Sogni, occupazioni e cortei: le due generazioni che svegliarono il Salento

Sogni, occupazioni e cortei: le due generazioni che svegliarono il Salento
Il primo Nemico della Rivoluzione, nel Salento, fu una ventosa sturalavandini. I ragazzi del liceo Palmieri, imbottiti di letteratura greca e filosofia, quella notte erano rannicchiati dietro un finestrone che dava sul retro, dove c’era il cortile che accoglieva le Lambrette e le Gilera dei figli di papà. Il Sessantotto era arrivato a Lecce e loro volevano occupare la scuola. Per questo avevano portato la ventosa e una punta di diamante: bisognava tagliare la vetrata in modo da entrare senza svegliare il mitico Leo che abitava la casetta del custode. Toccò ad Antonio Caprarica, destinato a diventare uno dei più conosciuti giornalisti Rai degli anni Novanta, l’incarico di realizzare il foro, ma l’impresa non riuscì: più facile tradurre Seneca o leggere Marx e Marcuse che manovrare un attrezzo per falegnami. La soluzione fu trovata dal maciste del gruppo: un bel colpo e la vetrata venne giù.
Cominciò così, con una prima lezione di vita, il Sessantotto nel liceo più famoso di Lecce. Cinquant’anni fa. Il mondo percorso in lungo e in largo dal vento di una rivolta che cambiò per sempre i paradigmi che fino a quel momento avevano tenuto sullo stesso immutabile binario vecchie e nuove generazioni. I ragazzi e le ragazze di allora hanno immaginato un nuovo ordine, non sono riusciti a realizzarlo ma hanno governato, insegnato, scritto, creato e raccontato fino ai nostri giorni e qualcuno - ormai alle soglie dei settanta - è ancora in prima linea. E sogna ancora. Come quell’anno sognavano, sotto il primo sole dell’estate, i fondatori della Repubblica dell’Isola delle Rose. Una piattaforma costruita davanti alla costa romagnola, al limite delle acque territoriali, proclamata Stato indipendente. Un sogno di libertà, incomprensibile per il governo che inviò le motovedette della polizia e le navi della Marina per abbatterla.
Ribellione e sogno sono stati il comune denominatore per la generazione del Sessantotto; la rabbia, soprattutto quella, è stata invece la compagna di viaggio di un’altra generazione, quella del Settantasette. Una e l’altra hanno a loro modo segnato la storia anche in questa periferia della periferia ed è a quelle che è dedicata la sfida odierna.
Nell’Università di Lecce, tra le prime in Italia ad essere occupate, l’avanguardia dei sessantottini si era fatta le ossa con le feste della matricola: cortei sui viali e in centro, musica, veglioni nei teatri e l’annuale incontro col sindaco che consegnava idealmente le chiavi della città. Tutti insieme, studenti di destra e di sinistra, proprio come accadde alla prima occupazione. Oggi qualcuno lo chiamerebbe “laboratorio politico”, ma all’epoca era l’ultimo residuo di una stagione destinata inesorabilmente agli archivi. La seconda occupazione lasciò la destra fuori dal palazzo di Porta Napoli e quella fu la scintilla che fece esplodere il primo incendio. “Due ore all’arma bianca nella Università di Lecce” fu il titolo che la Gazzetta del Mezzogiorno dedicò agli scontri di Lecce. La notte dell’11 dicembre, mentre gli studenti delle sinistra dormivano nelle aule e nei corridoi del rettorato, un gruppo di studenti della destra riuscì ad entrare da una finestra del retro. Volevano “cacciare” i comunisti dall’Università perché non permettevano loro di entrare. E fu la fine del mondo: volarono calci, pugni, bastonate, volarono libri e sedie e mobili e solo dopo molto tempo e con gran fatica polizia e carabinieri riuscirono a riportare la calma. Ne nacque un processo, con una ventina di studenti sul banco degli imputati a rispondere dei danneggiamenti.
All’occupazione dell’ateneo seguirono quelle delle scuole superiori e per alcune settimane Lecce ebbe una vetrina nazionale insieme ad altre città sedi di università. Persino il democristianissimo Giuseppe Codacci Pisanelli, tra i fondatori e rettore dell’Università, approfittò del momento. Narrano che un giorno entrò da una finestra, sfidando il linciaggio, e chiese agli studenti che occupavano di parlare con i loro capi. A quell’epoca l’ateneo leccese non era ancora statale, i rettori-baroni e una buona fetta della politica non vedevano di buon occhio la nascita di piccole università e a mettere i bastoni tra le ruote era lo stesso Pci. Così Codacci Pisanelli chiese ai suoi studenti di sinistra di fare qualcosa per convincere il partito di Luigi Longo a cambiare opinione. E loro ci riuscirono: poche settimane dopo, in Commissione, i parlamentari votarono per la statalizzazione dell’Università di Lecce. Era fatta. A Montecitorio quel giorno c’erano Piero Manni (il futuro editore) e Oreste Massari (destinato a diventare un professore della Sapienza) in rappresentanza degli studenti. Codacci Pisanelli li incontrò in un corridoio della Camera, li abbracciò come fossero vecchi amici e li invitò a pranzo per festeggiare.
