Origami, il Novecento tra figure e "figurine"

Origami, il Novecento tra figure e "figurine"
Celebranti di ritualità vecchie e nuove, perdute tra le pagine dei tanti decenni del ‘900, i veri personaggi che hanno fatto la Storia siamo noi. La storia siamo noi, padri e figli, professori e studenti, madri, scrittori, cantanti, giornalisti, lettori, poeti, registi e sognatori. Ma anche generazioni di famiglie italiane che si portano dietro grandi avventure da raccontare, spesso finite sui libri.
E proprio nelle pieghe dei racconti di vita, degli incontri che hanno cambiato l’Italia e noi stessi, si declinano le pagine di storia più palpitanti. Dallo spirito di una giornalista vera, che il secondo ‘900 lo ha fatto, vissuto e raccontato sulle pagine di giornali come Repubblica (che ha contribuito a far nascere) e in vari libri, nasce l’idea di usare la sua penna, i suoi incontri da Federico Fellini a Marcello Mastroianni, da Oriana Fallaci a Piero Calamandrei, Eugenio Scalfari, ecc. e le sue memorie per ricostruire “Origami. Figure e figurine del mio Novecento” (Einaudi). E per presentare il suo libro, Anna Maria Mori è tornata proprio a Ostuni, dove per anni è stata lei a portare scrittori ed editori.

Cominciamo dall’inizio: com’è nato “Origami”?

«Un giorno un’amica, pensando alla mia vita e al mio lavoro, mi dice: tu potresti scrivere un libro di storia. Penso subito che se non proprio di storia, avrei potuto fare un libro a modo mio con gli appunti su grandi momenti del ‘900. Ecco nati questi “origami”, piegature della storia, fatte di usi e costumi dei decenni scorsi, di modi di vivere di trent’anni fa e più e già dimenticati. Sono andata molto a memoria, ho usato anche vecchi appunti, ma soprattutto tante emozioni rimaste dentro».

Da dove inizia quindi questa storia? Nasce prima della giornalista…

«Sì, dall’università quando i miei insegnanti erano persone come Giorgio La Pira e Piero Calamandrei, per un caso della vita, seppur eccezionale... E comincia anche quando a Firenze ascoltavo alla Santissima Annunziata le messe di padre Davide Maria Turoldo, o durante una casuale breve vacanza con Don Ciotti. Prima ancora della giornalista, racconto una persona che, come altre, nella vita ha incrociato la Storia».

Ci sono persone, come quelle citate, che in qualche modo hanno cambiato la storia del nostro Paese.

«Sì, questi uomini in particolare hanno inciso particolarmente sulla formazione delle nuove generazioni che si sono nutrite dei loro insegnamenti. Ma potremmo citare anche autori del cinema che hanno inciso fortemente sulla nostra cultura, su un’estetica visiva e sul nostro pensiero. Penso a Fellini, Ferreri, Rosi, Bertolucci. E agli scrittori. Claudio Magris mi ha fatto un regalo: in una lettera bellissima mi ha scritto che in questo libro ho fatto “un autoritratto attraverso il ritratto degli altri, di persone ed eventi che segnano la nostra vita».

È vero che ci sono incontri, anche legati al nostro lavoro, che segnano un prima e un dopo nella vita?

«Sì, è così, anche se qualsiasi incontro ti lascia comunque un segno. Io ho fatto tutto il mio mestiere di giornalista così, senza perdere la voglia di lasciarmi sorprendere e pensando sempre di poter cambiare, crescere. Ci sono state però persone indimenticabili: Ferreri, Mastroianni, Rosi, Magherite Yourcenar. Ho spesso davanti agli occhi una foto di Mastroianni, una persona apparentemente quasi languida, sconfitta, pur avendo invece sempre combattuto come un leone e avendo recitato fino alla fine anche se malato. Ferreri era un uomo ringhioso con tutti, sempre scontroso, in tanti non riuscivano proprio a parlargli: io invece lo interpretavo, lo capivo e abbiamo avuto sempre come una sintonia profonda pur essendo persone molto diverse. Aver incontrato poi, e intervistato, l’autrice del più bel libro della mia vita, cioè “Le memorie di Adriano” è stato per me un grande regalo. Mi ha colpito questo suo sguardo che ancora mi fa riflettere, un po’ distaccato sulle donne: pur essendo la prima donna accademico di Francia, prendeva le distanze dal femminile, come se non riconoscesse ad esempio una scrittura al femminile…».

