Heller, la filosofia nel Paradosso Europa

Heller, la filosofia nel Paradosso Europa
La filosofa sarà ospite domani, giovedì 19 aprile, presso l'ateneo leccese (Studium 2000)

Agnes Heller è una delle più note filosofe contemporanee. Se dicessimo che ha dato un contributo decisivo allo sviluppo della filosofia morale del ventesimo secolo, faremmo un torto a lei e a quanti e quante, donne soprattutto, lavorano con passione e competenza oltre quei confini disciplinari, che servono per vincere o essere esclusi da concorsi e accademie, e non certo per costruire percorsi di pensiero critico e libertà vissuta. Perché infatti proprio questa libertà di pensiero, questa pratica di un pensiero politico forte, supportata da grandi e intelligenti letture, Agnes Heller l’ha pagata a caro prezzo. Infatti, già nel 1959 fu espulsa dall’università e poi anche dal partito comunista ungherese per aver sostenuto «le idee false e revisioniste» del suo maestro, Gyorgy Lukács che, contro ogni dogmatismo, insegnava invece a cercare i fondamenti di un sapere non legato solo al metodo dialettico e proponeva nella storia e coscienza di classe una via d’uscita dall’alienazione umana nella società capitalistica.
La giovane filosofa fu costretta ad insegnare in una scuola media mentre i suoi scritti furono sottoposti al veto di pubblicazione. Non fu possibile, però, tenerla lontana dalla ricerca e dall’università, perché la sua attenzione ai “bisogni radicali” (intesi come il vero terreno di scontro tra soggettività e potere) insieme al richiamo costante alla “rivoluzione della vita quotidiana”, la fecero riconoscere come la punta più avanzata del “dissenso” non solo nei Paesi dell’est europeo. Il suo è stato sempre un impegno rivoluzionario anticapitalista che ha preso le mosse dalla volontà di superare i rapporti di subordinazione e di dominio in direzione della libertà. Una libertà che non è mai trasgressione morale, ma che si misura con le procedure giuste, che costituiscono la libertà ottimale, e sa mantenersi a distanza da quella libertà assoluta che deifica gli individui in quanto individui e rinuncia a tutti i legami umani costituiti dalla reciprocità. Perché, scriveva nell’87 già vedendo gli sviluppi del neoliberalismo, l’autonomia assoluta dell’individuo non limitato nell’azione e nel comportamento da alcun tipo di autorità, non è solo una chimera, ma è anche pericolosa.
Sempre pronta a denunciare le deviazioni della politica, nel 1968 la sua protesta contro i carri-armati sovietici in Cecoslovacchia, le costò di nuovo il licenziamento dall’Accademia. E’ poi tornata a insegnare in università, ma lontano dalla sua Ungheria: in Australia e poi alla New School di New York, dove ha insegnato anche Hannah Arendt.
Tutti i suoi scritti, e sono tanti anche quelli tradotti in italiano, sono ancora di grande attualità per l’impegno etico e per l’interesse politico-antropologico che li pervade. Partendo, infatti, dall’analisi socio-politica del Novecento e dagli eventi devastanti del totalitarismo, che visse in prima persona, Heller ha ricercato gli effetti del fallimento della politica nella perdita di tensione e di attenzione verso l’umanità che la politica ha accumulato. Da qui la decisione di mettere al centro del suo progetto filosofico la “vita quotidiana” nella sua concretezza e nella caducità dei suoi “bisogni” e desideri.
Riprendendo criticamente il pensiero classico, Aristotele e Kant in particolare, Heller ha inteso rispondere alle esigenze della modernità e ha posto al primo posto la relazione che permette di poter stabilire rapporti di reciprocità in una realtà pluralistica. I suoi testi ci insegnano infatti che non sono gli universalismi formali e astratti che nutrono le norme e le regole comuni, ma che sono le relazioni che, senza eliminare le differenze, ci permettono di vivere bene nel mondo comune. In tal modo, ha fatto perdere alla filosofia il suo carattere puramente speculativo per farla diventare pratica politica comprensiva del presente, rivisitazione dei luoghi della soggettività e ripresa di due valori fondamentali: la libertà e la vita, nel cui spazio soltanto è possibile creare quelle condizioni di una “vita buona” che sono oltre la giustizia, come recita il titolo del suo testo del 1987, tradotto in italiano nel 1990, e certamente tra i più letti dalla mia generazione.
