«Quella donna è nuda!». La “guerra” della censura tra l'arte e l'algoritmo

Edwige Fenech
All’inizio furono i pretori. Sotto il sole di Ferragosto del 1971, in una Palermo in cui a mezzogiorno l’asfalto di piazza Bellini sarebbe stato buono per posarvi una pentola e cuocere la pasta, il giudice Vincenzo Salmeri ebbe una visione. Lise, una giovane turista danese, avanzava sul marciapiede con una minigonna e un paio di gambe che avrebbero risvegliato dal coma anche un cieco. Non lui, però, che immediatamente chiamò il comando dei vigili urbani per chiedere di inviare una pattuglia. «Signorina, dove crede di stare? Si copra!». La bella Lise finì la mattinata negli uffici del Commissariato di polizia. Col brigadiere, in grande affanno per il caldo e per qualcos’altro di inconfessabile, intento a misurare la lunghezza della gonna, e il maresciallo che sudava più del solito mentre batteva incerto sull’Olivetti il testo della denuncia.
Povera Lise. Chissà cosa pensarono gli ormoni del pretore, appena un anno dopo, quando Mariano Laurenti mostrò al cinema il meglio di Edwige Fenech in “Quel gran pezzo dell’Ubalda, tutta nuda e tutta calda”. E speriamo fosse andato già in pensione quando, poco tempo dopo, sui grandi schermi debuttarono Gloria Guida e Lilli Carati. Questione di censura. Di buon costume, pubblica decenza e segni della croce mandati in cielo per assolversi dal peccato.
Dagli anni dei pretori d’assalto tanta acqua è passata sotto i ponti. Il comune senso del pudore si è adeguato ai tempi e i tempi si sono adeguati al passo di una società non più bacchettona ma molto attenta a questi temi per motivi diversi, legati a un maggior rispetto della dignità della persona. Motivi per i quali oggi sarebbe difficile, per la “Roberta”, immortalare un lato B come quello della giovane Hunziker e pubblicarlo su migliaia di manifesti pubblicitari in tutte le città.
Eppure - c’è sempre un eppure o un ma - davanti a un corpo nudo la censura è continuamente in agguato e come negli anni Settanta spesso finisce per coprirsi di ridicolo. Soprattutto se è quella che controlla e vigila su tutto ciò che accade nei social.
La Venere di Willendorf è una statuetta in pietra alta appena 11 centimetri e ha un valore straordinario, che supera i confini della regione austriaca in cui venne trovata da Josef Szombathy nel 1909. Rappresenta una figura femminile col seno piuttosto grande, i fianchi larghi e i genitali in vista. È stata realizzata all’incirca 25mila anni fa e secondo gli archeologi rappresentava la fertilità, la procreazione. È ospitata nel Museo di storia naturale di Vienna ed è una delle “Veneri del Paleolitico” rinvenute dagli archeologi in una fascia del territorio europeo che parte dai Pirenei per raggiungere le pianure russe. Due veneri, ritenute tra le più belle dagli stessi studiosi, sono state trovate nel 1965 a Parabita, da Giuseppe Piscopo, in una grotta che ha restituito una gran quantità di preziosi reperti e che ha preso il nome dalla statuetta. Sono più piccole, poco più di sei centimetri di altezza, e sono state ricavate dal femore di un cavallo. La donna raffigurata è meno grassa e risale a 12mila-14mila anni fa. Per ammirarle bisogna andare a visitare il Museo archeologico di Taranto.
La domanda è: può essere ritenuta oscena una statuetta del Paoleotico che raffigura una donna nuda in quanto simbolo della fertilità? Per Facebook sì. È accaduto e la sfida di oggi parte proprio da qui: l’arte nelle sue varie rappresentazioni da una parte e la moderna freddezza di un algoritmo che decide chi, come e quando censurare in nome di un senso del pudore che in questo caso non dovrebbe avere ragione di esistere. Sullo sfondo, una comunità costituita da oltre due miliardi di persone che si incontrano ogni giorno in rete.
Facebook ha censurato l’immagine della Venere di Willendorf pubblicata alcune settimane fa. I guardiani del social hanno ritenuto che quel seno e quell’organo genitale così bene in vista potessero turbare gli iscritti e quindi ha bloccato il profilo dal quale era stata postata la foto. Immediata la protesta degli esperti del Museo di Vienna: «Un oggetto archeologico di questo valore, un’icona mondiale di questo tipo, non dovrebbe essere censurato», ha scritto la direzione. Una piccola lezione per Facebook, che nel giro di 24 ore ha tolto il blocco e presentato le scuse: «La nostra politica non consente la pubblicazione di nudità. Tuttavia facciamo un’eccezione per le statue». Piccola bugia, visto che quasi in contemporanea l’algoritmo del social ha individuato e bloccato un’altra immagine “offensiva” e degna di censura: nientedimeno che la foto di una statua di piazza Pretoria a Palermo, uno dei luoghi più belli e visitati del capoluogo siciliano. Anche in questo caso protesta da parte di chi aveva pubblicato la foto e scuse da parte di Facebook.