 
Anche i docenti, in un modo o nell’altro, erano coinvolti nella contestazione. Mario Marti, grande letterato ed egli stesso rettore, scomparso alcuni anni fa, era tra i più tosti e gli studenti di allora raccontano che era solito fare lezione alle 8 del mattino. «A quell’ora i contestatori dormono - diceva -. E io sono più tranquillo». C’era anche la missina Adriana Poli Bortone tra i prof. «Dovevo fare l’esame di letteratura latina con lei e temevo ritorsioni - racconta Massari nel libro sui fatti del Sessantotto curato da Ruggero Vantaggiato e Piero Lisi - e invece mi mise un bel 30».
Una generazione diversa, molto diversa da quella che ha firmato gli anni Settanta. Il ‘77 si aprì con le trasmissioni sperimentali a colori della Rai, ma il cielo si oscurò subito al rumore degli spari delle P38. A giugno le Brigate rosse spararono a Indro Montanelli e il 16 novembre uccisero Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa. A chiudere l’anno, il 28 novembre, l’assassinio del giovane operaio Benedetto Petrone, a Bari, inseguito e accoltellato da un commando neofascista.
Fu un autunno caldo, caldissimo, anche per l’Università salentina. Tutto accadde il 12 novembre. La Questura aveva vietato una manifestazione di giovani missini in piazza Sant’Oronzo, in un primo momento autorizzata, e un corteo dei gruppi dell’estrema sinistra. Sia gli uni che gli altri scesero comunque in piazza e fu il caos. Che presto si trasformò in dramma e solo per poco non finì in tragedia. I gruppi della destra diedero vita a un corteo non autorizzato che, senza l’intervento della polizia, riuscì a spostarsi da piazza S.Oronzo a viale Marconi e poi in via Cavallotti. Lì, quando fu chiaro che l’intenzione era di raggiungere piazza Mazzini per scontrarsi con i militanti della Sinistra, la celere intervenne e nacquero gli scontri. Lacrimogeni, manganellate, pietre e pugni. Fu così, poco dopo, anche nel centro storico, quando in via Matteotti la polizia intervenne a sorpresa per sciogliere un corteo di giovani della Sinistra. Ci fu un fuggi fuggi generale, con i commercianti impauriti che abbassavano le saracinesche, parte dei manifestanti rifugiatisi nell’Upim di via dei Templari e gli altri in fuga nei viottoli del centro storico. Ci furono un lancio di molotov e l’esplosione di alcuni colpi di pistola da parte degli agenti. Restarono feriti due studenti: Daniele Chiarelli e Salvatore Cappilli. Alla fine della giornata, con mezza città in stato d’assedio e sul selciato ancora le tracce del sangue dei feriti, si aprirono le porte del carcere di piazzetta Peruzzi per Mario De Cristofaro, esponente di spicco della destra e destinato a diventare presidente del Consiglio regionale negli anni della giunta Fitto.
Le prime avvisaglie, in quel terribile ‘77, si erano avute a giugno, il 4, quando piazza Sant’Oronzo ospitò un comizio di Pino Rauti. La Sinistra aveva fatto di tutto per impedire che il leader del Movimento sociale parlasse in piazza, ma la manifestazione - autorizzata - si svolse secondo programma. Un corteo di extraparlamentari tentò invano di raggiungere l’area del comizio, ci furono scontri con lancio di lacrimogeni e anche colpi di pistola. Nessun ferito, per fortuna, ma in piazza Mazzini - nella galleria - venne devastato uno dei bar più noti della “nuova” Lecce, il Baobab. Unica colpa: essere luogo di ritrovo dei giovani missini. Il giorno dopo, nella cronaca di Lecce della Gazzetta c’erano le foto del locale, con l’ingresso bruciacchiato, e dei bossoli che erano stati raccolti nella zona degli scontri.
L’anno dopo molti dei protagonisti del ‘77 salentino partirono per frequentare le università al Nord. Il clima nel Paese era sempre teso, ma da queste parti la situazione era più tranquilla. Si continuava a manifestare, ma niente scontri al di là di qualche scazzottata davanti alle scuole. Poi venne marzo, il 16. Era un giovedì e su Lecce splendeva il sole. La signorina Albanese entrò nell’aula della Seconda F, al liceo Palmieri, per la solita lezione di Italiano. Aveva un pregio e un difetto. Il primo: conosceva a memoria tutta la Divina Commedia. Il secondo: aveva la “s” sibilante. «Ragasssi - disse sedendo alla scrivania col volto terreo -, mi raccomando: appena usssite andate a casa, non fermatevi sul marciapiede». Le Brigate rosse avevano rapito Aldo Moro e massacrato la scorta.
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Domenica 14 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 15-01-2018 10:41