«Amata moglie, ti scrivo»
La lettera vaga per 75 anni prima di tornare nel Salento

«Amata moglie, ti scrivo»
La lettera vaga per 75 anni prima di tornare nel Salento
Scrivere senza avere la certezza che la comunicazione possa giungere a destinazione. E nonostante questo fissare sul foglio di carta emozioni e paure, speranze e amore. “Amatissima Mia amata Moglie ti scrivo cuesta mia lettera in Dio fortuna non so se la ricevi io sto bene e lo stesso spero sentire pure di voi…”.
«Le lettere di guerra sono un classico anche per noi storici della lingua, importantissime perché scritte per lo più da analfabeti in tempo di prima guerra mondiale - spiega Marcello Aprile, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università del Salento - ci offrono esempi di quella varietà di italiano che chiamiamo “popolare”, con una serie di deviazioni dalla norma».
Ne è un esempio, uno fra i tanti, la lettera protagonista in questi giorni di una particolare vicenda, comune a chissà quante altre si cui non si sa più nulla. Settantaquattro anni fa era “sprovvista di bollo Italia”, come si legge ancora sulla busta, accanto al timbro di spedizione del 25 aprile e a quello di arrivo all’ufficio postale di Uggiano la Chiesa del 5 maggio, anno 1943. Partita dalla Libia, la lettera era destinata a Immacolata Coluccia, sposata ormai da dieci anni a quel tempo con Francesco Piconese, partito in guerra lasciando a casa moglie e tre figli. Ma a causa del bollo mancante, dal Salento la missiva è stata rispedita indietro e poi chissà. Sappiamo solo che sette anni fa è finita in un’asta on line di materiale storico e successivamente nelle mani di un appassionato di antichità che l’ha acquistata, Antonio Vesmile, che, residente a Lecce ma, guarda caso, originario di Uggiano La Chiesa, decide che vuol assolutamente provare a farla giungere a destinazione. Tramite Facebook, tenta per la prima volta nel 2012 ma evidentemente qualcosa non va. Ci prova di nuovo un mese fa, pubblicandola in un gruppo legato al paesino di Uggiano.
«La cosa mi incuriosisce, faccio zoom sul mittente e leggo il nome di mio nonno, poi zoom sul destinatario e leggo il nome di mia nonna». Così Daniele Piconese, trentatreenne proprio come suo nonno nell’anno in cui scriveva la lettera, racconta come è riuscito a riportare a destinazione quella missiva, 75 anni dopo. Qualche giorno fa l’incontro con Vesmile e la consegna della busta, anche con una ufficiale sottoscrizione di atto di donazione.
Questa storia, straordinaria nella sua evoluzione, riporta alla luce l’incertezza, il dolore, la solitudine e la paura che un contadino, soldato della prima batteria di artiglieria contraerea, quarto gruppo, a Bengasi, prova sul fronte di guerra e racchiude nelle righe che scrive all’amata moglie. Ma questa storia riabilita pure, al contempo, strumenti di uso più che comune come le piattaforme social. Il web e Facebook, nelle mani di un collezionista generoso, hanno riportato la storia di Immacolata e Francesco, deceduti rispettivamente nel ’98 e nel ’93, a tutti noi ma soprattutto ai tre dei loro cinque figli ancora in vita e ai loro nipoti.
Adesso non si capisce proprio niente se caso la ricevete cercate di farmi subito queste carte e me le spedite, se Dio vuole di fare in tempo di riceverle, prima di qualche cosa... credo che mi capite quello che vori dire che pure voi di Uggiano potete maginare.... Credo che mi capite tutto cuello che vori dire io?”. Francesco Piconese è costretto a parafrasare il suo dramma, facendo i conti con la sua limitata capacità di scrittura e facendo attenzione a non essere censurato e dunque bloccato nell’invio. Nonostante questo rimane una grandissima efficacia nell’espressione. Usa poi il disegno di un cerchio che sta per chiudersi per significare la fine, come a dire che nel bene o nel male qualcosa a breve accadrà.
«Nel caso particolare, è interessante anche la grafia abbastanza elementare che denota che chi scrive non ha molta familiarità con la scrittura. Nella struttura, ci sono un paio di formule fisse caratteristiche del genere, cioè i saluti iniziali e quelli finali - continua il professor Aprile - era abitudine ribadire “io sto bene e lo stesso spero di voi”. Per il resto, è semplicemente piena di amore per la vita e ciò che magari a noi può essere difficile da comprendere, in un tempo in cui le comunicazioni partono e arrivano quasi nello stesso momento, è il pathos legato all’incertezza dell’arrivo a destinazione di ciò che si scrive. Non si può dire che non che non esistano scritture emozionanti affidate a un sms o a un messaggio whatsapp. Pensiamo ai messaggi sms scritti passeggeri degli aerei mentre precipitavano, hanno anche quelli un corpus decisamente emozionante. Non è dunque soltanto il mezzo ma anche la situazione, il contesto a incidere. È come se Piconese avesse mandato un messaggio nella bottiglia. È l’incertezza dell’arrivo che segna questa lettera».
Ad oggi, mentre raccontiamo, incide anche l’esito finale: “…baci sempre di tuo amato marito Francesco e speriamo di ricevele sempre le mie buone notizie non ci penso delle vostre basta che ricevete le mie”. Francesco due anni dopo era di nuovo a casa, con tutti i suoi. La lettera no, almeno fino a qualche giorno fa.
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Venerdì 5 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 10-01-2018 21:22