Intervista (impossibile) a Robert Stevenson:
«Ecco perché da Jekyll nasce Hyde»

Illustrazione di Giulia Tornesello
Intervistatore: “Il signor Utterson, il legale, era una persona dall’aspetto ruvido, mai illuminato da un sorriso.”
Robert Stevenson: Cita?
I: Cito l’inizio del suo capolavoro, signor Stevenson. Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde
RS: Vedo.
I: Il personaggio di Utterson è il primo che si trova di fronte il lettore: è il confidente del dottor Jekyll, nonché depositario del suo testamento. Lei ne cesella il carattere e la fisionomia con parole che si fissano indelebilmente nella memoria del lettore: “Il signor Utterson, il legale, era una persona dall’aspetto ruvido, mai illuminato da un sorriso; gelido, reticente, impacciato nel conversare, riluttante al sentimento, esile, allampanato, malmesso, tetro: nonostante tutto questo sapeva comunicare un che di amabile”. Sembra di vederlo.
RS: La ringrazio, immagino sia un complimento.
I: Credo si tratti di uno degli inizi più efficaci della storia della letteratura moderna.
RS: Lei mi lusinga.
I: Senta, ma è vero che scrisse il romanzo in tre notti?
RS: In tre giorni completi, a dire il vero.
I: Ho letto che a sua moglie, Fanny Van de Grif, da lei considerata qualcosa di più di una semplice musa, la prima versione non piacque.
RS: Quando mi presentai a colazione con il manoscritto – era un gelido autunno del 1885, ci trovavamo nella casa di Bournemouth, di fronte all’isola di Wight – lei cominciò a leggerlo immediatamente e intensamente, come d’altronde faceva ogni volta che le sottoponevo un nuovo lavoro.
I: È un romanzo breve, il verdetto non dovette tardare.
RS: Infatti. Mi ero buttato a dormire, stravolto dalla stanchezza, quando Fanny mi svegliò dolcemente. Quando riuscii a metterla a fuoco, vidi che il suo sguardo era determinato: mi disse che il mondo non aveva bisogno di un altro giallista di talento, ma di una mente audace ed estrema, pronta a trasformare in antropologia l’indagine psichica sullo sdoppiamento di Jekyll in Hyde.
I: E lei che fece?
RS: Ero irritatissimo. Ma le sue parole – come sempre – mi colpirono. Tre ore dopo ero già di nuovo al lavoro. Me la cavai in altri tre giorni, poi dormii ventiquattr’ore di fila. Quando mi ripresi contattai l’editore londinese: Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde uscì nel dicembre 1885 in una collana economica di racconti thriller, ma già nel gennaio del 1886 gli fu data una maggiore dignità editoriale. D’altronde l’editore fu ben ricompensato, visto che già nelle prime settimane si vendettero più di 40 mila copie del libro.
I: Un ottimo risultato anche per lei.
RS: Fu una boccata d’ossigeno per le mie finanze. Sa, ho vissuto a modo mio, con estrema convinzione, senza risparmiare ai miei familiari rotture anche drastiche: mio padre mi voleva ingegnere e sposato con una coetanea inglese del nostro rango. Divenni invece scrittore e mi sposai con una donna americana di quattordici anni più grande di me, per giunta madre di due figli e moglie separata e non ancora divorziata. Le assicuro che non mi è stato difficile sostenere le mie passioni fino alle estreme conseguenze. Tuttavia il conflitto ha un prezzo che bisogna essere disposti a pagare: si tratta, in molti casi, di una difficile e lunga navigazione tra nomadismi e precarietà economica.
I: Lei pubblicò L’isola del tesoro nel 1883, e fu un grande successo. Quando scrisse Jekyll e Hyde, due anni dopo, era quindi già popolare.
