Piccola ma immensa. Quanto mondo c'è in una virgola

Piccola ma immensa. Quanto mondo c'è in una virgola
Di mestiere faccio il linguista. Il dottor Salvatore Sisinni di Squinzano mi scrive. «Sono un assiduo lettore del Nuovo Quotidiano di Puglia e seguo con molto interesse la Sua rubrica. Sono un medico, amante della lettura e anche della scrittura. Poiché cerco di essere corretto quando scrivo e di applicare le regole della grammatica studiate tanti anni fa, Le scrivo questa lettera per avere una risposta autorevole. Ho letto, alcuni mesi fa, un libro dal titolo È arrivato l’arrotino, scritto da un’autrice famosa e pubblicato postumo da una Casa editrice altrettanto famosa. In questo libro la scrittrice non fa uso del punto, della virgola e del punto e virgola. Cito integralmente un solo passaggio: “Il suo muso incappucciato come un boia come quello spietato e vendicativo del Ku Kluux Klan un barbaro con le armi affilate un Unno un Visigoto un sopravvissuto riciclato come spauracchio a Orvieto. Uomo nero anima nera senza un volto”. Come vede, nessuna virgola. Le chiedo: è corretto? Se mio nipote, in un tema d’italiano, scrivesse così, cioè omettendo le virgole, il suo professore non gli segnerebbe l’errore con la matita blu? E non gli darebbe un voto basso? E, ancora, se i suoi genitori protestassero, facendo riferimento ad un libro, come il sopracitato, dove l’autrice non ha usato una sola virgola in un periodo così lungo, avrebbero ragione? Ho sempre saputo che esistono le licenze poetiche; esistono anche quelle del romanziere o dello scrittore?». La domanda è interessante, tocca un tema sentito anche da altri lettori. Tra questi il prof. Giovanni Bernardini di Monteroni che, dopo aver posto varie questioni (alle quali pure risponderò, in una occasione successiva), chiede: «Altra domanda: quando nasce la punteggiatura?».

Per rispondere correttamente proviamo a chiederci: a cosa serve la punteggiatura? Bice Mortara Garavelli lo ha spiegato in libri importanti. I segni di interpunzione servono a esplicitare le caratteristiche di un testo scritto, individuano le relazioni logiche e sintattiche tra le diverse parti della frase, segnalano la necessità di pause e di intonazioni interrogative o esclamative. In sostanza, la punteggiatura aiuta chi scrive ad esser chiaro e facilita chi legge nella comprensione di un testo. Lo dice benissimo già Aristotele: in un brano famoso della Retorica se la prende con Eraclito, che non badava a rendere comprensibili i suoi scritti con i segni di punteggiatura.

«In generale, ciò che si scrive deve esser facile da leggere e da pronunziare. Questo precetto è la causa per cui la maggior parte di quelli che scrivono non usa troppe congiunzioni né frasi difficili da interpungere, come fa invece Eraclito. Le frasi di Eraclito sono infatti difficili da punteggiare, perché non si capisce a quale termine una parola sia collegata, se con uno precedente o con uno successivo. Ad esempio, all’inizio della sua opera egli dice: “Questa ragione che esiste sempre gli uomini sono incapaci di comprenderla”. Qui non è chiaro se il “sempre” vada congiunto con la parola che precede o con quella che segue». In effetti, a seconda di dove poniamo una virgola, cambia il significato dell’intera frase: “Questa ragione che esiste sempre, gli uomini sono incapaci di comprenderla” oppure: “Questa ragione che esiste, sempre gli uomini sono incapaci di comprenderla”. Lo spostamento di una virgola cambia tutto.

