Sono tornato a San Cataldo: che oltraggio a un gioiello!


Gentile Direttore,

dal Quotidiano apprendo ogni giorno le novità sulla nostra realtà territoriale. Per chiunque volesse avere un chiaro significato figurativo sui seguenti termini: tristezza, abbandono, antigenicità, sporcizia, incuria ed insoddisfazione civica, è sufficiente che si rechi in quel di “San Cataldo” per poter, attraverso una semplice escursione, avere chiaro il significato di ciascun termine o ancor meglio il significato figurativo nella sua totalità dei termini. Mi duole dover esprimere in tal modo il mio pensiero poiché, giorni or sono, stimolato da quanto appreso da Quotidiano mi sono recato in quello che fu il vanto di quel “gioiello” che era la nostra marina di San Cataldo, costatando la veridicità di un’attenta e scrupolosa valutazione ad opera di alcuni concittadini. La mia vetusta età mi consente di ricordare ancora lo splendore della nostra marina che poteva essere raggiunta con il “tram”. Da quella realtà a questa odierna mi chiedo, e chiedo ai nostri amministratori, quale nefanda colpa sia da attribuire alla marina in argomento, per meritare cotanto oltraggio. Posso solo immaginare quali svolte di prestigio turistico e quindi anche economico si avrebbero se le strutture offrissero i servizi dovuti. Si è dato alla marina il nome di “San Cataldo” onde per cui anche lo storicamente prestigioso santo, “se potesse”, si disgusterebbe per aver attribuito il Suo nome alla nostra marina, alla luce della inaccettabile condizione nella quale attualmente versa. Quale crudele destino!!!. Tanto mi viene dettato dall’amore verso la mia terra.

Marcello Gargiulo
un leccese Doc
 

 
Caro lettore, anche noi non riusciamo a comprendere per quale arcano mistero una così ricca risorsa territoriale sia stata e continui ad essere sprecata. Le racconto un piccolo retroscena che può aiutarci a trovare una risposta. L'altro giorno, appena arrivato a San Cataldo in bici, ho incontrato per caso un consigliere comunale di maggioranza. Dopo i saluti di circostanza, il discorso è scivolato sulle grandi potenzialità di San Cataldo e sulle disastrose condizioni di degrado, che anche lui ha ammesso (in verità, ci mancava da tempo e ha detto che non si aspettava che la marina fosse cosi malridotta) . Condizioni di decadenza e di abbandono, nonostante qualche sforzo fatto nelle ultime settimane sotto l'incalzare delle mobilitazioni delle associazioni e degli operatori turistici. Quando ho fatto notare al mio interlocutore che, per una classe dirigente eletta al governo di una città, la valorizzazione di una marina con tali caratteristiche dovrebbe essere uno dei pilastri della visione strategica di trasformazione, lui ha annuito. “Perché allora non l'avete fatto in tanti anni di governo?” La risposta è stata disarmante: “Forse perché non siamo stati eletti per questo, abbiamo ottenuto i consensi per altre cose e per altre zone. In fondo, quanti sono davvero interessati a San Cataldo, se si escludono i proprietari delle non molte case di villeggiatura e i quattro o cinque operatori balneari? I leccesi hanno scelto da tempo altri luoghi per le seconde case: Otranto, Santa Cesarea, Castro, Tricase, il capo di Leuca, Porto Cesareo, Gallipoli. Diciamoci la verità, quanti sono davvero interessati a San Cataldo? Chissà, il suo destino è questo”. Sono rimasto senza parole, mi sono rimesso in bici e sono arrivato alle Cesine, dove mi sono riconciliato con gli occhi e i polmoni.
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Martedì 29 Marzo 2016 - Ultimo aggiornamento: 13:55