Dietro Savona, la voglia di voto della Lega di Salvini

Nella ricostruzione fotografica, Luigi Di Maio e Matteo Salvini
Nell’attesa degli sviluppi del tentativo di Carlo Cottarelli di formare un governo, vale la pena riflettere sulle conseguenze politiche del naufragio dell’esecutivo Lega-M5S guidato da Conte.  Il copione è in pieno svolgimento: poteri forti, Europa matrigna, finanza internazionale, complotti vari, con la complicità (sic!) del presidente della Repubblica, hanno impedito la nascita del “governo del cambiamento”. Fake news, condita da rabbia, vittimismo e minacce, che forse farà brodo in questa nuova fase di campagna elettorale, ma non può stravolgere la realtà dei fatti. E i fatti, al di là dei proclami, indicano un interesse ben diverso da parte dei due contraenti a varare l’esecutivo. Che è scivolato su una buccia di banana proprio nel momento in cui stava per andare in porto. Il rifiuto del Presidente di nominare il professor Paolo Savona come ministro dell’Economia è un casus belli risibile. La sua fama di euroscettico è nota ed è anche il motivo dell’insistenza del leader della Lega sul nome, a cui si è accodato l’alleato, a mio parere con minore entusiasmo.

La riprova è costituita dal laconico “mi piace” su un facebook incendiario del primo. Tuttavia Di Maio ha condiviso la marea montante di contumelie contro il Quirinale, con punte dal sapore intimidatorio. Mattarella non ha deciso ex abrupto, bensì è stato prodigo di una discreta e continuata moral suasion, incontrando un muro costellato da invettive. Ritengo del tutto fondate le motivazioni della sua contrarietà alla nomina, peraltro da lui illustrate con pacatezza e onestà intellettuale. Ovviamente si può dissentire sul merito, ma non sul fatto che si sia mosso nel pieno rispetto delle sue prerogative. I grillini si sono scatenati nell’urlare all’impeachment, con in testa il tribuno Di Battista, la cui aggressività tonitruante è almeno pari alla sua incompetenza in materia costituzionale. E se il giorno si vede dal mattino, costituisce l’annuncio del confronto elettorale prossimo venturo dai toni ancora più sguaiati di quello concluso (si fa per dire) il 4 marzo. Salvini, il vero patrocinatore di Savona, sembra orientato a un profilo improntato a maggior controllo. Il governo, alla cui formazione lamenta di aver lavorato giorno e notte, sarebbe già in carica se avesse accolto il suggerimento del Presidente di inviare al ministero dell’Economia il suo braccio destro Giancarlo Giorgetti: non un tecnico qualsiasi, magari gradito alla sinistra - badate bene! - bensì un esponente politico leghista di peso. Invece si è mostrato irremovibile. Un arroccamento incomprensibile.

Incomprensibile... Almeno finché si resta sul terreno della propaganda. Il calcolo politico racconta una storia diversa. Il governo appena abortito sarebbe stato sostenuto da una forza elettorale della Lega del 17%, contro quasi il doppio dei Cinque Stelle. I sondaggi attuali danno Salvini già oltre il 25% con ulteriore potenziale di crescita, mentre quelli relativi al suo alleato risultano stazionari, se non in declino. Al momento sono accumunati dalla protesta, ma dopo il ritorno alle urne il rafforzamento del primo gli consentirebbe di giocare con maggiori opportunità la partita su due tavoli: la leadership pressoché incontrastata della destra; oppure la politica dei “due forni” con i Cinque stelle, tentata maldestramente a sinistra da Di Maio. Comprensibile la fretta di quest’ultimo di portare a casa il risultato, salvaguardando le sue ambizioni “ministeriali”, anche per contenere le istanze barricadiere di gran parte del suo elettorato, di cui il primo interprete è l’“amico” Di Battista. Salvini, dal canto suo, tiene in pugno il partito, forte di maggioranze di successo a livello territoriale e della capacità di collegarsi con empatia a una genuina esigenza di sicurezza, che scaturisce soprattutto dagli strati più popolari del paese. Ad oggi naviga col vento in poppa, con soltanto uno scoglio da superare per vincere la regata: il suo scarso radicamento nelle regioni meridionali.

La metafora delle vele suggerisce un avviso ai naviganti rivolto alla sinistra, in primis al Partito democratico. Giustissimo fare quadrato con il Quirinale; altrettanto giusta l’insistenza sulla nostra collocazione all’interno dell’Unione Europea. Purché non ci si areni sulle petizioni di principio ma si declinino con autorevolezza le iniziative concrete volte a rendere più incisivo il nostro ruolo. Occorre archiviare definitivamente l’inanità del dibattito interno degli ultimi mesi. Così come l’immagine di “mandarini” in permanente guerra di logoramento tramite fumisterie e distinguo. La legnata alle urne potrà rivelarsi salutare se si troverà il coraggio di fare i conti sui motivi di distacco da larghi strati del paese. Altrimenti rischia di sfociare in un declino potenzialmente irreversibile. Occorre scuotere la polvere e stare sul pezzo anche sui problemi più “indigesti”, quali la sicurezza, da affrontare senza infingimenti e complessi ideologici. Un’attenzione particolare per intraprendere la risalita va attribuita al linguaggio. Comprensibile ai giovani, diretto, schietto. Un aspetto su cui c’è molto da lavorare.

 
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Mercoledì 30 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:07