Un bacio senza tempo tra una suora e un prete restituisce al pubblico la disinvolta dimensione ironica e trasgressiva di un maestro della fotografia internazionale, l’ha concepita per Benetton, ormai, oltre vent’anni fa e questo basterebbe a sottolineare il rapporto con la moda e la comunicazione di Oliviero Toscani. Più di cinquant’anni di Magnifici fallimenti, è la mostra che si apre oggi nelle sale dell’antico maniero a Otranto, un percorso espositivo curato da Nicolas Ballario e coordinato da Lorenzo Madaro con oltre cento tra gli scatti che lo hanno reso celebre nel mondo. «Sono un presessantottino, lavoro dal Sessanta ma non ho mai conservato nulla delle mie foto, non ho uno studio, non ho un archivio sono un nullatenente del mio lavoro e questo mi ha permesso di essere libero, di cambiare e muovermi senza sentire il peso e la responsabilità delle cose che avevo già fatto - racconta Toscani -. Del resto non sono mai stato un feticista o uno fissato per gli aspetti tecnici, per la pellicola, non ho mai collezionato macchine fotografiche, il digitale è il futuro è ovvio, tutto nasce da un pensiero, un’idea, la macchina fotografica va messa dietro la testa e non davanti».
Ma da dove nasce la forza dirompente e rivoluzionaria della fotografia di Toscani?
«Non certo in Italia - ci spiega, pur essendo figlio del primo fotoreporter del Corriere della Sera e cognato di Aldo Ballo, fotografo del design milanese -,ho studiato in Svizzera in quella che era la migliore scuola del momento, la Kunstgewerbeschule, con insegnanti della Bauhaus, l’Italia non ha mai avuto grande rispetto per la fotografia, non ci sono scuole, né luoghi dove potersi formare come è successo in Germania o in Inghilterra e purtroppo l’Italia oggi non è in grado di produrre un immaginario contemporaneo, un pensiero visivo. Vent’anni di Berlusconi hanno reso gli italiani un popolo volgare».
Negli anni settanta approda alla Factory di Andy Warhol, tempio assoluto della Pop Art e delle contaminazioni tra il mondo delle arti visive e della pubblicità, entra in contatto con la cultura underground di New York, in cui tra rock, punk e arte dissacrante nascevano movimenti artistici e collaborazioni, energia beat che ha scritto i codici della contemporaneità.
Dagli anni ottanta in poi la campagna per Benetton di Toscani detta le nuove regole della comunicazione, immagini che rivelano un fatto nuovo, uno scarto tra fotografia e slogan che risulta esplosivo, affronta grandi temi sociali utilizzando la pubblicità del marchio: razzismo, sesso, guerra, aids, violenza, omosessualità attraverso scatti che hanno segnato per sempre l’ immaginario mondiale, che ci hanno fatto arrossire, arrabbiare e riflettere.
 

Ma ora, che tutti abbiamo un cellulare in mano, in un momento in cui non solo produciamo immagini ma siamo noi stessi conduttori di immagini, che finiscono per abitarci e, a volte, anche per possederci, come può la fotografia avere ancora una sua forza rivoluzionaria e dissacrante?
«Di tutte le immagini prodotte la fotografia è l’unica ad avere ancora un impatto sociale, l’immagine ferma ingaggia subito la nostra responsabilità sociale inchiodandoci alla realtà, è quello che è successo con la foto del bambino curdo Aylan, annegato mentre scappava dalla guerra e che ha indignato le nostre coscienze - argomenta Toscani - con la fotografia non si bara, le fotografie sono testimonianza, sono documenti di verità, prima della fotografia la storia dell’uomo era fatta di parole, riproduzioni della realtà e anche con Garibaldi, ad avere una macchina fotografica saremmo stati tutti più tranquilli» e qui il discorso potrebbe essere infinito.
Immagine della mostra è la foto con, in primissimo piano, un africano con due occhi diversi tra loro, scatto con cui Toscani lanciò “Fabrica”, il centro di ricerca fondato nel 1993. Ancora una volta un modo emozionante per raccontare le differenze e trovare nella diversità la password che apre il futuro, e infatti il tema dell’integrazione segna anche il suo ritorno con Benetton dopo 17 anni si rinnova il sodalizio. «Luciano mi ha chiamato e ricominciamo a lavorare insieme dopo un momento difficile per l’azienda, la committenza in passato ha permesso di creare grandi architetture, così come i grandi imprenditori permettono la realizzazione di grandi idee, il potere ha bisogno della comunicazione e la comunicazione ha bisogno dell’arte per potersi imporre. Con questa campagna riparto dall’integrazione perché in questo fenomeno ci sono le condizioni per gestire il futuro».
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Sabato 20 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:57