Scianna, ritorno nei luoghi del mito. Dove l'amicizia è usata come clava

Ferdinando Scianna (foto di Antonio Lezzi)
La pagina si può smontare e rimontare a piacimento. Seguire il filo logico va bene, ma non è necessario. Si può invertire la lettura. Cominciare dal fondo. È un racconto a incastri, a uso e consumo personale. Immagini da assemblare secondo i gusti. Non come un puzzle, che ha i suoi agganci. Non come un mosaico, che ha il suo disegno. Anche l’estro ha le proprie regole. Scontato. Però qui no: il racconto è un’emozione passata al decanter. Il superfluo ha avuto modo di evaporare, l’essenziale si è irrobustito nel sapore. La boccata d’aria libera le fragranze tenute a lungo racchiuse nei ricordi di viaggi fatti, persone viste, luoghi esplorati. Sensazioni vissute. Il tempo della passione è l’istante in cui i desideri si fondono con la realtà. Si vede, si sente. Si capisce. E il momento è questo.

Il maestro è tornato a Milano. Il Salento si perde all’orizzonte. Ferdinando Scianna afferra la pipa. Fuma. Si intuisce anche al telefono. La tecnologia non appiana le percezioni; figurarsi la distanza. Indugia sugli “ehhh” riflessivi, profondi, quasi baritonali. Introspettivi. Inspira ed espira, il passaggio dell’aria è ossigeno. Decanta, appunto. Perciò non è un problema questa attesa, questo spazio che dilata il racconto. Se prende tempo non resta che attendere: le parole ritorneranno più chiare, luminose, precise. Come uno scatto. Sarebbe un fotografo, Scianna. Il dubbio viene per via dell’eloquio, che regna sovrano. Ad ogni modo, per essere precisi, fotografo lo è. Pausa. «E che mestiere è?», gli aveva chiesto anni fa il padre giù a Bagheria, Sicilia, pochi chilometri da Palermo. Lui prova ancora a spiegarlo. Dopo i libri pubblicati, le mostre allestite, le modelle immortalate. I successi riscossi, gli onori ricevuti. I premi, i riconoscimenti. Non si finisce mai di spiegare le cose.

“Il mondo, la vita, le persone mi appassionano. Li fotografo per cercare di conoscerli, per conoscermi, per esprimere i pensieri, i sentimenti, le emozioni che mi suscitano. Per conservare una traccia. Per me la fotografia è racconto e memoria”. Lui vede il mondo in bianco e nero, e così lo immortala. Ma lo descrive a colori. Lo evidenzia, ben impresso, nel suo ultimo libro, “Autoritratto di un fotografo”: in quarta di copertina la frase campeggia su uno schizzo, una caricatura di Mimmo Paladino. Un leggero tratto di matita, lui la pipa e la reflex, un blocco unico, un corpo solo, e una scritta nel largo cannello. Ceci n’est pas une pipe (Questa non è una pipa), rimando a un celebre quadro di René Magritte, che già solo il titolo è tutto un programma: La Trahison des images, Il tradimento delle immagini. Non si scappa.

«Il Salento è davvero molto bello», dice dopo un weekend da ospite e visitatore. Lo aveva visto in un lontano passato, di passaggio e per lavoro. Poi lo ha sezionato, proprio per Quotidiano, una pubblicazione con tavole fotografiche dal titolo suggestivo: “L’approdo, il mito”, 1992, panorami e dettagli, ritratti dei luoghi della storia e dell’immaginazione, narrazione di gesta epiche lungo la costa meridionale della Puglia. Porto Badisco, Leuca, Gallipoli, e poi le perle tarantine, quelle brindisine... «Quel giro del litorale, accompagnato da Vittorio Bruno Stamerra e Tonino Maglio, allora direttore e vicedirettore del giornale, è stato un percorso punteggiato di emozioni. Una cosa è girovagare da visitatori, un’altra procedere lungo una storia che incasella i posti in vicende sospese tra fantasia e realtà e che sono insieme la trama e l’ordito della cultura e della tradizione e perciò dell’identità di un popolo. Scorci suggestivi. Che ho ritrovato in splendida forma, preservati nella loro bellezza anche dopo un quarto di secolo. Di solito succedono cose strane in giro per l’Italia: vedi centri storici che ti abbagliano per la bellezza, poi lo scempio tutt’intorno. Invece il Salento mi è sembrato un luogo amato. Ci sono aree del sud dove il sentimento psicologico dominante è quello dell’autodenigrazione. Giù da voi no: i salentini ci tengono ai loro paesi, ai loro angoli, al loro mare. Ne parlano bene. Come i siciliani, sanno tramutare le loro carenze in specificità: nessuno in fondo, come diceva Jean-Paul Sartre, si pensa diverso dagli altri senza credersi superiore».

