Quel sogno infranto della Città del Libro. Così muore un'idea

Quel sogno infranto della Città del Libro. Così muore un'idea
C'è un sogno ultraventennale della cultura nel Salento che, dopo un triste naufragio, ricomincia oggi da una nuova amministrazione, da una nomina fresca: quella di Cosimo Valzano, nuovo presidente della Città del libro di Campi Salentina. Ma per capire quello che è chiamato a fare e di quale nuovo inizio si tratta bisognerà raccontare una storia.
C'era una volta il Salento, terra di Sole e di mare, ma anche terra dimenticata da Dio e dagli uomini, in cui la cultura contadina su cui si era a lungo annodata si andava sgretolando nell'impatto col futuro e le nuove periferie urbane, lontane da prospettive industriali, diventavano ricettacolo di facile manovalanza per piccole grandi mafie. Se più a Sud vinceva ancora il fascino del mare ed emergeva una certa riscoperta delle radici culturali con la musica, soprattutto il Nord Salento, pur operoso e affannato nel tentativo di crescere, rischiava di affogare perché la malavita organizzata cercava di estendere i suoi tentacoli nei gangli vitali della zona. Solo pochi decenni fa non c'era ancora il Salento delle cartoline, della pizzica e della movida, ma proprio allora, a metà degli anni Novanta, si concretizzò a Campi Salentina un pensiero folle. La storia racconta che un sindaco professore universitario (con un seguito di accoliti bizzarri come lui) dette corpo a quella che chiamò la sua idea ardita: Trasciniamo editori e scrittori nazionali (che non avevano mai sentito parlare di Salento, e certamente mai di Campi Salentina) in questa terra sperduta disse Egidio Zacheo. Così come una cattedrale nel deserto nacque la Città del Libro.
Il sogno utopistico di portare nel profondo Sud la letteratura sembrò funzionare: accanto a scrittori ed editori pugliesi arrivarono gli autori italiani veri, oltre che vip, politici, giornalisti e celebrità di richiamo. La manifestazione crebbe, nonostante il cambio di casacche politiche, fino a diventare negli anni un riferimento di un certo circo editoriale che passava da Torino, dalla Fondazione Bellonci, dai finalisti del Premio Strega a piccoli riconoscimenti locali, come tutti i saloni nazionali del libro che si rispettino. Il meccanismo però negli ultimi anni si è inceppato spesso, è andato avanti a intermittenza. Le cause? Mancanza di fondi, debiti pregressi, una risposta del territorio non sufficiente ad attirare i grossi editori (che ovviamente, al di là delle belle intenzioni, puntano al mercato), e forse (nonostante l'istituzione della Fondazione) l'incapacità di poggiare l'evento a una struttura solida, collaudata e cresciuta insieme alla manifestazione, e meno legata a municipalismi traballanti.
Oggi la storia della Città del libro ricomincia da lei Valzano: spieghiamo intanto perché?
«Sono stato nominato dall'Unione dei Comuni del Nord Salento (come loro rappresentante) nel Consiglio direttivo nella Fondazione nel 2011, dopo aver finito il mio mandato di sindaco di Trepuzzi. Da allora partecipo ai lavori di questa manifestazione che ho sempre seguito, appoggiando le varie organizzazioni. Alla fine del mandato di Cosimo Durante, il precedente presidente, dopo il rifiuto del suo vice Tonio Cantoro, la Fondazione era rimasta acefala, e per gestire scadenze importanti amministrative, al di là dell'evento, sono stato chiamato io dal Commissario Prefettizio. Ho accettato di fronte a questa richiesta istituzionale (nel frattempo, bisogna dire, da Bari la Regione ha inviato degli ispettori per esaminare i bilanci in rosso della Fondazione e accertare le reali cause del dissesto, ndr), a condizione di restare in carica solo fino al 30 giugno, dopo le elezioni che decideranno le sorti di vari organismi».
Ricordiamo la storia, le premesse iniziali della Città del libro?
«L'idea del sindaco di allora, Egidio Zacheo, che inventò questa manifestazione negli anni Novanta fu di puntare sulla cultura come riscatto in un territorio teatro della Sacra Corona Unita, insanguinato da eventi delittuosi. Oltre a puntare alla sicurezza, Zacheo con un'idea brillantissima puntò sulla cultura e dopo di lui le varie amministrazioni successive, di ogni colore, l'hanno sempre sostenuta. In Puglia e nel Salento oggi ci sono tante iniziative simili, d'estate e d'inverno, allora fu un'iniziativa pionieristica. Oggi va dunque ripensato tutto, in base ai tempi nuovi».
Che cosa fare quindi?
«Ripensare un organismo di questo genere è una sfida importante, io vorrei tracciare un percorso. Da dove cominciare? Riconsiderare la nostra storia, ricordare che qui siamo stati capaci di convogliare forze straordinarie, di far inaugurare dal direttore del Salone del libro di Torino che lanciò l'idea di una collaborazione con loro, guardare il libro delle firme degli ospiti illustri intervenuti, scrittori e non, ricordare anche le polemiche suscitate da certe presenze ingombranti, come quando arrivò Andreotti. E poi guardare anche alle autorità istituzionali che sono arrivate fino a Campi al primo invito. Tutto questo ha contribuito a costruire un curriculum di prestigio della manifestazione. Spero che oggi si trovi la giusta coesione per lavorare al progetto e tornare a diventare un riferimento per tutto il Salento. La Città del Libro che guarda al Mediterraneo è una realtà e un valore che non può disperdersi: l'incontro è il ruolo che ha dato oggi la storia al nostro territorio».
Ma che cosa ha spezzato l'incantesimo?
«A volte forse si è fatto il passo più lungo della gamba, puntando a finanziamenti poi mai arrivati, non calcolando i tagli che invece sono arrivati, e non puntando sui privati. I saloni di Torino e Milano oggi si reggono sulle sponsorizzazioni private, ed è fondamentale ormai affiancare questi partner ai finanziamenti pubblici: questi ultimi poi vanno intercettati sotto le varie forme possibili. La gente ha riconosciuto sempre il valore culturale di questa iniziativa e ha risposto bene, in questo periodo arrivavano già le prenotazioni delle scuole per i tanti laboratori e le giornate di incontri. Il pubblico non è mai mancato, ma se la Regione ha mandato gli ispettori vuol dire che qualcosa non ha ben funzionato. Da questi controlli bisogna ripartire, solo con una struttura amministrativa stabile si può ripensare il progetto culturale. Risanare per ripartire, magari anche fuori dal periodo classico con iniziative nuove».
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Mercoledì 10 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:33