La festa del lavoro
negata ai giovani

Gentile direttore,

le giovani generazioni non sono più disposti a sacrificarsi, non ne possono più di fare sacrifici per gli errori volutamente fatti dai politici che si sono succeduti negli ultimi trent’anni. La politica non ha mai risolto i problemi dei nostri figli e non gli ha mai dato una mano. I nostri giovani non possono essere abbandonati a se stessi, ci vogliono aiuti economici, di sostegno e soprattutto il lavoro. Sono anni che i nostri ragazzi si trovano in difficoltà economica, sono i nuovi poveri del terzo millennio. E’ necessario un lavoro stabile per i nostri giovani in modo particolare al Sud, non si può far finta di niente, basta parlare politichese, non è possibile trascorrere giornate inutili a livello nazionale in parlamento, ma anche nelle nostre regioni del mezzogiorno compresa la nostra Puglia per parlare e/o beffeggiare gli avversari politici, il paese ha bisogno di chiarezza, trasparenza e visibilità. Quasi sempre il silenzio dei politici di qualsiasi colore sui problemi dei giovani è molto pericoloso. Il problema è che in realtà non sanno più come comportarsi in questo mare politico burrascoso, e demandano sempre i problemi reali e veri; sanità, trasporti, pensioni e occupazione al domani, facendo passare così giorni e mesi inutilmente. Il popolo italiano ed in modo particolare le giovani generazioni hanno bisogno di politici che siano chiari nei loro discorsi e operativi nel risolvere i problemi e che ci facciano sapere quando e se il nostro paese uscirà da questo marasma economico e politico. I nostri giovani hanno bisogno di lavoro, senza un occupazione non potranno mai festeggiare la giornata del Primo maggio!


Cav. Antonio Guarnieri (Cisternino)

 

Gentile Guarnieri,

è da molti, troppi anni che le giovani generazioni non possono festeggiare il Primo maggio. Inutile ricordare qui le cifre drammatiche dei tassi di disoccupazione e di inoccupazione, registrati soprattutto al Sud. Li conosciamo a memoria, gli istituti di statistica ce li ricordano ogni tre mesi. E con contemporanea puntualità, ogni tre mesi, assistiamo inermi al balletto delle reazioni politiche e dei commentatori nei talk show, degli impegni solenni e dei moniti delle più altre cariche dello Stato. Sia chiaro: la politica, in generale, e chi governa, in particolare, hanno tutto l'interesse affinché aumenti l'occupazione giovanile. Ne guadagna la stabilità del sistema. Del resto, non sono mancati nei decenni passati riforme e modifiche del mercato del lavoro con l'obiettivo di incentivare l'occupazione dei giovani. Ma il lavoro non si crea per decreti o disegni di legge. Il lavoro lo creano gli investimenti e lo sviluppo delle imprese, alla politica tocca creare le condizioni perché ciò avvenga. Ma non basta, perché c'è un problema più serio con cui dobbiamo imparare a fare sempre più i conti. Fin dalla prima, grande rivoluzione tecnologica – fine anni '80 - cominciò a profilarsi lo scenario della cosiddetta “crescita senza lavoro”. Scenario che si è andato configurando negli anni a noi più vicini e che, secondo gli analisti più avvertiti, continuerà ad affermarsi ancora di più anche in presenza di massicci investimenti e ritmi sostenuti di sviluppo delle imprese. Se a questo si aggiunge che da sette anni le economie occidentali arrancano tra recessioni e lievissimi margine di crescita, si comprenderà come la situazione stia diventando insostenibile. Tanto che si parla di “generazione perduta” e di vasti segmenti del mondo giovanile che nella loro esistenza non si incontreranno mai con il mondo del lavoro. Naturalmente questo è solo un versante dello scenario, quello più pessimistico, perché la cosiddetta “crescita senza lavoro”, grazie alla continua innovazione tecnologica, ha anche l'altra faccia della medaglia: quella di una parziale liberazione dal lavoro, che rappresenta una conquista storica dell'uomo. Siamo, insomma, in un passaggio epocale e nessuno, per ora, potrà dirci come sarà il futuro dei nostri figli e nipoti. Il problema di oggi è governare questa transizione. Certo, ci sono le colpe della politica, troppo poco coraggiosa e troppo poco innovativa. Ma dobbiamo ammettere anche le nostre colpe, quelle delle generazioni adulte che, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, perseguendo egoismi e privilegi, hanno rubato dosi massicce di futuro alle nuove generazioni, scaricando su di loro gli squilibri dei decenni passati. Squilibri economici e squilibri ambientali. Un patto tra generazioni, con qualche rinuncia da parte degli adulti e di chi è garantito, potrebbe consentire di governare la transizione verso la nuova epoca con minori lacerazioni sociali e minori ferite. Un patto che, però, deve riguardare tutti. Le rinunce, infatti, non possono prescindere da una brusca frenata e da una progressiva reversibilità delle profonde diseguaglianze che, proprio con la “crescita senza lavoro”, si sono venute a creare negli ultimi decenni tra i ricchi e i poveri, tra chi ha sempre di più e chi ha sempre di meno. 
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Venerdì 29 Aprile 2016 - Ultimo aggiornamento: 30-04-2016 13:34