Ritorno al futuro: la nuova movida in zona Mazzini

Ritorno al futuro: la nuova movida in zona Mazzini
Se una rondine non fa primavera, una manciata di locali non fanno movida: ma sono un buon inizio. Un segnale timido ma inequivocabile d’inversione di tendenza; un barlume di speranza per tutti i nottambuli già collocati a riposo, quelli refrattari alle notti brave del centro storico per età, ateneo o impedimenti oggettivi, tipo la mancanza cronica di parcheggi (si sa che un leccese degno di questo nome mai e poi mai affronterebbe la transumanza del sabato sera, da piazza Mazzini a piazza Sant’Oronzo, a piedi: ne andrebbe del suo buon nome). 
E, infine, un tuffo nell’amarcord per tutti quelli che, adolescenti o poco più nei favolosi anni Ottanta, dividevano le loro serate in plastici ritrovi e stazionamenti sull’asse via Imbriani-via Braccio Martello: Bar Raphael e profumeria de Donno, Vespe e Citroën Dyane, giubbotti con spalline triple (modello Goldrake) e doppie sopracciglia alla Bertè. 
Insomma, bei tempi. Quando i marciapiedi di piazza Mazzini e dintorni, lungi dallo svuotarsi per conferire alla città l’aspetto inquietante di oggi – quello di un sito sottoposto ad attacco nucleare (atmosfera tipo “l’Eternauta”, mitico fumetto di fantascienza pubblicato da Lanciostory nel 1977) - rappresentavano al contrario il teatro di amicizie e amori da Tempo delle Mele e il massimo del divertimento giovanile dell’epoca (sì, cari ragazzi di oggi, ci accontentavamo di poco). E un punto di arrivo sospirabile, quasi da scalata sociale, per chi viveva in provincia e puntava però all’uscita del fine settimana nella suddetta zona: quasi uno status symbol, per dire. Poi il declino progressivo, e i vent’anni di strapotere della movida del centro storico. 
Adesso, però, il ri-corso della Storia: qualcosa si muove, nottambulescamente parlando, nella suddetta zona. Dove uno alla volta - senza troppi proclami, ma inesorabilmente – stanno tornando locali immaginati per stare aperti ben oltre l’orario di chiusura dei canonici negozi di vendita merce; pensati per consentire a single, coppie e gruppi di amici di sedersi, mangiare, bere, ascoltare musica senza rimpiangere troppo il centro storico. 
Al passo con i tempi, beninteso: niente aria “Happy days” tipo l’“American Disaster”, ma molto più glam. L’esperienza del “300mila Lounge” e “Sette di Sette”, certo, ma da un po’ di tempo anche altro: “La Bottiglieria”, per esempio, nata in via Trinchese al civico 128 (ora trasformato in “Birreria 128”) e oggi più strategicamente situata in via Zanardelli 49, in piena piazzetta dell’Alleanza. «Siamo stati i primi a credere nella rinascita di questa zona, e lo dico con orgoglio», spiega Stefano Palma, che gestisce il tutto in società con Sebastiano Poso e Giampaolo Palma per la birreria. Apertura in primavera e autunno anche a pranzo, tutti i giorni 19-21 per aperitivi a base di vini salentini, ma soprattutto bollicine francesi e italiane e piatti espressi e veloci. «Questa zona tre anni fa, era assolutamente morta - dicono - e ci hanno presi per pazzi. Invece dopo tre anni siamo vivi e vegeti, e la zona si è svegliata. Certo, è una movida diversa da quella del centro storico: niente schiamazzi, diciottenni o universitari, ma solo professionisti che prima di andarsene a casa vogliono fare due chiacchiere con gli amici o cenare velocemente. Quando si anima il centro storico, infatti, noi siamo già chiusi».
Il “Maria Theresa Bistrot” in via Oberdan 39, il “Trinchese Café” all’83 dell’omonima via (dove Stefania e Mirella precisano però che la sera si chiude, perché la resurrezione della movida di zona non è che sia proprio ancora compiuta). In via Lamarmora 4 funziona da dicembre il nuovo “Dada” che ha scelto, spiega il direttore Luca Fedele, «di puntare sul mix ristorazione più musica dal vivo, spazio gratuito ai giovani artisti, eventi a target di nicchia, tipo le notti texane, e la città sta rispondendo bene».
Al posto della vecchia gioielleria “Scarabeo” di via Trinchese 122, chiusa per normale turnover anagrafico, apre da domani senza inaugurazione ufficiale, ma con benedizione di avvio esercizio già impartita, “La Bottega Fiore” (sotto-nome “Mangi e bevi”), dove l’intenzione è di servire panini, taglieri, aperitivi, insalate e altri piatti freddi tutti i giorni dalle 10 alle 15.30 e dalle 18 a mezzanotte. E dove il titolare Cristian Fiorentino taglia corto: «Andrà bene, lo so. Sono stato un anno a fare indagini di marketing tra tutti i leccesi che conosco e ho capito che, tra carenza di parcheggi e file per un tavolo, non se ne può più del centro storico. Pochi turisti, zero universitari, venti posti – non di più – e sul marciapiede davanti tavolini con ombrelloni, senza gazebo: non c’è neppure occupazione di suolo pubblico. E’ una sfida, ma non gioco mai per perdere».
Rumors di un’hamburgheria che dovrebbe aprire al posto delle Sorelle di Lecce (non ancora confermati); poco più in là, con ingresso su via Oberdan 55 (ex “La Quinta Stagione”), ha acceso i fornelli “La Manifattura”, ristorante dove Alessandro Guido, uno dei soci, racconta storia e finalità del progetto di Arci Lecce finanziato da Fondazione con il Sud: valorizzazione delle culture gastronomiche, con particolare attenzione verso le ricette tramandate oralmente e al rafforzamento della rete del consumo locale, e al contempo sostegno all’occupazione di persone provenienti da Paesi terzi attraverso la rete delle associazioni locali. Per tutto il giorno: si comincia alle 10 con le English, Mitteleuropean, Italian e Medioriental Breakfast, si prosegue con i brunch e i pranzi dello chef, le merende e gli aperitivi dalle 18 in poi, le cene alla carta all’insegna di una “cucina tipica rivisitata”. E tanta buona volontà: «La sera siamo ok, per il resto stiamo cercando di capire quali siano le esigenze della clientela». Meno male che hanno già gradito Vinicio Capossela e Giuliana Sgrena.
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Domenica 19 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:56