Monna Lisa è felice: «Così ho risolto l'enigma»

Decifrare il sorriso più enigmatico della storia e scoprire, non senza stupore ed emozione, che la Monna Lisa, capolavoro assoluto del genio di Leonardo Da Vinci, non è affatto malinconica, come si è ipotizzato per secoli, ma è felice, e guardarla trasmette una sensazione di serenità.
Per arrivare a questa conclusione è stato necessario il lavoro di un’équipe dell’Università di Friburgo, coordinata dal professor Jurgen Kornmeier, e, soprattutto, l’intuizione di una ricercatrice salentina, Emanuela Liaci. È lei, infatti, a firmare l’articolo che analizza i risultati dello studio sulla Gioconda, pubblicati qualche giorno fa su “Scientific Reports”, di cui si sta parlando sui media di tutto il mondo.
Trent’anni, originaria di San Cesario di Lecce, la storia di Emanuela è quella del più classico “cervello in fuga”: una laurea in psicologia alla Sapienza di Roma, un master in neuroscienze e poi, giocoforza, l’estero per un dottorato di ricerca in Germania. «Viste le difficoltà che avevo in Italia – spiega, illustrando un’esperienza comune a molti suoi colleghi italiani – ho cercato all’estero e in soli tre mesi sono riuscita a trovare un posto qui a Friburgo. Sono in Germania da cinque anni e ho già pubblicato due articoli. Certo, mi piacerebbe tornare in Italia, soprattutto mi piacerebbe tornare a Lecce. Sarebbe un sogno lavorare e stare a casa mia».
 
Dottoressa Liaci, come avete decifrato il sorriso della Monna Lisa di Leonardo?
«Il professor Kornmeier si occupa di ambiguità nella percezione visiva. Mi spiego meglio: quando la percezione visiva cambia nel corso del tempo, nonostante lo stimolo esterno rimanga uguale, senza mai stabilizzarsi, si parla di percezione instabile o ambigua. Questo, quindi, è il suo campo di ricerca, al quale io mi sono aggiunta. Fino al mio arrivo, però, l’équipe aveva investigato figure molto semplici, come il Necker Cube, il cubo che si può vedere in due prospettive, dall’alto e dal basso, cambiandone la percezione nel tempo. Non avevano ricercato, insomma, l’ambiguità nelle emozioni facciali e nel linguaggio verbale».
Il progetto sulle emozioni, quindi, è iniziato con lei?
«Sì, con me che, guarda caso, sono un’italiana e studio la Monna Lisa. Una coincidenza che considero bellissima. Volendo giocare con l’ambiguità nelle emozioni, dovevamo cercare un’immagine che potesse essere ambigua. E quale immagine è più ambigua della Gioconda? Si dice, infatti, che, quando la si guarda negli occhi, la si vede triste, mentre, se ci si concentra sulla bocca, la si vede sorridere».
Quale esperimento avete fatto per raggiungere l’obiettivo?
]«Abbiamo creato altre quattro varianti progressive verso l’emozione più triste della Monna Lisa e quattro varianti progressive verso l’emozione più felice. L’originale era al centro di questa sequenza, cioè l’abbiamo considerata lo stimolo più ambiguo. A questo punto, abbiamo presentato questa serie di varianti in modo casuale a un gruppo di studenti ignari dell’esperimento, ripetendolo circa trenta volte. Davanti ad ogni immagine, ciascuno di loro doveva dire se era triste oppure felice. Non abbiamo, infatti, esteso la ricerca ad altre emozioni, perché poteva essere anche, per esempio, pensierosa o riflessiva. Abbiamo puntato su un solo asse emozionale, quello, appunto, che va dalla tristezza alla felicità. Nel 97% dei casi, la Monna Lisa originale è stata percepita come felice. Allora abbiamo continuato l’esperimento, prendendo il range di immagini dalla variante più triste fino alla vera Gioconda, creando delle immagini intermedie e rimarcando, in sostanza, ancora di più la risoluzione emozionale. Le abbiamo nuovamente presentate agli studenti in maniera casuale, ma, in questo caso, abbiamo chiesto loro di indicare non solo se la vedevano felice o triste, ma anche quanto fossero sicuri della loro risposta. Così, non soltanto abbiamo confermato il fatto che la Monna Lisa fosse percepita felice, ma abbiamo anche appurato che la percezione cambia in base alle informazioni di contesto. In sostanza, chi aveva percepito la felicità nel primo esperimento, nel secondo l’ha percepita maggiormente perché è cambiato il contesto di stimolazione».
Quali sono state, alla fine, le vostre conclusioni?
«Sull’asse tristezza-felicità, la Monna Lisa non è percepita ambigua, ma felice. La prima scoperta, quindi, è che noi siamo sicuri che lei non sia triste. La seconda scoperta è che la nostra percezione è molto flessibile. Quando siamo in un ambiente in cui le persone sorridono, tendiamo a vedere maggior felicità nelle altre persone che incontriamo rispetto a quando siamo in un ambiente più triste. Quello che vediamo, quindi, ci influenza».
Come proseguirà, a questo punto, la vostra ricerca?
«Questo, in realtà, era uno studio preliminare ad un altro studio, ma i risultati sono stati così belli che abbiamo deciso di pubblicarli. Ora, in un altro esperimento, stiamo presentando le immagini della Monna Lisa in maniera ordinata e non casuale, dall’immagine più triste alla più felice e viceversa, e poi le ripresentiamo di nuovo in maniera casuale. Stiamo appurando, anche in questo caso, che la percezione cambia moltissimo, come pure il tempo di reazione: chi vede la Monna Lisa felice, è più veloce a rispondere rispetto a chi la vede triste».
Il suo futuro sarà a Friburgo e nella ricerca?
«In realtà, sto già facendo un altro lavoro sull’analisi dei dati, quindi non so se resterò a lungo nel campo della ricerca. Ma per i prossimi anni mi vedo qui in Germania perché non so esattamente a cosa sia dovuto ma qui è tutto più semplice che in Italia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mercoledì 15 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 13:19