«Innamorata del Salento I libri? Sensuali e immortali»

«Innamorata del Salento I libri? Sensuali e immortali»
Lieve, sorridente, gentile. L’italiano appena sporcato dalla sua lingua madre, il tedesco. E poi sorriso e battuta sempre pronti, sempre seducenti. Perché Inge Schöenthal Feltrinelli, vedova di Giangiacomo e madre di Carlo, editrice lo era anche quando per pubblicare un libro ci volevano nove mesi e conquistare un autore richiedeva pazienza e attitudine alla conquista. Doti che questa signora elegante di 83 anni, dai capelli vaporosi e rosso fuoco come rosso è il colore di Feltrinelli nel mondo, possiede e maneggia con disinvoltura e leggerezza.

«Posso dirle una cosa in anticipo?», chiede senza nemmeno lasciare tempo alle presentazioni. Dica pure. «Io sono innamorata del Salento, ci vengo da 15 anni ospite di alcuni amici a Specchia. E sono innamorata dei vostri olivi. Gli olivi sono come i libri: ognuno di loro ha un volto, una storia». E di storie, nella nuova libreria Feltrinelli a Lecce ce ne saranno 20mila, tante quanti sono i volumi distribuiti sugli scaffali dell’edificio di via Templari, al civico 9, là dove prima c’era la banca Monte dei Paschi.

È innamorata del Salento: l’inaugurazione di giovedì prossimo sarà l’ultimo atto di un corteggiamento amoroso?

«Più o meno, sì. Abbiamo una libreria anche a Bari, che è stata ed è punto di riferimento del mondo culturale nuovo e vecchio e di quello universitario pugliese. Dopo la chiusura, abbiamo intercettato tutta la clientela di Laterza, con il quale abbiamo ottimi rapporti. Ma i leccesi a Bari non ci vanno. “A Bari? Macché – dicono – andiamo a Roma”. Non amano Bari. E bisogna dire, in effetti, che Lecce è molto più bella».

I baresi non apprezzeranno.

«Lo so, ma è oggettivo: Lecce è una città più raffinata. Più bella di Bari. Abbiamo già un piccolo franchising che funziona abbastanza bene, ma il nostro sogno era questo. Uno store dedicato a Lecce, città colta, raffinata, sofisticata. Abitata da borghesi illuminati, che leggono molto, che apprezzano il gusto del bello. Senta, come sta quella bella libreria nel centro storico?».

Liberrima?

«Sì, Liberrima. Come stanno quei ragazzi? Sono bravi e simpatici sa? Non è il nostro stile, è più casalingo, ma funziona bene come libreria della città. Ha una sua ragione d’essere».

(All’altro capo del telefono, il trillo di un cellulare. «Mi scusi un attimo», dice Inge. E risponde: «Sì, Natalia, sì stiamo aprendo una libreria a Lecce». Riappende. «Era Natalia Aspesi, anche lei adora il Salento»). 

Torniamo ai leccesi e ai libri. Ai pugliesi che scrivono libri per la precisione. Carofiglio, Lattanzi, Nigro, Desiati. Sono tutti autori scelti e pubblicati da Rizzoli, Einaudi, Mondadori. È un caso o una scelta che Feltrinelli non ne conti poi molti di scrittori delle nostre parti?

«È solo un caso. Non siamo per nulla sciovinisti, né settari. Feltrinelli è internazionale e cosmopolita soprattutto. Pensi che pubblichiamo persino un libro in Afghanistan».

"Bisogna dare alla gente più tempo per leggere, dargli anche il sabato oltre alla domenica per riposarsi e distrarsi. E bisogna continuare ad elevare il livello di vita del popolo italiano". A rileggere oggi questa frase di suo marito Giangiacomo pare avere una portata rivoluzionaria forse ancora maggiore di allora, non crede?

«Assolutamente sì. Oggi c’è troppo poco tempo per leggere. Troppo poco e concentrato. E a peggiorare le cose c’è anche la televisione, che rende tutto più facile, il cervello non deve lavorare mai. Trovo sia una delle derive di questo berlusconismo totale che ci ha travolti».

Lei è ebrea per parte di padre. Cosa pensa delle dichiarazioni di Berlusconi? «I miei figli – ha detto – si sentono come gli ebrei sotto Hitler».

«Sono affermazioni di una volgarità inaudita. Arrivo dalla Germania, mio padre era ebreo. Sono quasi coetanea di Anne Frank, lei aveva appena due anni più di me. Quelle parole le ho trovate oscene e vergognose. Ma la verità è che ormai Berlusconi è out, non capisce più nulla e non se ne rende nemmeno conto».

Come conobbe suo marito Giangiacomo?

«Lo incontrai per la prima volta nella casa editrice di Hemingway ad Amburgo. Era il 14 luglio 1958. Giangiacomo era un uomo affascinante, timido. E parlava perfettamente tedesco, inglese, francese, spagnolo. Aveva bellissimi baffi e fumava troppo. Sigarette “Senior Service”, britanniche. Arrivai a Milano che ero già sua moglie, la sua terza moglie».

Ed era una fotoreporter già affermata. Siamo alla fine degli anni ’50: sarà stata un simbolo di emancipazione per le donne e l’Italia di allora.

«Sono stata aiutata molto. Una volta a Milano, Elio Vittorini e con lui molti altri scrittori meridionali mi hanno preso sotto la loro ala protettrice e la loro “tutela”, diciamo così. È con loro che ci ritrovavamo tutti i giorni nella libreria Einaudi. Da allora è passato tanto tempo, ma le donne italiane restano molto migliori degli uomini. Sono coraggiose, guardano avanti. Mi spiace solo che non ci siano ministre alla loro altezza, ministre più capaci».

E-book e self-publishing – dicono gli esperti – sono la nuova frontiera dell’editoria. È convinta anche lei che la carta e i libri finiranno in soffitta?

«Il libro vive da circa 500 anni, è nato con Gutenberg (che il caso vuole sia tedesco proprio come Inge ndr) ed ha vissuto indisturbato fino ad oggi. E poi è un oggetto molto sensuale, profumato, delicato. Non morirà, ne sono certa, anche perché non si può scrivere una dedica su un e-book».

E quindi quale crede sarà il futuro dell’editoria?

«L’editoria dovrà varcare nuove frontiere. Come già fa oggi con l’enogastronomia. Il nostro ristorante in piazza Gae Aulenti a Milano è sempre pieno, fino a mezzanotte. I libri si abbinano bene al cibo e anche il vino».

Glielo ha suggerito Hemingway?

«(Ride) Beh, si può dire così. Anche se quand’eravamo a Cuba lui preferiva soprattutto Daiquiri e Mojitos». 
 
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Giovedì 20 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:57