Due patrioti salentini alla corte di Mazzini

Due patrioti salentini alla corte di Mazzini
Anno Domini 1818, esattamente due secoli fa. Sono trascorsi tre anni dal Congresso di Vienna durante il quale, dopo la sconfitta di Napoleone si è data una nuova sistemazione all’Europa.
A Gallipoli il contingente militare francese che aveva presidiato il Castello era stato sostituito con un contingente borbonico… il 16 febbraio fu firmato il nuovo Concordato tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli in cui la politica ecclesiastica ebbe una svolta conservatrice, e a tal proposito lo storico napoletano Pietro Colletta scriverà: “Il decoro del re, il bene dei popoli, lo sforzo di cento ingegni, i progressi filosofici di cento anni perirono in solo giorno”.
Fu proprio in quell’anno, il 1818, che a Gallipoli, a distanza di quattro giorni l’uno dall’altro, nacquero due dei più illustri patrioti mazziniani salentini: Antonietta De Pace e Bonaventura Mazzarella.
Legate da rapporti di amicizia, le loro famiglie si frequentavano e si incontravano nel villino estivo Camerelle, in territorio di Villa Picciotti, dove si riunivano gli affiliati alla carboneria. Sin dalla loro adolescenza Antonietta e Bonaventura percepirono così le opinioni dei vivaci patrioti gallipolini, prima carbonari e poi mazziniani.
“Fin dalla prima infanzia era nata in me la decisione di dedicare la mia vita alla causa italiana - racconterà Antonietta De Pace - e il mio impegno nel difendere i principi della democrazia assorbirono tutto il mio tempo. Ero soprattutto una donna anticonformista che ruppi, con convinzione e per scelta, gli schemi abituali in cui era racchiuso l’universo femminile”.
Nel frattempo, nel 1833, Epaminonda Valentino, figlio del gallipolino Vito, era tornato da Napoli e aveva introdotto nel Salento la “Giovane Italia”. Antonietta, giovanissima aveva aderito.
Bonaventura Mazzarella, amico d’infanzia di Antonietta, aderì anche lui alla Giovane Italia giovanissimo e nel 1835 si trasferì a Napoli dove di laureò in legge. Tornato a Gallipoli, nel 1847 dopo aver superato un concorso di Giudice Regio, fu trasferito a Novoli, dove fondò una Famiglia della Giovane Italia.
Egli si rese subito conto della realtà sociale del Salento di quegli anni. Ecco alcuni passi di una lettera che inviò a Giuseppe Colonna, Intendente di Terra d’Otranto: “Giudice di un piccolo circondario, io oso reclamare l’attenzione di Lei, e forse i bisogni che sporrò sono comuni a tutta la provincia. Le parlerò, Signore, di esigenze attuali ed importanti, le quali non riflettono solamente il lato economico, ma che interessano in buona parte la dignità del cittadino. Qui non vi sono prigioni che per poco prestar si possano al benché minimo sistema penitenziario. Io vivo in mezzo ad impiegati, tutti poveri, è nella dignità del Governo tener funzionari che debbano pitoccar per vivere? Non si sa forse che ha del miracolo il mantenersi onesto nella miseria? Utile sarebbe che nel bilancio comunale si aumentassero i fondi per le opere pubbliche… e la fondazione di una Cassa di Risparmio per sopperire nelle stagioni scarse di lavoro per i contadini che improvvidi dell’avvenire consumano la mercede del lavoro”.
 
Intanto gli avvenimenti politici precipitavano. Il re Ferdinando II concesse la Costituzione il 29 gennaio 1848 con la segreta intenzione di abrogarla alla prima occasione. Il 15 maggio scoppiarono i dissensi fra il re ed i liberali. A Napoli si alzarono le barricate e ci fu l’eccidio dei patrioti. La notizia giunse a Lecce e nel Salento la sera del 18 maggio. Ecco allora le parole indirizzate dal Mazzarella da Novoli al Procuratore Generale del Re in Terra d’Otranto: “Signore una strage, siane stata qualunque la causa, si è consumata a Napoli. Stimo quindi mio dovere dimettermi dalla carica”.
L’intera Terra d’Otranto insorse. A Lecce si costituì il Circolo Patriottico Provinciale con a capo Mazzarella. A Gallipoli il Circolo Patriottico locale espugnò il castello. Il moto si spense con l’arrivo delle truppe borboniche. Mazzarella fu condannato a morte in contumacia nel 1851 e si rifugiò a Torino dove entrò a far parte della Chiesa Valdese di cui divenne un attivo predicatore. Nel 1860, dopo amnistia concessa dal re Francesco II tornò a Novoli dove costituì le commissioni per l’arruolamento dei garibaldini. Ma qui fu colpito da una grave forma di epilessia che non lo abbandonerà. Dopo l’Unità d’Italia dal 1865 al 1882, anno della sua morte, fu tra i deputati evangelici al Parlamento.
Antonietta De Pace invece nel 1850 si trasferì a Napoli con la sorella Maria Rosa e i nipoti. Qui si unì ai patrioti che agivano in Campania ed in Puglia. Nella capitale strinse rapporti con i carbonari e i mazziniani, fra cui il tarantino Nicola Mignogna. Fu arrestata dalla polizia borbonica nell’agosto del 1855 e l’anno successivo, 1856, a Castel Capuano ebbe inizio il processo a carico di Nicola Mignogna, Antonietta De Pace e nove altri imputati. Durante tutto il processo Antonietta tenne testa alla corte opponendo giustificazioni plausibili al suo operato. Il Pubblico Ministero chiese pene durissime: la condanna a morte per Nicola Mignogna e il carcere a vita per la De Pace. Ma Antonietta fu assolta e affidata alla tutela del cugino Giovanni Rissi, barone di Caprarica, paese dove rimase fino al 1859. In questo periodo fondò con i patrioti mazziniani il Comitato politico femminile che contribuì alla raccolta di fondi per la spedizione dei Mille.
L’Unità d’Italia era ormai alle porte: ai primi di settembre del 1860 Antonietta insieme a Beniamino Marciano si recò a Salerno per incontrare Garibaldi e il 7 settembre dalla stazione di Vietri Garibaldi in treno giunse a Napoli, dove fece il suo trionfale ingresso.
“Caro Generale vi ringrazio per essere giunto a liberare il Mezzogiorno dalla tirannia borbonica”, disse Antonietta vestita con i colori della bandiera italiana. Il dittatore la baciò dicendole: “Sono felice di essere venuto a spezzare le catene a un popolo generoso”.
Garibaldi, in virtù del valore dimostrato, le affidò la guida dell’Ospedale di Gesù e le assegnò una pensione di venticinque ducati al mese come riconoscimento delle sofferenze patite per la causa nazionale. Antonietta De Pace si dedicò così, insieme al marito nominato assessore alla Pubblica Istruzione di Napoli, all’attività educativa.
Nel 1884, per sfuggire all’epidemia di colera, i due coniugi fecero ritorno a Gallipoli e vi rimasero per un breve periodo finché, passato il pericolo, rientrarono a Napoli dove il 4 aprile del 1893 Antonietta De Pace morì per le conseguenze di una violenta bronchite.
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Sabato 17 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18-02-2018 17:08