Ma adesso i Cinquestelle sono costretti a inseguire il Carroccio

Ma adesso i Cinquestelle sono costretti a inseguire il Carroccio
Le parole che Luigi Di Maio ha usato nelle ultime ventiquattro ore non lasciano molto margine all’interpretazione: i Cinque Stelle terranno alto lo scontro politico e istituzionale di qui al prossimo voto. Dimentichiamoci dunque del profilo conciliante mostrato nelle ultime settimane dal capo politico del Movimento. Finché ha potuto, Di Maio aveva provato a tenere una posizione la meno divisiva possibile: sembra ormai passato un secolo, ma c’è stato un tempo – solo qualche settimana fa – in cui la proposta di governo dei 5S aveva per base quel piatto insipido che il professor Giacinto Della Cananea era riuscito a preparare cercando un comune denominatore fra i programmi politici di tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Uno schema edulcorato a tal punto che Di Maio, nel farlo proprio, poteva offrirlo contemporaneamente al Pd così come alla Lega.

Poi l’abbraccio fatale con Salvini e il suo spiccato antieuropeismo: di lì in avanti, le danze le ha condotte il leader della Lega, fino allo strappo finale.  Logorato dalla necessità di far partire il tanto promesso governo del cambiamento, sul quale aveva puntato tutte le sue fiches, Di Maio ha dovuto seguire la testa d’ariete leghista fin sotto i bastioni del Quirinale, dove Salvini l’ha condotto prima di sferrare il colpo finale.

Ora però Di Maio si ritrova tra le mani due problemi non piccoli. Il primo riguarda proprio il rapporto con Salvini. Che gli ha rubato la scena, conquistando sempre maggiore popolarità e consenso sui propri temi, quelli dell’euro e dell’immigrazione. Che saranno anche, con tutta probabilità, al centro della prossima campagna elettorale. Per questo motivo Di Maio, che aveva avuto calde parole di stima per Mattarella, spingendosi sino ad affermare che sui ministri non c’erano discussioni in atto perché li avrebbe scelti il Presidente della Repubblica, ha dovuto mutare subitamente avviso, un minuto dopo la rottura: richiesta di impeachment, campagne online, manifestazione in piazza il 2 giugno, fino alla dichiarazione fine-di-mondo: «Faremo in modo che alle prossime elezioni non ci sia lo stesso Presidente».

Evidentemente, Di Maio non può permettersi di tenere l’abito neo-democristiano che aveva provato a indossare dal giorno dopo le elezioni. Sul Colle era andato per fare la parte del poliziotto buono, lasciando alla Lega quella del poliziotto cattivo: per essere lui il pivot del nuovo sistema politico, in quanto esponente del partito che aveva preso più voti alle elezioni, che aveva dunque il maggior interesse a far nascere la «terza Repubblica» e che era dunque disponibile ad accollarsi le maggiori responsabilità.

Con la rinuncia del professor Conte, quel disegno è svanito. Quanta parte di calcolo e di premeditazione vi sia stata nell’irrigidimento della Lega non si saprà mai: Di Maio si porterà con sé il dubbio ancora a lungo. Il fatto è che però lo spartito su cui si svolgeranno le prossime elezioni vede ora il capo grillino costretto a inseguire il nazionalismo populista della Lega.

E forse a inseguire anche un altro leader. Perché l’altro problema Di Maio ce l’ha dentro il Movimento, con Alessandro Di Battista. Che partirà ancora per l’America, a quanto pare, ma tornerà precipitosamente quando si tratterà di votare un’altra volta. Grazie all’appoggio di Casaleggio, Di Maio aveva ricevuto il bastone del comando. E lo ha usato come ha creduto, vincendo le perplessità dell’ala ortodossa (quella accasatasi con Fico in cima a Montecitorio), costringendo Grillo a mordersi per qualche mese la lingua, mettendo soprattutto in standby Di Battista. Per quanto si sia affrettato a promettere che gli eletti torneranno tutti in Parlamento, perché si faranno le stesse liste, non è detto che gli riuscirà di tenere fermo e a lui ancorato il quadro politico interno.

Per i tempi «interessanti» che Lega e Cinque Stelle promettono al Paese, non sarà meglio puntare sul
movimentismo antagonista di Di Battista e sulla sua retorica infuocata, sempre a voce alta? Non ci sono elettori di sinistra da tener dentro, ora che il Movimento si è sbilanciato sulla destra, sposando la Lega? E non è Di Battista a interpretare con maggior vigore «le pulsioni esistenziali di un popolo che sta soffrendo»? Sono parole che Di Battista ha usato ieri, a «Otto e mezzo», mentre si augurava, senza alcuna ipocrisia, che Di Maio sia il capo politico del Movimento anche al prossimo giro. In effetti, Di Battista non pensa affatto di fare le scarpe a Di Maio. Ma le intenzioni soggettive sono una cosa, le condizioni oggettive un’altra. In questo Parlamento morto prima di nascere, Di Battista non c’è; nel prossimo invece ci sarà. In questo Parlamento, tutte le carte del Movimento erano in mano a Di Maio; nel prossimo, ci sarà anche la carta Di Battista, che qualcuno potrebbe decidere di calare sul tavolo. Fin qui il Movimento Cinque Stelle ha giocato ad una punta, da qui in poi potrebbe giocare con due punte, oppure fare qualche sostituzione a inizio della prossima legislatura. A un passo dalla storia, mentre già la stava scrivendo, Di Maio è stato ributtato indietro, e ora corre il rischio di ritrovarsi in un ruolo gregario: di Salvini da una parte, di Di Battista dall’altra. Per non fare questa fine, Di Maio deve tornare sulle barricate, e probabilmente gettare alle ortiche il lavoro di accreditamento nazionale e internazionale faticosamente svolto nei mesi scorsi. Se in gioco era la trasformazione del Movimento in forza di governo, beh: questo gioco è rimandato a data da destinarsi.



 
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Martedì 29 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:41