Il senso della tragedia nell'arte di Kounellis

«Riconosco gli odori, simili a quelli della Grecia. Sono un uomo del sud e posso dire sicuramente di capire questa terra; mi piace che all’orizzonte si vedano altri luoghi perché, solo riconoscendo che chi si trova al confine è simile a noi, ci si libera dalla paura della diversità». Così, nell’estate del 2014, Jannis Kounellis, scomparso giovedì scorso, si raccontava in un’intervista al nostro giornale mentre faceva i primi sopralluoghi per il progetto della sua Fòcara nell’intervento curato da Giacomo Zaza.
Tra tutti gli artisti di FocarArte, Kounellis è stato quello che ha interpretato con maggiore intensità la forza degli elementi. La grande croce bizantina e la campana collocate sotto il falò, le travi di ferro infilzate nella catasta di legna come frecce nel corpo di un martire, assumevano una dimensione epica, teatrale, in cui si rintracciavano antropologia e culto, la forza del fuoco, della pietra e del ferro. Il suo amore per il fuoco risaliva alle prime opere degli anni Sessanta con le piccole fiammelle a gas, «il fuoco non ha rumore, quello di Novoli è diverso dal mio, è un fuoco rosso ed è legato alla rinascita».
Era nato nel Pireo nel 1936 e a vent’anni era arrivato a Roma. Qui all’Accademia di Belle Arti era stato allievo di Toti Scialoja e si era fermato in Italia, anche se si riconosceva una natura nomade «in tutti noi c’era il bisogno d’internazionalità perché nel dopoguerra si aprivano i confini. Mi aveva colpito la grande mostra di Pollock organizzata da Palma Bucarelli alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Era stato un grande insegnamento di libertà».
Negli anni Sessanta aveva sancito la fuga dal quadro e la sua performance più nota è del 1969, quando legò dodici cavalli nella Galleria l’Attico di Fabio Sargentini. Insieme all’amico Pino Pascali era la punta di diamante dell’Attico e uno dei protagonisti indiscussi dell’Arte Povera, il movimento coniato da Germano Celant alla fine degli anni Sessanta.
 

C’è sempre stato nel suo lavoro il senso intenso del teatro e della tragedia, forse proprio perché le sue radici erano greche, insieme alla storia dell’industria e del lavoro, dall’uso dell’acciaio alle fiamme a gas, dal legno ai sacchi di iuta a volte pieni di carbone, a volte di caffè, quasi a suggerire il senso del nutrimento, connettendo i materiali industriali con il rispetto per le forme di vita e della natura. Pappagalli e cavalli, putrelle e uova, cappotti neri e scarpe, tavoli e sedie, come segni delle tragedie del Novecento, tracce evanescenti della vita e dell’esistenza umana. Ma preferiva il carbone perché, diceva, «è vero come Caravaggio o come i “Mangiatori di patate” di Van Gogh».
Nel gennaio del 2015 aveva portato alcuni di questi elementi al Palazzo Baronale di Novoli, nella mostra che aveva come protagonista anche Francesco Arena. Kounellis era entrato nell’edificio con forza empatica e aveva collocato grandi putrelle di ferro e stoffe nere sotto le volte della sala, un cappotto con una rosa rossa su un altare e sostituito una finestra con una parete di libri. Erano alcuni degli elementi noti del suo lavoro e nello spazio del palazzo si arricchivano di nuovi significati. Le putrelle della prima sala avevano una disposizione circolare, sembravano sostenere l’architettura della volta e alludevano alla qualità solidale della gente del sud, i drappi neri posti in alto evocavano i vestiti delle donne vestite a lutto. Nella seconda sala l’unica finestra che si affaccia sulla piazza era chiusa con una pila di libri e una lastra di ferro, era una struttura precaria, oscurava la vista verso l’esterno della città. Un intervento generoso, da grande maestro, ora smantellato.
Della Fòcara aveva colto il valore della forma radicata nella tradizione popolare – «potrò dare un segno a una costruzione già fatta, non si può fare altro, questa forma è loro» – e aveva realizzato anche il manifesto dell’edizione 2015. Il suo intervento è raccolto nel catalogo “Jannis Kounellis. La Fòcara, Novoli 2015” (Manfredi Edizioni) a cura di Giacomo Zaza che del falò di Kounellis scrive: «L’intera composizione (…)sviluppa un’attenzione sull’uomo, già fulcro della realtà nel Rinascimento, perno del contesto rurale e ancestrale».
La presenza dell’artista in Puglia ha una storia consolidata. Nel 1979 era stato il vincitore del Premio Pascali e aveva esposto nella Pinacoteca Provinciale di Bari la sua “Margherita di fuoco”, al 2003 risale la mostra al Torrione Passari di Molfetta e del 2010 è la personale nello scheletro dell’ex Teatro Margherita a Bari. Per quest’occasione in Piazza Ferrarese aveva collocato un grande basamento cubico e quattro lastre con quintali di carbone che richiamavano la “Cotoniera”, un’opera del 1967. Negli anni successivi la scultura è stata ignorata, poi ha cambiato collocazione ed è stata trasportata sul retro della Cittadella della Cultura, fino a pochi giorni fa giaceva tra i bidoni della spazzatura e ora, dopo la morte dell’artista, è in attesa di un’altra destinazione. Una vicenda di cui Kounellis non amava parlare. Preferiva riflettere sul destino dell’uomo e sul significato profondo della storia e dell’umanesimo «non possiamo che essere umanisti – diceva nell’intervista del 2014 – la Storia modella un uomo e non esistono pittori senza una Storia».
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Domenica 19 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:28