Il Grande Salento
un'idea che non decolla

Caro direttore, si fa un gran parlare del Grande Salento o addirittura della Regione Salento, anche come risposta alla tendenza neocentralista impressa dal governo Renzi e a un accentuato baricentrismo della Regione. Quando, però, si tratta di fare sistema, di essere uniti sulle battaglie comuni in difesa del territorio, Lecce, Taranto e Brindisi sono divise su tutto. Emblematici i casi più recenti: la sede della Soprintendenza, l'accorpamento delle Autorità portuali e delle Camere di Commercio, la candidatura a patrimonio dell'Unesco, e prima ancora la candidatura a capitale europea della cultura. Dobbiamo rassegnarci a questa frammentazione che ci condannerà a essere la cenerentola della Puglia in tutto e per tutto?

Ivan Foresta (Lecce)

Gentile lettore, rassegnarsi mai. Sarebbe bene che questo verbo, soprattutto noi meridionali, lo abolissimo dal vocabolario e dal nostro agire quotidiano. Proviamo piuttosto a ragionare. Sul piano storico i processi che sollecitano le comunità (tutte le comunità, anche quelle politiche, economiche e culturali) a unirsi sono stati dettati da due precise spinte: la difesa da un incombente pericolo che viene dall'esterno oppure una convergenza degli interessi per raggiungere traguardi comuni. In altre parole: ci si unisce e si diventa alleati o “contro qualcosa” o “per fare qualcosa”. È del tutto evidente che la prima spinta contiene in sé un limite strutturale, nel senso che venuto meno il pericolo che viene dall'esterno il processo unitario rischia di vedere esaurita la sua stessa ragion d'essere. Nel caso del nostro territorio, non si scorgono minacce e pericoli esterni che mettono a repentaglio l'idea stessa di comunità. La perdita di centri decisionali o istituzionali sul territorio è simile a quella vissuta da altre aree periferiche del nostro Paese; inoltre, in tutte le regioni italiane, dalla Lombardia alla Sicilia, è abbastanza diffuso un forte spirito di contrapposizione verso i capoluoghi (molti dei quali diventati di recente aree metropolitane con risorse e poteri importanti). La Puglia sarà anche una regione più lunga delle altre, le divergenze tra Bari e le altre province saranno qui un po' più accentuate che altrove, ma siamo dentro una fisiologica dialettica democratica tra centro e periferia. Il vero processo unitario, la costruzione di un tessuto e di un sentire comuni derivano soprattutto dalla seconda spinta: mettersi e stare insieme per qualcosa, per raggiungere obiettivi e traguardi comuni. È su questo versante che è fallita finora l'idea-forza del Grande Salento. Ed è fallita perché è rimasta nient'altro che uno slogan. Da Fasano in giù, manca una visione d'insieme del governo e dello sviluppo di questo pezzo terra. Le classi dirigenti - non solo il ceto politico - continuano a non andare oltre l'orizzonte dei propri municipi e dei propri campanili, le forze economiche e sociali, come il mondo della cultura e gli intellettuali non riescono a fondare il proprio agire quotidiano su una visione sovraprovinciale e su progetti organici in grado di mettere in cammino e di trainare tutta la società verso traguardi comuni. Questo disegno manca. E manca un'egemonia, un'alleanza, una missione. Perciò, di fronte al rischio di perdere la soprintendenza o l'autorità portuale scoppia la guerra tra campanili. E l'espressione Grande Salento si rivela un contenitore vuoto, un esercizio retorico. Eppure, la prospettiva è quella giusta. La sua realizzazione, però, dipende: 1. dalla concreta convergenza degli interessi materiali delle popolazioni di questa terra; 2. dalla sopravvenuta e diffusa consapevolezza che solo insieme si possono raggiungere determinati obiettivi. Quando saranno mature queste due condizioni, allora il Grande Salento diventerà una realtà viva.  
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Martedì 10 Maggio 2016 - Ultimo aggiornamento: 27-03-2017 21:42