E poi c’è la luce. Fondamentale per un fotografo che, muovendosi in una dimensione binaria, il bianco e il nero, ha nelle ombre e nel contrasto tra chiaro e scuro la chiave di accesso alla profondità e, di qui, all’essenza ultima delle immagini. La luce, ecco. Che rimbalza dalle pietre, inonda di energia e si ripaga catturando l’attenzione. «Tu parti da Milano e se la giornata è favorevole ti sembra che ci sia luce. Poi atterri, a Brindisi come a Palermo, e ti chiedi: e questa cos’è? Una trasparenza emozionante, bagliori impensabili altrove e che giù al sud trovi anche lì dove il mare non è vicino. Sorprendente. In uno dei miei viaggi per un libro sulla pietra pugliese ho attraversato le cave e osservato i monumenti, le chiese, le facciate dei palazzi nobiliari. Un’iniziazione paesaggistica e culturale a questo patrimonio stupendo, frutto della trasformazione di una risorsa naturale estratta dalla terra. Una pietra soda e insieme facilmente lavorabile ha prodotto capolavori su cui la luce si diverte a rimodellare le forme, moltiplicando fascino e suggestioni e dando ulteriore spessore alle idee e all’arte. Mi ha sempre appassionato la bellezza storica e artistica. Di quella naturale siamo responsabili, ma fino a un certo punto. I capolavori di Noto, Siracusa, Lecce, Gallipoli da soli valgono il viaggio. Otranto è ancora troppo poco famosa per quello che meriterebbe: il mosaico della cattedrale è un’opera grandiosa, l’ambizione di raccontare il mondo, la sua storia, la sua origine, tutto in un immenso disegno. Popoli che hanno prodotto esempi sublimi di arte non possono sentirsi uguali agli altri. Abbiamo un passato glorioso, dobbiamo giustificare il legittimo orgoglio del presente. Ma non è detto che sia il turismo l’unico veicolo e l’unico riscontro: in fondo, è anche una forma di distruzione e consumo. Ai turisti andrebbe riservata una megalopoli in stile Disney per lasciare tutto il resto a chi ama e sa emozionarsi. Come le foto: se ne fanno troppe. Ogni giorno nel mondo si elaborano tante immagini quante se ne sono prodotte dal 1834 ad oggi. Una manifestazione elefantiaca del presente cui sfugge la voglia di raccontare una storia e tramandarla. Succede anche in famiglia: ritratti, selfie e foto di gruppo, ma neppure un album a contenerle e custodirle».

Amare, conservare, tramandare. Il gancio lo fornisce lui stesso: la bellezza naturale di cui siamo responsabili, ha detto. Così se gli chiedi cosa avrebbe voluto fotografare, senza che ne abbia avuto la possibilità, non stavolta almeno, non nei giorni del riapprodo nei luoghi del mito, lui ci pensa su, fuma, arrotonda l’“ehhh” riflessivo e infine scatta la parola che da sola vale. «Gli ulivi», dice. Proprio così, gli ulivi. «Stanno morendo, lo trovo inaccettabile. Temo che un misto di retorica e opportunismo politico abbia fatto degenerare una situazione che appare irreversibile. Ricordo ancora mio padre quarantacinque anni fa, la testa tra le mani per la sorte dei limoneti di Bagheria; la peronospora che distruggeva i vigneti... La natura ha le sue malattie devastanti, l’uomo ci mette il resto. Quanto accaduto agli uliveti è il simbolo di una stupidità colpevole e di una colpevolezza stupida. Lo dico con rammarico. Riusciamo a costruire dei capolavori di ingegneria ma siamo ancora incapaci di arginare i flagelli naturali. Forse dovremmo cominciare seriamente a prenderci cura del nostro ambiente, senza dover aspettare che sia sempre il Comune, la Regione o lo Stato a intervenire. Si comincia da noi stessi e dalle piccole cose. Dovremmo essere capaci di accompagnare lo sviluppo con un maggior rispetto per il paesaggio e le persone. Ecco: occuparsi degli ulivi non è cosa diversa dall’avere a cuore gli altri, gli stranieri, gli sconosciuti. Ho 74 anni, di certo le cose oggi vanno meglio. Quando ero piccolo c’era un’emigrazione terrificante, una fuga dalla miseria e dalla disperazione. Eravamo noi, un tempo, quelli che ogni giorno, adesso, solcano il mare a bordo dei barconi. Non dimentichiamolo».

La pagina si può smontare e rimontare. Il racconto può essere invertito; il filo logico ribaltato. Per partire da qui, percorrendo a ritroso il fugace ritorno al sud di un fotografo e dei suoi chiaroscuri; per leggere in controluce l’evoluzione di una fetta d’Italia, questa, che non smette di stupire e di indisporre. «Una cosa molto salentina e anche molto siciliana è l’ospitalità. In parte concorre a rendere il meridione molto faticoso. È una specie di arma letale: questo lo devi mangiare, questo te lo devi portare, questo lo devi vedere, lì ti ci devo accompagnare. E tutto perché l’orgoglio e l’affetto vanno quasi inflitti più che dimostrati. Così alla fine te ne vai stremato da tanta grazia. È l’amicizia usata come corpo contundente. Come una clava». Colpisce, certo, ma non stordisce. Non il maestro, almeno, che i ricordi li conserva tutti. Intatti, nitidi, fuochi d’artificio su immagini in bianco e nero. «Ne ho messe in posa di stupende gnoccolone nei vari angoli della Puglia e del Salento. Affascinanti, prorompenti o sensuali, ma sempre meno belle dei contesti in cui le sistemavo per uno scatto». Un mito. E questo, in fondo, è il nostro approdo.


 
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Domenica 29 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:04