Il Salento svuotato
dal neo-centralismo

Caro direttore,
non so quale sarà la decisione definitiva del governo sulla Corte d'Appello di Lecce. Il fatto stesso, però, che siamo da mesi a parlarne e che i giornali continuino ogni giorno a riempire pagine sulla mobilitazione del territorio, dimostra non solo che il pericolo c'è, ma che ancora una volta siamo costretti a giocare in difesa. È già successo con la sede di Bankitalia a Lecce, con la sede del Tar, con il Frecciarossa, con l'Autorità portuale a Brindisi, con la Soprintendenza a Taranto. Ma i rischi non sono finiti: c'è il pericolo sempre più concreto di perdere la Camera di Commercio e, di tanto in tanto, riaffiora l'ipotesi di accorpare le Prefetture e finanche le Questure. A tutto questo, vanno aggiunti il grande pasticcio dello svuotamento delle Province - che ha creato un altro vuoto, non colmato certo dalla Regioni, nell'architettura istituzionale - e la crisi fiscale dei Comuni, dopo i tanti troppi tagli nei trasferimenti dei fondi dallo Stato centrale. A me questa sembra una follia: anziché avvicinare i cittadini alle istituzioni, stiamo facendo di tutto per allontanare le istituzioni dai cittadini. Non le pare?


Cesare Longo (Lecce)

Gentile lettore, lei ha ragione: siamo in presenza di una progressiva desertificazione del “giardino istituzionale” nelle periferie, di un arretramento dello Stato nelle sue articolazioni sui territori che va di pari passo con un neo-centralismo decisionale. La politica italiana continua a caratterizzarsi per la continua oscillazione del pendolo nell'approccio ai temi e ai problemi da affrontare: siamo passati dalla ventennale sbornia federalista, che ha contagiato tutti fino a far partorire dal centrosinistra quella riforma del Titolo V della Costituzione che tanti guai ha prodotto finora, a uno spostamento repentino e massiccio di dosi di poteri e competenze dalla periferia al centro. Oggi di federalismo non parla più nessuno, ed è un peccato perché abbiamo buttato il bambino con l'acqua sporca, abbiamo seppellito un'idea forza che poteva davvero trasformare il nostro Paese – e, in particolare il Mezzogiorno - identificandola con il becero e rozzo federalismo in salsa leghista. 
Eppure, anche nella democrazia del pubblico (più che del popolo), anche nella democrazia del leader (più che dei partiti), anche di fronte alle potenti ondate di populismi diversi che travolgono i corpi intermedi e costruiscono novelli capipolo (più che classi dirigenti diffuse) , ripartire dai territori resta l'unica strada per rifondare la politica e per ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e Stato, tra eletti ed elettori, tra governanti e governati. O, come si sarebbe detto un tempo, tra masse e potere. È giusto e sacrosanto, dunque, combattere le battaglie sui territori per non perdere presidi importanti e decisivi nella vita quotidiana di ognuno di noi. Non si tratta di difendere privilegi o garantirsi diritti non dovuti. Un territorio senza la sede di Bankitalia, senza la sede del Tar, senza la Corte d'Appello e, magari, senza la Prefettura o l'Università è un territorio molto più povero e destinato alla definitiva marginalità politica, economica, sociale e culturale. 
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Giovedì 7 Aprile 2016 - Ultimo aggiornamento: 27-03-2017 20:43