viaggia leggero vedo. Nemmeno un bagaglio.
R: I bagagli sono già in stazione. Se non fossi un tipo organizzato, viaggiare mi sarebbe gravoso.
I: Lei ha fama di viaggiatore leggendario: Messico, Russia, ogni anfratto d’Europa, molte zone dell’Asia…
R: Non dimentichi che tutti questi viaggi ebbero un denominatore comune: mi portavano in paesi scossi dall’insurrezione rivoluzionaria.
I: Ma lei ci andava da agitatore socialista o da giornalista?
R: Ho vissuto grazie alla mia abilità di descrivere e di analizzare la prima vera lotta di classe globale della storia: agitatore è una parola inventata dai giornali borghesi per squalificare il lavoro politico degli intellettuali tra gli operai. Bisogna fare attenzione alle parole.
I: Senta, leggo che lei però non è nato esattamente in un ambiente proletario. I suoi genitori disponevano di vari servitori, cinesi se non sbaglio.
R: La mia famiglia d’origine era più che benestante. Ma poi si cresce e s’impara a vivere come vogliono indole ed esperienza, non secondo provenienza di classe.
I: Lei è diventato famoso con un fitto reportage sulla Rivoluzione d’ottobre, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, un best seller planetario. È passato un secolo da allora: un tempo sufficiente per una valutazione a freddo.
R: A freddo? Mi viene in mente il gelo dei miei spostamenti in treno per la Russia o le coperte ghiacciate della mia casa moscovita nei giorni in cui non c’era legna per il camino. Rientravo a casa stravolto dalla stanchezza solo a tarda notte, nel gelo. Ma non c’era alcun freddo negli animi. Al contrario: tutto era surriscaldato durante la Rivoluzione: gli umori, le parole, le opinioni.
I: Lei diventa giornalista dopo la laurea ad Harvard, nel 1913, ma poi se ne va a New York, in pieno Greenwich Village.
R: New York era stupenda in quegli anni: una scoperta continua per una persona ingorda di mondo. Vissi la mia bohème in combriccole di artisti e scrittori. Poi però mi imbattei nella povertà e nell’ingiustizia sociale: in quella fase il movimento socialista stava prendendo confidenza con i conflitti e con le lotte operaie. Mi venne naturale schierare la mia penna dalla parte degli sfruttati.
I: Lei è nato nel 1887. Si è laureato ad Harvard nel 1910. Nel 1913 è a New York nella redazione del mensile The masses. Scrive anche per altre testate, e scrive molto. Viene fermato e arrestato varie volte.
R: Cose di poco conto, piuttosto comuni all’epoca. Sappia che in quegli anni era sufficiente anche solo un comizio volante davanti a una fabbrica per finire in cella.
I: Sempre nel 1913 lei si trasferisce per quattro mesi in Messico: è il momento della rivoluzione di Pancho Villa.
R: Adoravo Pancho Villa. Ho visto crescere intorno a lui un esercito di disperati disposti a giocarsi la vita per il pane e la libertà. Ma per voi del 2017, se ho capito bene il dibattito in corso, Pancho Villa non sarebbe che un leader populista, nazionalista e anti-democratico. Invece la rivoluzione di Villa era reale, e forse è proprio questa la rivoluzione: essere disposti a giocarsi la vita per il pane e la libertà.
I: Se è per questo anche lei ha rischiato grosso: durante la prima guerra mondiale fu accusato di spionaggio da due o tre paesi dell’est europeo.
R: Quando scoppiò l’Orribile Guerra scrivevo corrispondenze nate dalla frequentazione dichiarata della parte in lotta per i propri diritti, e poi pubblicavo un libro capace di rievocare le mie esperienze e di metterle a disposizione del movimento degli oppressi. Quando scrivevo disponevo di informazioni di prima mano, e come giornalista avevo accesso a diversi ambienti: era facile pensare che la mia militanza potesse sfociare in spionaggio.
I: Devo dirle la verità: oggi alcune sue frasi suonano un po’ retoriche.
R: Mi è stato riferito che la sinistra ha gravi problemi, e non solo in Italia. Il primo problema è che avete logorato le parole chiave.
I: Mi scusi, ma sono le parole stesse a logorarsi: su di esse agiscono il tempo e la storia.
R: Mi vuole dire che non esistono più gli sfruttati?
I: Non ho detto questo.
R: Guardi: per me le cose sono semplici. Ho potuto vedere le guerre e innamorarmi a Napoli, passare le pallottole della mitragliatrice a Pancho Villa, frequentare bordelli francesi e artisti d’avanguardia, attendere un comunicato dei Soviet fino all’alba per poi scrivere un pezzo, febbricitante. Ho vissuto intensamente e ho visto che l’ingiustizia è sempre e ovunque, e che va combattuta sempre e ovunque.
I: Sembra quasi Che Guevara.
R: Come sa sono scomparso ben prima che lui venisse al mondo. E comunque lui era un medico. Io un giornalista.
I: Reed, la sua vita è stata un lampo durato solo 32 anni.
R: Abbastanza per vedere i dieci giorni che sconvolsero il mondo.
I: Sono passati cent’anni esatti dalla presa del Palazzo d’inverno. Che pensa di ciò che è successo da allora in quel grande paese?
R: Guardi, non so che dirle. Io sono fermo a Lenin e Trotskij. Loro erano simboli di uno sconvolgimento reale, immenso. Ricordo i soldati che tornavano dalle trincee dell’Orribile Guerra. Erano lividi, stremati, affamati. Ma la prima cosa che chiedevano ai soccorritori erano i libri. Le masse volevano sapere, volevano essere all’altezza della rivoluzione che stavano creando.
I: Ha saputo di Stalin?
R: Sì, purtroppo. Immagino che, se fossi vissuto fino al suo avvento, prima o poi anch’io sarei stato liquidato, probabilmente con l’accusa di trotskismo. Non dimentichi che io ero molto diretto con le persone, e se avevo dubbi chiedevo e richiedevo. D’altronde, credo che me la passerei male anche in un paese con a capo Donald Trump. Insomma, quello che le voglio dire è che l’Unione Sovietica si sarà pure rivelata un disastro, ma le cose in Occidente non mi sembrano filare lisce.
I: Eccoci in stazione. Buon compleanno, Reed. Un’indicazione finale?
R: Siate affamati di giustizia sociale! Siate folli di entusiasmo rivoluzionario!
I: Cosa sarebbe: soviet + Steve Jobs?
R: Non conosco questo compagno, mi spiace. Io vado: l’aria della bella Taranto mi aspetta.
I: Da quanto non ci passa?
R: Saranno circa 103 anni.
I: Ah. Buona fortuna, John Reed.





