Stop ai proclami: la scuola ha voce
Ascoltiamola

Stop ai proclami: la scuola ha voce
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Di mestiere faccio il linguista. La scorsa settimana sul nostro giornale abbiamo parlato dell’appello indirizzato da oltre 600 professori universitari di varie discipline, scrittori, Rettori, Accademici della Crusca, al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento italiano a proposito del cosiddetto “declino dell’italiano”. Con noi molti altri, sulla stampa se ne è scritto moltissimo, ci sono stati dibattiti in radio e in televisione. Non sempre i toni sono stati equilibrati. Non so se inavvertitamente o strumentalmente, a volte si è mirato più a contrapporre le posizioni che a trovare le convergenze.È l’eterna Italia dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Bianchi e dei Neri. Ma in altri casi (la maggioranza, per fortuna) le tesi in campo erano seriamente argomentate e, a ben guardare, nella sostanza i contenuti si rivelavano non così distanti: gli intervenuti erano «mossi da interesse verso la scuola e da passione e fiducia nella lingua italiana, di cui finalmente si scopre appieno la trasversalità e centralità». Così afferma una “notizia” apparsa nel sito dell’Accademia della Crusca, dove si preannunzia un apposito incontro, da organizzare con la collaborazione di Crusca scuola e dell’Associazione della Lingua Italiana.Asli, per valutare le importanti questioni sul tappeto. Ottima iniziativa, si toccheranno temi decisivi per la scuola e per l’intera società italiana.
Letto l’articolo su «Nuovo Quotidiano», molti mi hanno scritto. Ai colleghi universitari, che hanno fatto tutti riflessioni intelligenti, ho risposto singolarmente. Qui vorrei invece presentare alcune lettere ricevute dai docenti che operano nella scuola. È giusto. Sono loro che giorno per giorno si misurano con le enormi difficoltà provocate dal cattivo uso dell’italiano da parte degli studenti, nell’oralità e nella scrittura.
Lorenzo Varaldo è un preside di Torino che prima di ricoprire questo ruolo ha svolto per ventinove anni la professione di maestro elementare, scegliendola anche dopo aver vinto i concorsi per le medie e le superiori. Condivide l’importanza di concentrarsi sull’obiettivo di elevare la qualità dell’insegnamento nella scuola, a qualsiasi livello. Aggiunge, testualmente: «Penso però che per farlo sia importante comprendere anche le cause del problema, senza limitarsi a quelle che lei chiama, anche giustamente, “litanie”, ma cercando di andare a fondo, perché se non si rimuovono le cause sarà difficile non farsi fuorviare dai proclami di chi ci dirà immancabilmente che è ora di rimettere al centro l’italiano, per poi indirizzare tutto il sistema fuori strada». Ecco la sequenza delle litanie ricordate dal prof. Varaldo. Politici insufficienti o distratti, professori a volte demotivati, ragazzi incapaci di andare oltre il mondo digitale, famiglie arroganti che pretendono volti alti per i pargoletti stupidi o neghittosi, concorrenza impropria tra le scuole che cercano di attrarre gli studenti offrendo non contenuti ma svaghi e attività extra, istituti parificati che (salvo numerate eccezioni) offrono a pagamento promozioni facili e recupero di anni persi.
Si riferisce alla sua quotidiana esperienza di insegnante di lettere nell’Istituto Tecnico Industriale “Antonio Meucci” di Casarano la prof. Santina Sarcinella. Lamenta che l’impegno del docente viene di fatto subordinato alla necessità di avere una ricaduta in termini meramente numerici e statistici, vuol dire insomma che prevale l’obbligo di puntare sui numeri a scapito della qualità dell’insegnamento. È la concorrenza impropria fra le scuole ricordata prima, si attira il maggior numero possibile di studenti, perché senza studenti le scuole perdono classi e professori e magari chiudono: interessano più d’ogni cosa i numeri, la qualità si percepisce con difficoltà. Se «folte schiere di studenti di un biennio superiore non distinguono un predicato da un sostantivo», il difetto non può risolversi evocando, genericamente, un cambio nella metodologia d’insegnamento. Semmai, andrà chiamato in causa il «pressapochismo di una politica scolastica attivata da molto lontano  e che, inevitabilmente,  ha una ricaduta sulle singole realtà».
