La macchina del fango che “sporca” le elezioni

La macchina del fango che “sporca” le elezioni
Non nascondiamoci dietro un dito: la nuova indagine accesa a Firenze a carico di Silvio Berlusconi è una enormità. E il fatto che non sia la prima volta che il Cavaliere sia tirato dentro la storia delle stragi mafiose dei primi anni Novanta suona come un’aggravante: non certo per Berlusconi, ma per il giudizio che va reso su questo nuovo materiale, e sul modo in cui si ripresenta sulla scena pubblica, a meno di una settimana dalle elezioni siciliane. Certo, ci sono le intercettazioni, che fanno sobbalzare. Ma si tratta delle parole che un mafioso pronuncia in carcere e che tuttavia, secondo la Procura di Firenze, meritano opportuni approfondimenti, perché riguarderebbero nientemeno che l’ex premier.

Ora, si facciano pure tutti gli accertamenti del caso, ma si sappia bene quello che si sta accertando, e che nel frattempo, accertamento o no, viene dato in pasto all’opinione pubblica: le confidenze di un padrino, già condannato per le stragi, che si prende la libertà di chiacchierare con un altro recluso, durante l’ora d’aria. E in una situazione simile, c’è qualcosa che Graviano non direbbe, dovrebbe riservarsi di non dire, mentre passeggia in carcere? Ovviamente no. E c’è modo di difendersi dalle sue illazioni? Nemmeno. Perché Graviano può dire quel che vuole, e la Procura che gli sta dietro può fare ciò che vuole delle dichiarazioni carpite. Così si riaprono fascicoli che erano già stati archiviati, e, a un anno di distanza dal tempo in cui le intercettazioni sono state effettuate (un anno!), il Cavaliere finisce nuovamente nel registro degli indagati. Gli avvocati intervengono e protestano la totale estraneità di Berlusconi, i giornalisti usano il condizionale e mettono ogni prudenza nel riferire la nuova iniziativa della Procura, ma intanto la parola «Berlusconi» e la parola «mafia» compaiono nella stessa riga, formano un’unica notizia. È da questo che non c’è modo alcuno, per il leader del centrodestra, di difendersi. Un pregiudizio negativo è già disponibile, e la nuova inchiesta non deve far altro che rimetterlo in circolo.

Non vengono portati alla luce fatti nuovi: bastano le parole. Le parole di per sé richiedono un approfondimento. E l’approfondimento di per sé produce i suoi effetti: politici, non processuali. Effetti nello spazio pubblico, non nelle aule giudiziarie.

Il gioco è fatto. Il gioco che si gioca ormai da decenni, e che ruota attorno al nodo irrisolto dell’uso politico della giustizia, di un dibattito intossicato da iniziative della magistratura. Non importa quanto sia credibile questa idea che Berlusconi pianifichi con i capi mafia una strategia politica a suon di bombe, per preparare la sua discesa in campo; è sufficiente che circoli, che per qualcuno valga come una narrazione possibile della storia d’Italia, fatta di manovre oscure, di illecite complicità, di compromessi con i poteri criminali, per gettare discredito, ed erodere consenso.

Non siamo il Paese delle stragi impunite? Cosa costa scrivere un nuovo capitolo, o meglio riscriverlo a seconda delle esigenze del momento?

«Puntualmente, a ridosso di una competizione elettorale, arriva la notizia di una nuova indagine nei confronti di Silvio Berlusconi», ha dichiarato il suo avvocato, Ghedini. Francamente, non riesco a dargli torto. O forse Ghedini un torto ce l’ha: chiama nuova indagine il rimestare vecchie storie, mai comprovate da fatti, ma sempre riproposte attraverso libere parole di personaggi di cui non è impossibile pensare che siano manovrati, o che semplicemente sappiano loro stessi manovrare. Ha le prove, Ghedini, per affermare quanto afferma? Non le ha, e come potrebbe averle, del resto? Le avrà quando ci sarà la futura archiviazione. Ma il giustizialista con la bava alla bocca può dire, fino a quella data: e come si può sapere che anche questa volta finirà con l’archiviazione? La distorsione sta così in ciò, che le prove si richiedono a Ghedini, a Berlusconi, non certo all’accusa. Perché qui un’accusa non occorre nemmeno formularla: basta che la vicenda stia sui giornali, e che dell’avvocato difensore si possa dire che fa il suo mestiere, cosa volete che faccia? Intanto, però, al telegiornale passano le immagini del capomafia in carcere, e i telespettatori leggono «Berlusca» sotto quelle immagini: cosa si vuole di più?

Si vorrebbe una campagna elettorale non inquinate da simili exploit, un Paese che non costruisca il proprio spazio pubblico con i fogli delle Procure, una magistratura meno disponibile a così smaccate invasioni di campo, un’Italia in cui non siano i boss della mafia ad avere una incredibile centralità politica. Si vorrebbero infine dichiarazioni non di avvocati e compagni di partito, ma di avversari politici, che facciano capire come queste narrazioni hanno stancato e nessuno gli va più dietro.

Ma sappiamo già che non è così, che ci attendono paginate di ricostruzioni più o meno fantasiose, e magistrati pronti a scendere in campo, a mettere a disposizione le loro competenze, e cioè il loro spirito inquisitorio, per raccontare ancora una volta chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Povera Italia.
 
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Mercoledì 1 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:26