RS: Non sempre la fama si accoppia al benessere economico. Dovevo prendermi cura di Fanny e dei due figli da lei avuti col primo marito. Inoltre, come immagino lei sappia, sono stato malato ai polmoni per l’intera vita. Ero sempre alla ricerca di località con un clima capace di consentirmi una vita normale, perché l’umido e il freddo mi spossavano enormemente. Trasferirmi in luoghi a volte assai lontani mi è stato necessario, ma ovviamente ha avuto dei costi, anche economici.
I: Senta Stevenson, torniamo a Jekyll e Hyde. La costruzione architettonica del testo è perfetta, ma non è di questo che le vorrei parlare. Vorrei tornare alla questione dello sdoppiamento di Jekyll in Hyde. Come molti lettori ricorderanno, Jekyll è un noto medico disposto ad auto-somministrarsi farmaci di sua invenzione. Durante uno degli esperimenti, si mescola a un preparato sostanzialmente innocuo un elemento estraneo che fa scattare la metamorfosi. Come sappiamo, la trasformazione di Jekyll in Hyde è spaventosa: dallo stimato dottor Jekyll prende forma il ripugnante mister Hyde, un essere dedito a ciò che, circa ottant’anni più tardi, Anthony Burgess avrebbe definito “ultraviolenza”(1).
RS: Mi scusi, qual è la domanda?
I: Eccola: lei si trova nel XXI secolo da qualche giorno. Non le sembra, per quanto le è capitato di vedere, che la scissione manichea bene/male, angelo/bruto, spirito/bestia fosse più adatta a rappresentare il suo mondo che il nostro?
RS: Lei intende che il “mio” mondo è quello che voi definite “vittoriano”, immagino.
I: E soprattutto “industriale”, con centinaia di fabbriche e le miniere per alimentare il capitalismo arrembante dell’Inghilterra di fine XIX secolo.
RS: Perché, nel XXI secolo non avete più il capitalismo?
I: Guardi, il capitalismo c’è senz’altro ancora, anche se molti scienziati sociali sostengono che i fenomeni legati alla globalizzazione lo stiano profondamente cambiando. In quale direzione, sembra difficile dire.
RS: Più che alle scienze sociali mi sono sempre affidato alla letteratura per capire il mondo, con un lavoro costante e faticoso di immedesimazione, anche quando si trattava della psicologia di uno scienziato di fine ‘800. La figura del dottor Jekyll è infatti quella di uno scienziato positivista, che sulla scia di una tensione malsana tra medicina e accelerazione tecnologica cade, attraverso la mutazione, nell’abisso della voluttà: Hyde infatti non ha limiti, nemmeno dare la morte gli provoca malessere. Il suo è un progetto nichilista e autodistruttivo, ma l’intensità è vitalistica. Il male che fa Hyde ne rafforza il potere verso il finto neutralismo scientista di Jekyll.
I: Tempo scaduto signor Stevenson. È stato un vero onore poter parlare con lei.
RS: Deve anche farmi gli auguri di compleanno. Sono nato il 13 novembre del 1850.
I: Tanti auguri allora. Come festeggerà?
RS: Ho appuntamento al Duomo con il mio vecchio amico Henry James.
I: Addio Tusitala(2), buon rientro a Samoa.




Note a piè di pagina:
Robert Louis Balfour Stevenson, questo il suon nome completo, è stato un drammaturgo e poeta scozzese, nato a Edimburgo il 13 novembre 1850 e morto a Vailima, piccolo villaggio montuoso a pochi chilometri da Apia, la capitale dell’isola di Samoa, nel sud dell’Oceano Pacifico, il 3 dicembre 1894. Le note: 1) l’espressione è utilizzata nel capolavoro di Anthony Burgess Arancia meccanica, 1962; 2) appellativo di Stevenson all’epoca del soggiorno finale a Samoa. Stevenson aveva imparato i rudimenti della lingua locale, e, dopo aver indagato le leggende autoctone, prese a raccontarle agli abitanti. Per questo motivo essi lo chiamarono Tusitala, cioè “l’uomo che racconta le storie”.

 
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Domenica 12 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:29