Corridoi umanitari. Così Aleppo può tirare il fiato

“Le azioni militari ad Aleppo est sono terminate. Il governo siriano ha ripreso il controllo e ora è arrivata la fase pratica delle azioni umanitarie”. Lo ha affermato ieri l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin assicurando che i ribelli e le loro famiglie “stanno al momento passando attraverso i corridoi concordati nelle direzioni che hanno scelto volontariamente, inclusi quelli verso Idlib”, l’ultima provincia roccaforte delle milizie anti-Assad nell’ovest del Paese.

L’esito della battaglia era ormai chiaro da almeno due settimane, quando le forze siriane con l’appoggio russo e, iraniano e degli hezbollah libanesi avevano sfondato le difese dei quartieri orientali nella città. Giorno dopo giorno il territorio in mano ai ribelli, stimati tra gli 8mila e i 5 mila combattenti si è rapidamente ridotto fino alla cessazione di ogni resistenza in cambio della possibilità di lasciare la città impunemente. Una soluzione già adottata in molte altre aree del territorio siriano in base ad accordi che garantiscono ai ribelli l’evacuazione insieme ai loro famigliari (in tutto pare 40 mila persone stiano lasciando Aleppo) verso la Turchia o altre aree sotto controllo dei movimenti di insorti, per lo più jihadisti di ispirazione qaedista, salafita e dei fratelli musulmani.

Mosca ha confermato che l’intesa è stata sottoscritta dalla quasi totalità dei gruppi ribelli. Questo tipo di accordi possono apparire contraddittori poiché permettono a ribelli già intrappolati di uscire dall’assedio e di tornare successivamente a combattere. Le forze di Assad evitano però di logorarsi in inutili battaglie all’ultimo sangue, casa per casa, che mieterebbero molte vittime tra i civili come tra i combattenti. L’esercito di Assad soffre da tempo di una cronica carenza di truppe per l’usura dei reparti dopo cinque anni di guerra con circa 120 mila morti e forse il doppio di feriti.

Il problema dei rimpiazzi è stato in parte risolto arruolando milizie scite locali e combattenti stranieri (libanesi, afghani, iraniani e iracheni e pachistani) inquadrati dalle forze dei pasdaran iraniani.
Assad non può quindi permettersi perdite troppo elevate e oggi la sopravvivenza del suo regime dipende direttamente dalle truppe alleate come dimostra anche il fatto che buona parte di quello che accade nella guerra in Siria viene reso noto da Mosca.

Il presidente siriano aveva bisogno di una vittoria eclatante e forse decisiva nei confronti dei miliziani sostenuti dalle monarchie sunnite del Golfo e da Usa ed Europa, che hanno tentato fino all’ultimo di imporre ai russi una tregua che avrebbe permesso agli insorti di riorganizzarsi e trincerarsi in nuove linee difensive.
La vittoria di Assad e della Russia ad Aleppo è stata invece totale anche se “macchiata” dal contemporaneo successo dell’offensiva dell’Isis più a sud che ha permesso ai jihadisti di riconquistare Palmira.
Il successo nella seconda città del Paese renderà disponibili ingenti forze siriane e alleate necessarie a combattere ancora a Idlib e contro lo Stato Islamico a Palmira, Raqqah e Deir Ezzor.

L’assenza di osservatori neutrali sul capo di battaglia rende difficile separare nettamente la realtà dalla propaganda che si spreca su entrambi i fronti. Come sempre accade nei conflitti contemporanei in cui i cosiddetti “danni collaterali” hanno una rilevanza strategica spropositata rispetto al passato, anche ad Aleppo il braccio di ferro tra le diplomazie internazionali è incentrato sulle vittime civili.

L’Onu chiede di fermare la “carneficina”, Amnesty parla di “crimini di guerra” compiuti da russi e forze di Damasco, termini utilizzati anche da molti Paesi europei e dagli Stati Uniti che intimano a Damasco di tenere a freno i suoi soldati e garantire la protezione ai civili e alla Russia di moderare i bombardamenti aerei. L’Unicef ieri ha denunciato che decine di bambini, forse oltre cento, erano intrappolati in un edificio ad Aleppo est sotto il fuoco delle forze governative siriane. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha parlato di “sparizioni forzate e video scioccanti di cadaveri in fiamme nelle strade” mentre stime dell’opposizione parlano di 6.000 persone arrestate, tra loro soprattutto adolescenti.

L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Al Hussein, ha riferito che molti civili che erano riusciti a fuggire sono “stati catturati e uccisi sul posto” riferendo di 82 civili uccisi lunedì dalle forze pro-governative in quattro diversi quartieri, tra cui 11 donne e 13 bambini. I soldati entrano nelle abitazioni e uccidono chiunque si trovi all’interno, anche donne e bambini”. Al-Hussein è però un principe giordano che non è mai apparso imparziale nella guerra siriana e ieri gli ha fatto da contrappeso al Palazzo di Vetro l’ambasciatore russo Churkin che ha smentito le stragi di civili. Del resto l’Onu stesso ammette che solo negli ultimi giorni oltre 100 mila persone sono fuggite dai quartieri in mano ai ribelli per rifugiarsi nelle aree controllate dai curdi o dalle forze di Damasco.

Nonostante la ferocia della battaglia i dati diffusi nei giorni scorsi dall’Onu evidenziavano un numero di vittime tra la popolazione tutto sommato limitato. Tra metà novembre e il 10 dicembre 413 civili erano morti ad Aleppo Est più altri 139 uccisi dal fuoco dei razzi dei ribelli nei quartieri controllati dal governo.
 
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Mercoledì 14 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 18:11