Una storia Franca: il giallo di Avetrana riletto dalla Leosini

Franca Leosini durante l'intervista a Sabrina Misseri nel carcere di Taranto
Le storie vanno studiate per essere capite. (Pausa). Anche per essere giudicate. Esiste una magistratura ed esistono le sentenze. Ed esiste anche (sorriso appena abbozzato) quella più grande Assise che siamo tutti noi. Ecco. Il promo spiega il senso di un appuntamento che è subito evento atteso e perciò imperdibile. I palinsesti hanno le loro nicchie di consenso, le loro platee di affezionati spettatori. La tv affastella i programmi, somma gli ascolti, insegue lo share. Le “Storie maledette”, invece, si muovono su un universo parallelo, trasversale ai generi, al pubblico, alle emozioni. Rimbalzano sui social. Scendono negli abissi dell’uomo per illuminare il lato oscuro della vita e perciò di tutti. Quando le tragedie non sono più cronaca, non più processo, diventano memoria condivisa con cui tornare e ritornare a fare i conti. Noi della “grande Assise” multiforme.

Franca Leosini rilegge il delitto di Avetrana. Domenica scorsa la prima puntata, stasera la seconda, RaiTre, 21.25. Nuova stagione, nuovo successo. Ma non è questo ciò che conta, non qui almeno. Si parla di Sarah, ancora, la piccola Sarah Scazzi, scomparsa in un pomeriggio afoso di agosto, otto anni fa, e ritrovata in fondo a un pozzo quarantuno giorni dopo. Lei, quindici anni appena, capelli e sogni dello stesso colore, dorati come spighe di grano, come raggi di sole. “Nell’iconografia classica - dice in apertura la voce fuori campo, dopo distese di ulivi e litorali sabbiosi - gli angeli sono biondi e lievi. Ci starà bene con loro quella ragazza bionda di Avetrana, volata lassù così leggera...”. La magistratura ha emesso la sua sentenza, definitiva, identica nei vari gradi: ergastolo per la cugina Sabrina Misseri e per sua madre Cosima Serrano, sorella di Concetta, la mamma di Sarah. Otto anni per Michele Misseri, zio Michele, ora fermo sull’ultima versione (io l’unico colpevole) dopo la girandola di confessioni fatte e smentite, condannato solo per soppressione di cadavere. C’è una magistratura. C’è una sentenza. Ora tocca a noi.

Del delitto non parla, Franca Leosini. Di questo come degli altri. Non nello specifico. Non al cellulare («ma neppure a tavola con gli amici», giura dall’altro capo del telefono). Unica sede deputata, la tivvù. Finite le aule di giustizia, resta solo quella. “Spero di riuscire a far comprendere quanto ha turbato anche me, le ombre e le luci di questa vicenda”, aveva spiegato nel lancio della nuova stagione di “Storie maledette”, lei che ne è ideatrice, autrice e conduttrice. Il tempo di inchiodare in febbraio Claudio Baglioni alle sue responsabilità, sul palco dell’Ariston, a Sanremo, sorpreso ad armeggiare con una maglietta troppo fina per un piccolo grande amore, ed eccola in marzo partire a razzo con le nuove puntate. Dallo scherzo alla realtà. Dai sorrisi alla tragedia. Fino alla morte. Non è previsto il contrario. C’est la vie.

«Sono fatti, quelli che tratto, che hanno attraversato la nostra storia recente e diviso l’opinione pubblica», spiega la giornalista. Franca Leosini, sposata, due figlie, una laurea in Lettere moderne, le sue “Storie maledette” le racconta dal 1994. Prima ha lavorato in redazioni prestigiose, fatto inchieste, suscitato scalpore con un’intervista a Leonardo Sciascia sulle donne di mafia, diretto un mensile (Cosmopolitan), curato la terza pagina de “Il Tempo” e contribuito come autrice al lancio di programmi di successo, Telefono Giallo tanto per gradire. «Sono vicende a tinte forti, appassionanti, quelle che porto all’attenzione del pubblico, trattate sempre con grande umanità». E grande preparazione, ti viene da aggiungere dopo averla vista all’opera. «Questo è sicuro. Ogni puntata impone settimane di fatica. Ogni aspetto è curato nei minimi dettagli. La messa in onda per il delitto Scazzi ha richiesto quattro mesi di lavoro. Non è come per la cronaca. I piani sono diversi: raccontare giorno per giorno i fatti impedisce di andare molto in profondità. Ci si muove su linee orizzontali. Programmi come questo, invece, seguono traiettorie verticali, operano di scavo, indagano a diversi livelli. Sono approcci differenti, insomma, entrambi ugualmente importanti. Un po’ come i Beatles e Mozart: impossibile paragonarli, senza per questo dire chi sia migliore».