Inquadrata così, la morale non costituisce una sfera, un’etica, magari a doppio binario - come ebbe a dire don Tonino Bello - è, invece, interiorizzazione dei legami sociali e delle pratiche politiche, e per ciò richiede continuamente una scelta esistenziale, quella che il soggetto fa, semplicemente perché sceglie la rettitudine, e che quindi lo pone “oltre” la giustizia. Un “Oltre” che non è un “altro da”, e nemmeno un “superamento”, ma semplicemente un oltre come “un di più” di giustizia. Quel di più che non si perde nei formalismi delle regole e delle carte che possono essere sistemate e messe a posto all’occorrenza.
L’oltre mette in gioco e trascende: è la trascendenza delle regole, nel senso che non è possibile oggettivarle completamente. E’ la messa in gioco nella vita quotidiana, spazio nel quale ogni singolo, ogni singola, può riprodurre la società, ma soltanto in quanto singolarità ha un posto e una funzione nella società.
Il limite costituito dal vissuto soggettivo della quotidianità è superato dalle forme in cui essa si esprime: il lavoro, la religione, la politica, la scienza, l’arte, la filosofia e la morale. Sono queste che costituiscono forma e contenuto generali e attribuiscono senso a qualunque azione.
Come la scelta fonda la persona, che è sempre libera, l’amore, che è sempre libero atto, fonda la rettitudine. Heller intende l’amore non come una emozione, ma come un principio generale che include numerose emozioni. Si mostra nella carità, nella comprensione, nell’attrazione, nella manifestazione di un bisogno o di un desiderio, nell’amicizia, nel rispetto, nell’adorazione, nell’empatia, nella simpatia. L’amore, che esprime la parte più intima del soggetto, rende la morale personale. Ed è proprio questo elemento “personale” che contraddistingue la relazione in tutte le sue forme e tipologie. Il rispetto, invece, che è legato al merito o al ruolo, non ha nulla di personale e quindi non ha nulla di relazionale. Solo nella relazione si può stabilire un legame umano, che è ciò che lega ogni persona a un’altra e permette di superare le difficoltà di adattamento, le insoddisfazioni, le nevrosi, le disperazioni e le crisi di personalità.
Resta la vita buona per tutti: unico scopo per un mondo socio-politico ancora possibile. Un mondo dove la vita quotidiana di ciascuno “comprende - come lei dice - la virtù della giustizia e l’esercizio di questa virtù è nella sfera pubblica, nella ricerca della felicità pubblica”, e non, aggiungiamo noi, in quella individuale, ingorda e orientata solo dal privato godimento.

Domani alle 12 nell’aula 5 dell’edificio 6 di Studium 2000, il nuovo plesso di Unisalento, Agnes Heller chiuderà il ciclo di seminari promossi da Marisa Forcina e Elena Laurenzi e legati da un sottotitolo speciale: “La politica che morde la terra”, espressione usata da Simone Weil nel 1939 per denunciare un linguaggio politico incapace ormai di avere presa sulla realtà.
Heller parlerà del “Paradosso Europa” che è il titolo del suo ultimo libro pubblicato in italiano dall’editore Castevecchi, in cui punta il dito sulle contraddizioni di un’Europa paladina dei diritti umani e culla dei totalitarismi, un’Europa che ha visto nascere le migliori filosofie del riconoscimento dell’altro e poi respinge i migranti; un’Europa che, come diceva don Tonino Bello, in questi giorni anche lui di moda, che da “casa comune” si trasforma in “cassa comune”.
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Mercoledì 18 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 12:37