Nota a piè di pagina:
I giorni che sconvolsero il mondo. E il calendario
 
In Russia, nel 1917, vigeva il calendario giuliano. Ciò spiega perché la Rivoluzione russa nel suo acme insurrezionale sia stata detta “Rivoluzione d’ottobre”: in Occidente il calendario segnava le date del 7 e 8 novembre, mentre a Mosca le date erano 25 e 26 di ottobre. John Reed si trovava a Pietrogrado (oggi San Pietroburgo, già Leningrado) quando si verificò la celeberrima presa del Palazzo d’inverno da parte di operai e soldati in rivolta. La Rivoluzione era in realtà iniziata nel febbraio 1917, con la rimozione dello zar e l’istituzione di un governo provvisorio presieduto dal moderato Kerenskij. Con la sommossa organizzata nel novembre 1917 dai bolscevichi, Kerenskij venne a sua volta rimosso e si inaugurò il governo del paese da parte del Partito Comunista di Lenin. All’atto di proclamazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche scoppiò una lunga guerra civile, che si concluse definitivamente nel 1923, con la sconfitta dei “Bianchi”, cioè delle forze nostalgiche dello zarismo. Nel libro di John Reed “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” si racconta in modo avvincente (e dichiaratamente schierato) la frenesia dei giorni-chiave della Rivoluzione d’ottobre.









 
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Domenica 22 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:45