Edoardo, amore e odio
genio e follia artistica

Edoardo De Candia è uno di quei personaggi entrati ormai stabilmente nella mitografia leccese. Sono in molti a ricordarlo mentre percorreva a piedi la strada che da Lecce conduce a San Cataldo, o seminudo su quella stessa spiaggia, osservato da tutti con bonario sospetto affinché non si avvicinasse troppo ai bambini. Per molti è stato un disadattato, un folle, una persona da tenere alla larga. Pochi in città si sono accorti di lui e della sua arte. Egli stesso forse oggi non crederebbe ai suoi occhi nel vedere molte delle sue opere raccolte in una grande antologica nel Complesso di San Francesco della Scarpa. Forse ci riderebbe su, mostrando compiaciuto quel sorriso sdentato, frutto di una vita di sofferenze ma anche di una serenità interiore che solo l’arte era riuscito a dargli.
“Edoardo De Candia. Amo.Odio.Oro” è il titolo della mostra, curata da Lorenzo Madaro e Brizia Minerva, che Regione e Provincia, di concerto con altre istituzioni culturali, hanno voluto dedicargli. Un percorso filologico ed emozionale insieme che tenta di coniugare le necessità di ricerca alla vita dell’outsider. Precipuo obiettivo della rassegna, la prima dopo la morte, avvenuta esattamente venticinque anni fa, il 6 luglio 1992, è infatti quello di disancorare la figura dell’artista da quella del personaggio al fine di ricollocarne la produzione nel più generale alveo della pittura contemporanea, fino a comprenderne appieno debiti stilistici e stacchi speculativi.
Inaugurata il 7 luglio con un’insolita preview, aprirà al pubblico i battenti oggi alle 20.30. Simile a un verso poetico, una vera e propria allitterazione, il titolo è tratto da un trittico realizzato dall’artista negli anni Settanta, in un momento di sperimentazione verbo-visiva, quando rinchiuso in manicomio sente forte il bisogno di comunicare, con la parola e con il pennello, adottando il lettering come mezzo espressivo totalizzante e persuasivo. Un titolo assai efficace, che sembra tener conto del rapporto ambiguo e contrastato, di amore e odio appunto, con la città, la cui immagine sembra essere sintetizzata nella nota cromatica dell’oro, il colore della pietra leccese quando è illuminata dal sole.
Oltre cento opere tra tempere su carta, tele, acquerelli, disegni a china e tecniche miste, realizzate tra gli anni Cinquanta e Ottanta, tutte di collezioni private, illustrano il tracciato di un artista fuori dagli schemi ma non incomprensibile se osservato con uno sguardo d’insieme. Dai primi, rarissimi lavori figurativi, quando ancora forte appare l’influsso di una formazione tradizionale compiuta nelle botteghe cartapestaie e soprattutto presso Michele Massari, ai disegni erotici degli anni Ottanta, molti dei quali eseguiti su commissione di Francesco Saverio Dodaro, che negli anni Ottanta voleva farne una mostra a Milano, mai realizzata. Seguono a ritmo incessante il celebre falò di opere del 1954, gesto catartico, di rinascita e di ripartenza, autenticamente teatrale e quasi fluxus, le amicizie con Antonio e Anna Maria Massari, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Tonino Caputo, Carmelo Bene, Ugo Tapparini, Ercole Pignatelli e tanti altri, le ricerche trasfigurative, sia astrattiste (di cui la mostra presenta due inedite composizione degli anni Cinquanta) che espressioniste (queste ultime nettamente maggioritarie, tanto da fargli guadagnare l’epiteto di “Matisse salentino”), i viaggi a Roma, a Milano, a Londra, ma anche le cocenti delusioni, i ricoveri in manicomio, la solitudine, la passione per l’alcol, segnali questi ultimi di una vita da asociale, da persona problematica, da incompreso diremmo oggi.
 

 
Paesaggi, marine, finestre, alberi, parole e tanti nudi, l’universo iconico di De Candia è puntualmente ripercorso, introdotto da un’ampia sezione documentaria con molte foto inedite che contribuiscono non poco a conoscere il personaggio e il suo milieu culturale. Nella navata centrale una lunga teoria di opere su cartoncino, tutte della stessa misura, rivela al contempo la prolificità dall’artista ma anche la serialità di certa sua produzione, specialmente tarda, spesso eseguita in maniera eccessivamente corsiva, quando non sbrigativa, per guadagnarsi la bevuta quotidiana, ma non per questo priva d’interesse se approcciata con i dovuti criteri selettivi. Alcol e pittura erano per lui forme consolatorie, possibilità evasive da un contesto storico-geografico troppo irreggimentato per una mente libera come la sua.
Nelle cappelle e nella sala successiva, simili a pale d’altare (l’opera-manifesto è una rara rappresentazione della Vergine su tela centinata) vi sono i nudi, specialmente di donne, rappresentate di schiena, sdraiate, di profilo, con gambe aperte e pose ardite, tra eros e romanticismo. Nudi abbozzati rapidamente con un tratto unico e continuo come in preda a un raptus espressivo, a tratti potentissimi, come l’autoritratto in veste di Cristo, di proprietà del Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”, vera e propria icona laica posta sull’altare maggiore, monito per gli spettatori e punto focale dell’allestimento.
Una mostra complessa, per certi versi coraggiosa, che ambisce a slegare la figura di De Candia dallo stereotipo dell’artista pazzo, del binomio genio e sregolatezza, per ricondurla alla pura sfera artistica, entro cui valutare, con correttezza e puntualità filologica, la sua esperienza pittorica alla luce di avvenimenti artistici nazionali ed internazionali. Un artista legato alla sua città ma non esauribile nella sola visione che di lui essa si era fatta. Una mostra che, esattamente come la produzione, potrà non incontrare il favore di tutti, molti probabilmente non ne coglieranno la necessità continuando a incasellarla solo ed esclusivamente nella presunta follia dell’autore, ma che finalmente restituisce la figura dell’artista al suo pubblico. A quest’ultimo, oggi come ieri, il compito di valutarlo, di apprezzarlo, con la consapevolezza che Edoardo, anche dopo la sua morte, lo si odia o lo si ama, di certo non lascia indifferenti.
 
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Lunedì 10 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:02