Non è un caso isolato. Il monaco cistercense Alberico delle Tre Fontane (sec. XIII) racconta che a un soldato in procinto di partire per la guerra, che chiedeva se sarebbe tornato sano e salvo, l’oracolo rispose in latino scandendo lentamente le parole una dopo l’altra, senza pause e senza alcuna intonazione: «ibis redibis non morieris in bello». In sostanza non diede una risposta, perché se trasferiamo le parole nello scritto e mettiamo le virgole in un certo modo, la frase diventa: «ibis, redibis, non morieris in bello» cioè ‘andrai, tornerai, non morirai in guerra’. Ma se scriviamo: «ibis, redibis non, morieris in bello» il significato è ‘andrai, non tornerai, morirai in guerra’. Lo spostamento di una virgola, prima o dopo il verbo ‘tornerai’, significava in quel caso la vita o la morte del soldato giustamente inquieto. Anche alcuni brani del testo più importante della nostra letteratura, la Divina Commedia di Dante, cambiano significato a seconda dei segni di punteggiatura. Non posso fare gli esempi, occuperebbero troppo spazio, forse lo faremo un’altra volta, se la cosa interessa i lettori. Cosciente delle possibili estreme implicazioni legate al variare della scrittura del Nuovo Testamento, Erasmo da Rotterdam si chiedeva nel 1516: «Cosa c’è di più minuscolo di una virgola? Eppure così poco basta per produrre un’eresia».

Come si spiegano tante incertezze? I testi scritti del passato non avevano lo stesso sistema di punteggiatura che usiamo ai nostri giorni. Nella storia dell’evoluzione, l’uomo sa parlare da centinaia di migliaia di anni. Ha inventato la scrittura (e cioè la capacità meravigliosa di fissare la lingua per iscritto e di trasmetterla superando le barriere dello spazio e del tempo), in epoca molto più recente. In alcune iscrizioni greche anteriori al V secolo solo un tratto verticale e tre punti separavano brevi unità del discorso, un sistema molto rudimentale. Poi, poco alla volta, il sistema si è arricchito e perfezionato. Un salto di qualità si ha con la diffusione della stampa. La stampa fu il motore principale di una vera e propria rivoluzione che investì l’Italia e l’Europa (l’intero mondo occidentale di allora) a partire dai primi del Cinquecento.

Il grande stampatore Aldo Manuzio, nato vicino Latina e trasferitosi a Venezia, tra il 1495 e il 1515 stampò un centinaio di edizioni di straordinaria importanza, che crearono il libro e l’editore moderno. Nel 1501 stampò, con l’intervento di Pietro Bembo, il fondatore della grammatica italiana, un libro con le poesie di Petrarca: questo libro diede un’impronta decisiva alle moderne regole della punteggiatura.

Ha scritto benissimo Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca: «Si tratta di un sistema pressoché moderno di segni (virgola di forma attuale, punto e virgola, due punti, punto fermo, accento grave e apostrofo) usato per la prima volta in un testo volgare a stampa (...) e tale da favorirne grandemente la leggibilità. Chi legge il testo è (...) facilitato, nel riconoscimento dei suoi costituenti lessicali e sintattici, dalla punteggiatura che lo scandisce grammaticalmente e intonativamente».

Con qualche variazione e adattamento, usiamo ancor oggi quel sistema inventato da Bembo e Manuzio. Bisogna saperlo usare, non è intuitivo. Ne ha parlato poche settimane fa Immacolata Tempesta, che insegna Linguistica italiana nell’università del Salento, in un corso di formazione organizzato dall’Accademia dei Lincei per i docenti delle scuole pugliesi. Ne hanno fatto sperimentazione nelle loro classi alcune brave professoresse che hanno frequentato quel corso. Il loro parere è stato unanime. All’inizio gli studenti delle medie superiori erano quasi infastiditi dal fatto che si parlasse di punteggiatura, come se fosse una questione degna solo di bambini alle prime armi. Poi hanno capito che la punteggiatura è una cosa seria, se non la usiamo adeguatamente non riusciamo a comunicare bene.

Capisco le perplessità del dottor Sisinni, uno studente incapace di usare avvedutamente virgole e punti merita la censura dei professori. Alcuni scrittori ritengono di poter adottare un proprio sistema di punteggiatura. L’assenza o, al contrario, la ridondanza della punteggiatura caratterizza alcuni autori anche importanti della letteratura del Novecento, a partire dai futuristi.

Ma i testi letterari vanno giudicati con metri propri (e non sempre i risultati sono soddisfacenti). Al contrario, per gli studenti, per i professori, per i giornalisti, per chiunque scriva un testo nella lingua che comunemente usiamo (anche una lettera, un avviso, perfino un messaggio banale), valgono altri parametri, quelli che si imparano a scuola. Nessuno può sottrarsi alle regole della punteggiatura. Pena l’incomunicabilità, come ha spiegato benissimo Aristotele.
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Domenica 23 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 19:35