Bauman, il teorico della postmodernità

Bauman, il teorico della postmodernità
Novantuno anni è la durata di una lunga vita nel nostro mondo e nel nostro tempo, quindi la commozione per la morte di Zygmunt Bauman, nato a Poznan in Polonia nel 1925, non è dovuta alla sua scomparsa prematura. La causa del dispiacere viene principalmente dall’originalità del pensiero di Bauman e dal suo impatto con la nostra epoca, che il sociologo ha cercato di osservare senza piaggerie e senza farsi abbagliare dagli illusionismi dell’apparenza tecnologica. Quando il pensiero dominante, dopo il crollo del Muro di Berlino, aveva dichiarato finita la Storia, Bauman ha guardato al di là delle grandi dighe del capitalismo globale (fine del comunismo, fine della lotta di classe, fine della società, libertà e trionfo dell’individuo) e ha visto crepe, nel cemento ideologico delle dighe, che si allargavano. Dai buchi usciva, liquidamente, la sensazione spiacevole della precarietà, dell’insicurezza, dell’inadeguatezza, della nuova mercificazione tecnologica di massa.

Bauman è stato uno spirito inquieto la cui famiglia (ebraica ma non osservante, come ripetono le biografie on line) scappò dalla Polonia nella Russia comunista per sfuggire al nazismo, poi fu giovanissimo soldato dell’Armata rossa, quindi intellettuale non amato dal regime comunista polacco e accolto in Israele e infine in Gran Bretagna, dove l’Università di Leeds ha beneficiato per due decenni dei suoi studi e delle sue ricerche quando, ormai signore di una certa età, si fece conoscere universalmente per i suoi lavori di interpretazione sociale della modernità. C’è chi ha pensato che Bauman sia stato solo il coniatore della famosa formula della “modernità liquida”, quasi una specie di fortunato e casuale copywriter della sociologia. È un’impressione completamente sbagliata: il nutrito mazzo di volumi che, a partire da Liquid Modernity (2000), è a disposizione del lettore come dispiegamento dell’indagine di Bauman utilizzando l’etichetta teorica della liquidità, è stato preceduto da un impressionante numero di lavori di valore e di livello quantomeno comparabile. Si potrebbe cominciare con un saggio ponderoso uscito nel 1964, Sociology for Everyday Life, una sociologia della vita quotidiana che conteneva indicazioni incalzanti per riumanizzare la discussione sulla politica e sulla politicità della vita di ogni giorno, riflessioni poco stimolate dall’università di regime in Polonia in piena guerra fredda. Oppure le sue ricerche sul sindacalismo inglese e il Labour, che gli consentirono di contare sugli inviti a convegni internazionali in Europa, e di farsi conoscere dai colleghi occidentali. Oppure ancora il possente lavoro di decostruzione sociologica della Shoah, uscito proprio nel fatidico 1989 (Modernity and the Holocaust) e tradotto tre anni dopo anche in Italia: un libro in cui il sociologo si interroga su che cosa abbia reso possibile il successo del nazismo e le sue conseguenze, e – in modo paziente e argomentato – smonta la tesi di una eccezionalità storica dell’evento e annoda gli argomenti così da rendere trasparente il legame tra modernità e orrore. Non era tuttavia uomo apocalittico, Bauman. Anzi, la sua sorprendente vitalità è stata per decenni al servizio di un pensiero critico che aveva bisogno di confronto, di dibattito, di parola. Proprio a questo suo non ritrarsi di fronte alla necessità di prendere pubblicamente posizione i sociologi dell’Università del Salento dedicarono il passaggio principale di una lettera collettiva a Bauman in occasione della laurea honoris causa rilasciata al sociologo nel 2015. Non dimentichiamo che le autorità universitarie polacche del regime comunista ostacolarono la sua carriera accademica e che in seguito Bauman fu privato anche della cittadinanza. Divenne un apolide, come le moltitudini di cui parla nei suoi ultimi libri, prive di identità burocratica e gettate nel flusso delle migrazioni. Paradossalmente, è proprio con i suoi lavori così critici verso la modernità liquida e il capitalismo della globalizzazione che si è guadagnato la neo-cittadinanza inglese e quella, restituita, della sua Polonia.

Bauman ha anche resistito all’ondata di banalizzazione che quasi sempre segue il successo di uno scienziato sociale: i molti libri a suo nome che affollano i (pochi) scaffali di scienze sociali delle librerie vengono registrati da alcuni come un sapere risaputo e riciclaggio editoriale. D’altronde il lettore realmente interessato è perfettamente in grado di cogliere la differenza tra un’opera di ampio respiro e la fuggevole istantaneità dell’ennesima intervista confezionata per un acquisto natalizio. Bauman era ed è molto letto in tutto il mondo: la sua scrittura tuttavia non è mai frivola, e non cerca di lusingare il lettore. Le sue caratteristiche principali sono la nitidezza e la multiformità delle fonti, spesso esterne alla tradizione sociologica. Bauman si è confrontato con i classici del marxismo e con le identità di classe nell’epoca della guerra fredda, ha colto nei processi di globalizzazione le avvisaglie di un nuovo mondo, e ne ha voluto guardare le carte. Ha scoperto, come il nostro Luciano Gallino, anch’egli scomparso da poco in tarda età, che la lotta di classe ha il carattere rovesciato di un’aggressione delle nuove élite tecnologiche e della politica alla dilatazione post-guerra del Welfare; si è reso conto che tutti i valori umani (amore, amicizia, lavoro, profitto) sono stati centrifugati e resi liquidi e consumabili, alzando l’asticella della competizione e della sopravvivenza moderna in modo violento e scriteriato. Pur provenendo da un pensiero teorico che riconosceva poca o nulla valenza all’ambiente, negli ultimi decenni è stato un’autorevole voce ecologista, particolarmente attenta a stimolare la sensibilità dei giovani sui temi ambientali.

Al di là dei suoi meriti di studio e ricerca, Bauman è stato anche un’icona: la sua faccia segnata dal tempo e i suoi capelli bianchi da “scienziato pazzo” ne facevano un personaggio popolare, sempre in grado di intercettare il bisogno collettivo di interpretazioni e di esprimerlo attraverso non solo le sue parole, ma il suo stesso corpo. Quando venne a Lecce mi colpì il suo modo di muoversi e di gesticolare veloce, quasi giovanile. Quando una persona anziana dimostra vitalità e passione per ciò che dice e fa, chi ha la fortuna di incontrarla è come se fosse messa a conoscenza di un segreto: cercare le connessioni tra le cose implica irrequietezza, movimento, dinamismo, contrasti, sconfitte, riconoscimenti, amicizie, amori. Cioè il segreto della vita, e della sua possibile eterna giovinezza mentale. Eterna forse no, ma lunga e affascinante certamente sì.
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Martedì 10 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 09:01