Poi ci sono quelli che lasciano dentro la gioia.

“Sicuramente il primo di questi è Benigni, e il racconto che ne faccio nel libro sembra una scena di “Daunbailò”: lui che mi fa il traduttore in inglese con Jim Jarmusch, è stata una scena fantastica in cui nessuno saprà mai che cosa ci siamo detti in realtà. Avrei voluto che ci fosse una telecamera a riprenderlo. Chi mi ha deluso o non corrispondeva all’idea che mi ero fatta prima di incontrarlo è rimasto fuori dal libro, non l’ho citato, chi ha meno sostanza di quella che ti aspetti si fa dimenticare presto. Ma invece ne mancano tanti altri personaggi, perché ne ho incontrati davvero molti, di cui avrei voluto scrivere. Per esempio manca una straordinaria Virna Lisi, un bellissimo ricordo che mi è proprio sfuggito dalla penna...”.

E Fellini?

«Di Fellini sono stata l’intervistatrice di fiducia di Repubblica per anni, alla fine non sapevo più che cosa scrivere di lui perché dopo venti volte che lo avevo intervistato non avevo più niente di nuovo da dire e da chiedergli. Lui era un uomo amabile, simpatico, bugiardo, divertente, e poi era un genio, ma questo si sa».

Personaggi di ieri di oggi: che cosa è cambiato? L’approccio ad esempio…

«Sì, il tipo di giornalismo della mia generazione ci portava ad entrare nelle case per avere dei lunghi colloqui per le interviste. Per questo ne ho viste tante di case: belle, meno belle, troppo belle, ma in ogni caso ho avuto la possibilità di inquadrare i personaggi nella loro cornice. Oggi non si usa più, ci sono incontri rapidi in conferenza stampa, o al massimo al bar, ma mai più dentro i luoghi privati. Ho visto invece case che raccontavano già un modo di vivere e di essere, erano già una storia da raccontare. Oggi la vita dettata dai tempi veloci dell’informatica forse sta diventando più superficiale…».

Ma ci sono ancora personaggi in grado di cambiare la storia?

«Se penso ad un Sorrentino, che non ho però avuto modo di conoscere, direi di sì, ha un potenziale notevole. Un altro, che pure non ho conosciuto, mi sembra Servillo. E un grande spessore lo vedo anche in uno come Mastandrea. Però, va detto, oggi comunque è tutto più piccolo, un tempo c’era una possibilità di grandezza oggi negata, è tutto troppo quotidiano e uguale agli altri. Anche nella politica, d’altronde. Oggi sembra che siano tutti uguali, ma non è così, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa in più di noi da insegnarci e che può aiutarci a crescere, e andrebbe valorizzato. Io ho amato circondarmi di persone più “grandi” di me, anche inarrivabili, ma da ammirare e da cui imparare qualcosa. Non credo che siamo tutti uguali».

Vuol dire che è nella diversità il bello di un incontro?

«Certo, altrimenti non c’è crescita, e c’è una gerarchia perché esistono persone migliori di altre».

Lei è nata in Istria quando era ancora italiana, ha vissuto l’epopea di chi è stato costretto a cambiare città. Questa storia che ha ricostruito anche nei suoi libri, torna anche nell’ultimo: è un problema ancora sentito oggi?

«Sì, se ne parla molto, stanno anche ripubblicando il mio libro “Bora” e a febbraio sarò a Torino e Rimini a parlarne, un anno fa sono stata invitata a Martina Franca a spiegare la storia di quell’esodo agli studenti. L’interesse c’è ed è vivo, poi la gente quando racconti una storia ti sta sempre a sentire. Internet, le chat, le comunicazioni di massa, la velocità danno l’idea che tutto si consumi velocemente, ma in realtà c’è sempre un gran bisogno di storie. E di Storia. E il mio libro parte dall’idea di raccontare le piccole storie per raccontare la grande Storia».
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Sabato 26 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:41