Cento e passa storie maledette, in tutti questi anni. Un pubblico che la segue da tempo e cresciuto con lei, approdando in rete sotto forma di “Leosiners”, nome plurale di fans che dà il titolo a una pagina Facebook e fa il paio con l’altra, pure gettonatissima, “Uccidere il proprio partner solo per essere intervistati da Franca Leosini”, per dire del seguito della giornalista, vuoi la professionalità, vuoi la simpatia, vuoi anche alcune stravaganze lessicali. Tradotto in cifre: per la prima puntata oltre un milione e 800mila spettatori, più il picco di contatti Twitter. L’approfondimento come fenomeno social. E sociale.

Se le chiedi qual è il segreto, trova modo di sintetizzare il concetto mentre sale in taxi. «Gli ingredienti principali, in tutte queste storie, sono quelli che catturano la nostra attenzione. Per prima cosa il fattore umano: indispensabile. E poi il contesto culturale in cui si inserisce l’episodio narrato. Infine, la valutazione dei dubbi e delle incertezze che inevitabilmente aleggiano su ciascun evento sotto forma di luci e ombre. Spero di aver fatto un buon lavoro, all’altezza delle aspettative del pubblico. Guarda la seconda puntata e fammi sapere cosa ne pensi». Il “tu” è cortese omaggio alla comune professione. Piani diversi, però.

Il delitto Scazzi tiene dentro tutto. Il mare e la campagna; la città e la provincia; il percorso a ritroso di Sarah da Milano ad Avetrana; il fiore che sboccia nell’adolescenza; le prime timidezze; gli amori attesi; la morbosità dei racconti; lo sgomento della scomparsa; il giallo del cellulare spuntato all’improvviso; il colpo di scena del cadavere ritrovato durante la diretta Rai; la confessione di zio Michele; l’arresto; la ritrattazione; il coinvolgimento della cugina gelosa per l’amico conteso e, infine, l’arresto della zia, quasi fosse la strega cattiva e magari proprio per questo. Tutto e tutti sotto i riflettori, 24 ore su 24, ininterrottamente, un diario dell’orrore costruito intorno al totem dell’imponderabile che sempre incombe, quell’angoscia di ritrovarsi un giorno vittime o carnefici esorcizzata con un rito collettivo e purificatorio quando alla fine la vittima c’è e il carnefice pure, o forse no o forse sì. L’intermittenza delle nostre paure.

«Oltre diecimila pagine di processo divorate con attenzione e meticolosità», dice Franca Leosini. Lo si capisce dagli appunti con cui si presenta in carcere, a Taranto, per intervistare, l’una nella grande cappella, l’altra in una stanzetta grigia, Sabrina e Cosima. Le domande ripercorrono i fatti; i resoconti hanno già sintetizzato i cardini della difesa: «Per lei ero una sorella - dice la cugina -, da piccole siamo state flagellate dal bullismo». L’intreccio dei racconti accavalla le voci: «Voleva che io l’adottassi - dice la zia -. Aveva con sé nella borsetta una mia foto di quando ero bambina. “È mia madre”, diceva». Sabrina fragile, Cosima coriacea. E su tutto lei, la conduttrice, che controbatte con le tesi dell’accusa, con le frasi dei testimoni, con la scansione oraria del delitto, con la figura ingombrante di Ivano, il “dio Ivano”, al cospetto del quale “Brad Pitt sembra un bipede sgualcito”. Luci e ombre, appunto. E da qui si riparte. Da una domanda rimasta appesa: “Senta, Sabrina: perché suo padre ha fatto ritrovare il cellulare di Sarah?”. E da uno sfogo polemico, quello di Concetta Serrano, mamma della piccola: «Perché tanto spazio per loro? È sempre la solita farsa».

Il resto è contorno. Dà spessore al personaggio Leosini e spiega le ragioni del successo per quel tanto di folclorico e carismatico che, insieme, la perpetua come icona. A cominciare dalle frasi articolate, dai lemmi desueti, dal solfeggio delle domande, partitura in musica di interviste offerte al giudizio della Corte universale. E così dal “livello di affondo” (per non dire penetrazione) si passa alla “questuante dell’amore, sentimentalmente genuflessa”, per approdare ai “crateri di cellulite spianati sulle cosce delle signore”, alle mani usate con “efficacia felicemente terapeutica”, all’“incauto giovanotto che, frenando i suoi ardori lombari, s’inforcava le mutande”. Fino al disarmo totale della controparte quando Sabrina dice “sono trasparente”: “No”, la inchioda, “lei è una babbalona”.

Otto anni senza Sarah. I sogni biondi come i capelli, baciati dal sole, mossi dal vento, lei angelo tra gli angeli. La giustizia ha emesso il suo verdetto, ognuno stilerà il proprio. Ma in fondo a quel pozzo, lì ad Avetrana, in un giorno di agosto è precipitata anche un po’ della nostra anima bella.




 
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Domenica 18 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:10