La professoressa Elena Torsello insegna nello stesso istituto di Casarano della docente precedente. Mi piace sottolinearlo, vedete con quanta passione si discute nelle scuole. Mi scrive: «Vorrei considerare con Lei solo quello che ritengo il problema più drammatico: i ragazzi delle classi sociali medio basse non credono che la cultura serva a migliorare, a facilitare la ricerca di un buon posto di lavoro, sono generazioni tradite nelle speranze, nelle ambizioni. Non credono nella meritocrazia, non credono nella possibilità che un titolo di studio possa fare la differenza. La mia generazione è figlia degli operai e dei contadini che vedevano un riscatto sociale nella possibilità di mandare il proprio figlio a scuola,  facendolo diventare addirittura dottore! Oggi questa fame di riscatto, questo fuoco che muoveva l’ambizione di fare meglio di chi ci ha preceduti, non la vedo negli occhi della maggior parte dei miei studenti. Tuttavia, non bisogna arrendersi. Sono convinta che l’incontro con docenti che abbiano passione, professionalità e competenza, docenti capaci di guardare i loro studenti negli occhi, possa fare la differenza, possa riaccendere quella curiosità che è alla base di ogni sapere».
E infine. Un professore che preferisce non essere nominato mi manda alcune sue riflessioni, che per ragioni di spazio posso citare molto parzialmente. «Inseguendo una confusa e contradditoria idea di uguaglianza, la scuola ha fatalmente accettato il principio del riconoscimento, a prescindere, del “pezzo di carta” a tutti, benché vuoto e puramente nominale, dal peso specifico nullo o quasi e frutto di un continuo gioco a ribasso. E questo, giocoforza, per effetto di quel perverso meccanismo che sono le “bocciature bianche”, per le quali ci si limitava − e sempre di più ci si limita − a promuovere nella classe successiva, quindi a licenziare e diplomare, indipendentemente dai reali livelli di competenze raggiunti, facendo così nuovamente della scuola uno strumento drammaticamente classista e reazionario, che sta nuovamente impedendo agli ultimi di avere un’istruzione vera, che li formi adeguatamente, che li educhi, che dia loro, insomma, la reale possibilità di un riscatto sociale e personale. I ricchi, i cui figli continueranno ad essere “classe dirigente” e che sempre più andranno a studiare negli istituti privati ad elevati standard di preparazione – meglio se all’estero −, ringraziano (...). In Italia, invece, una laurea non si nega a nessuno e ciò è un bene, sia chiaro, perché presuppone una visione sociale democratica ed egualitaria. La scuola cosiddetta di massa, però, croce e delizia dei tempi moderni, ha abdicato al compito di distinguere e selezionare. Ha eletto a sistema il principio anti meritocratico del tutto a tutti, in evidente antitesi con la società reale e in specie con quella del lavoro, dalla quale sei espulso se non dai prova di saper fare qualcosa. Come inevitabile risultato, ha contribuito a sfumare tutto in un indistinto amorfo, ove l’alto e il basso, il buono e il cattivo si confondono e su tutto prevale la mediocrità, metro di misura universale, sembra, della società quindi della scuola e della cultura contemporanea».
Questa volta non commento le cose dette dai professori, le affido alla riflessione dei lettori. Il dibattito sull’italiano a scuola è aperto, vedremo come si svilupperà. Non esistono ricette. E tuttavia, un paio di suggerimenti mi permetto di dare alla ministra Fedeli. Primo. Ascolti le voci che vengono dalla parte migliore del mondo della scuola, lì ci sono molti professori seri. Secondo. Non si faccia prendere, come i suoi predecessori, dalla smania di riformare ancora scuola e università. Leggo di una proposta che abolisce PER LEGGE la bocciatura nella scuola elementare. Intendiamoci, nessuno pensa di risolvere i problemi della scuola bocciando alle elementari (dove peraltro non si boccia nessuno, a ragione); ma smettiamola con i proclami inutili, sono solo fumo negli occhi. La ministra punti a far funzionare l’esistente, sarebbe un risultato straordinario.
p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: segreteria@quotidianodipuglia.it. I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale
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Domenica 19 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 21:33