Ministri chiave, il vero scoglio per il premier incaricato

Il premier incaricato Giuseppe Conte
Il primo scoglio è stato superato. A fatica, con qualche scivolone che poteva rivelarsi fatale. Ma alla fine il triangolo - tra il premier designato e di suoi due sponsor - ha tenuto, e Mattarella ha scelto di adeguarsi. D’altronde, se l’alternativa era il governo cosiddetto neutrale che avrebbe portato il paese alle urne in costume da bagno (e privi di salvagente), almeno quello che si annuncia godrebbe di una maggioranza in Parlamento.

Non è per niente votato dal popolo, come un po’ sfacciatamente Di Maio ha dichiarato. Anzi. È l’esatto contrario di quello che sia lui che Salvini avevano contrabbandato a tutta tromba durante la campagna elettorale. Altro che premier eletto. Questo è un premier parlamentare, nel senso che deve tutto ai numeri che riuscirà a raccogliere tra Camera e Senato. E piuttosto che a una Terza Repubblica, farebbe pensare alla Quarta. Quella francese, però. Contrassegnata dalla rissosità e volubilità delle maggioranze. Ma questo è il terzo scoglio, cui arriveremo tra qualche giorno.

Prima, molto insidioso, c’è il secondo. La scelta dei ministri, che spetta - a norma di Costituzione - a Conte. E la cui approvazione, però, passa per la firma del Quirinale. È più che probabile che sia di questo che abbiano parlato, il Presidente e il Professore, nelle due ore fitte di colloquio a porte chiuse. Nelle sue brevi dichiarazioni all’uscita, Conte è stato estremamente cauto. Ci ha tenuto a dichiarare che l’esecutivo che si appresta a formare rifletterà il contratto siglato dai due capipartito, e in più occasioni ha ribadito la propria appartenenza convinta allo schieramento che lo sostiene. In questa luce, le frasi che riguardano la nostra collocazione europea sono suonate piuttosto di prammatica. Una concessione doverosa alle pressioni di Mattarella. Basta provare a immaginare cosa sarebbe successo in borsa, domattina, se non si fosse pronunciato in merito o, addirittura, avesse usato qualche espressione urticante. Che cosa veramente Conte intenda fare, e farà, sul fronte internazionale lo sapremo - molto presto - soltanto quando si troverà faccia a faccia con le sfide infernali che lo attendono.

Sospendendo, su questo punto, il giudizio, scopriremo, invece, ancora prima se e come sono stati sciolti, nel faccia a faccia con Mattarella, i nodi più immediatamente spinosi. E cioè i nomi per i dicasteri più impegnativi, e più esposti, al posizionamento strategico italiano: Interni, Esteri, Economia. Per non parlare degli eventuali due vicepremier che - peggio di due angeli custodi - gli si potrebbero mettere alle costole.

La prima prova di autonomia, Conte la farà nel delicato gioco tra i veti incrociati. Quelli di Di Maio e - soprattutto - di Salvini, che, avendo concesso ai Cinquestelle il posto a capotavola, pretenderà di avere garanzie sulle questioni che gli stanno più a cuore, e che maggiormente preoccupano le cancellerie di tutta Europa. E i veti - pronunciati in sordina ma non per questo meno fermamente - di Mattarella nel colloquio di ieri. Veti di cui i due leader populisti erano già a conoscenza, e su cui dovrebbero aver dato a Conte già indicazioni, o quantomeno vibranti suggerimenti. Ma sui quali difficilmente il Quirinale farà marcia indietro.

In questa crisi difficilissima, Mattarella ha scelto - dall’inizio - la linea di minore resistenza. Convinto che il male maggiore sarebbe comunque stato un ricorso anticipato alle urne. Però, una linea Maginot l’ha tracciata. Se ha dovuto prendere atto del formarsi di una maggioranza parlamentare - per quanto abborracciata e ancora piena, al suo interno, di contraddizioni - cedere sui ministeri chiave significherebbe esporre il paese all’avventura. Questa è la prossima mano di poker. Da ora, giocare al rialzo può convenire soltanto a chi continua a bluffare. O a chi ha già deciso, in cuor suo, che gli convenga far saltare il tavolo. Dandone, ovviamente, la colpa al Quirinale e ai poteri forti che gli starebbero dietro.

Le uscite apparentemente improvvide contro il Colle della famiglia Di Battista - che poco e male avrà digerito le performance di Di Maio - e i toni ruvidi che Salvini ha continuato ad usare ogni volta che tira in ballo il Capo dello Stato, lasciano il campo aperto anche a ipotesi di una rapida deflagrazione dell’intesa tanto faticosamente costruita. Una miscela così esplosiva, difficilmente potrebbe essere disinnescata dalle battute a effetto con cui Conte, ieri, si è presentato. L’avvocato difensore del popolo è una immagine suggestiva. Ma il popolo non lo ha votato. E i popoli che hanno votato Lega e Cinquestelle sono ancora molto diversi.

 
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Giovedì 24 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:51