“L’origine del mondo”, realizzato da Gustave Courbet nel 1866 e ospitato da un po’ di anni nel Museo d’Orsay di Parigi, non è proprio il genere di dipinto che passa inosservato. Rappresenta una donna nuda con le gambe aperte, un primo piano di quella che effettivamente è - a ben riflettere - la vera origine del mondo. Molto chiacchierato, è considerato uno dei massimi capolavori dell’arte francese nell’Ottocento. Così la pensava (e la pensa ancora) Frederic Durand-Baisas, un insegnante parigino di storia dell’arte, quando tempo fa pubblicò su Facebook la foto del quadro. La reazione fu immediata: l’immagine venne ritenuta pornografica e quindi oscurata. Durand–Baisas non si è arreso e ha avviato una battaglia giudiziaria e alla fine ha avuto ragione. I giudici hanno riconosciuto la valenza artistica della foto, hanno censurato la censura e soprattutto hanno accordato all’insegnante un risarcimento di 20mila euro.
Molto di più, 50mila euro, chiese a Facebook l’avvocato di Vittorio Sgarbi quando l’algoritmo del social oscurò una foto che mostrava il critico d’arte accanto al quadro di Courbet. Una vicenda simile a quella sviluppatasi a Parigi, ma con in più gli improperi e i coloriti insulti di Sgarbi verso chi aveva osato censurare l’opera d’arte.
L’elenco è lungo. L’accetta di Facebook si è abbattuta anche sulla fontana del Nettuno di Bologna, per l’esattezza sul pisello della statua, e sulla foto di un affresco di Pompei postata da Jerry Saltz, critico d’arte del New York Magazine. Stesso destino per una delle immagini più conosciute sul pianeta. Era il 1972 quando Nick Ut fotografò cinque bambini vietnamiti che, disperati, fuggivano dai bombardamenti e dal napalm. La foto, forse la testimonianza più cruda della guerra in Vietnam, è stata censurata da Facebook perché in primo piano c’è una bambina nuda che corre insieme con gli altri, piangendo. Giusto per renderci conto di cosa parliamo, molti osservatori dell’epoca e storici di oggi ritengono che quello scatto abbia dato un’accelerata al ritiro degli americani dalle zone di guerra. A subire la censura è stato lo scrittore norvegese Tom Egeland, che ovviamente ha protestato contro gli amministratori del social.
Non è arte, ma servono a rendere l’idea di cosa riesca a fare di ridicolo un algoritmo, l’infortunio capitato a Effin e a un calciatore del Renate, squadra della provincia di Monza che milita nel campionato di calcio di Legapro. Effin, un paesino irlandese, ha la sfortuna di chiamarsi con un nome che per gli inglesi è una parolaccia e per questo i social censurano le foto che mostrano ogni segnale stradale con quel nome stampato. Peggio ancora accadde per la squadra del Renate e i suoi tifosi, che si son visti censurare i commenti ad alcune partite. Ma che colpa hanno loro se il calciatore di cui commentavano i gol si chiama Francesco Finocchio? Già, anche questo va censurato. Perché l’algoritmo legge quel cognome come un insulto sessista. Evitiamo di immaginare cosa accadrebbe se uno di noi scrivesse su Facebook, parlando del pranzo, di aver fatto fuori in dieci minuti tutti i finocchi.
Tutti contro l’algoritmo, dunque. Che però, ironia della sorte, ha un antenato che ai suoi tempi, la prima meta metà del Cinquecento, si ritagliò un posticino importante proprio nel settore dell’arte. Daniele Da Volterra era un bravo pittore e scultore e nelle sue opere qualcuno intravedeva persino una somiglianza con i capolavori di Michelangelo. Fu lui, un paio di anni dopo la chiusura del Concilio di Trento, che papa Pio IV chiamò per mettere le mutande ai personaggi del Giudizio Universale, nella Cappella Sistina. Il prode Daniele non si fece pregare (anche perché non gli conveniva farlo visto i tempi) e cominciò a dipingere perizomi e foglie di fico. Il 9 dicembre del 1565, però, dovette in gran fretta raccogliere pennelli, colori e andar via. Era morto il papa e la Sistina serviva per accogliere i cardinali in conclave. Fu così che l’affresco di Michelangelo si salvò. Alla faccia di Facebook.
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Domenica 11 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 16-04-2018 19:04