Il luogo di senso dove incontrare l'altro sofferente

Il luogo di senso dove incontrare l'altro sofferente
Sono passate oramai diverse settimane da quando Lorenzo ha voluto mettere la parola fine alla sua breve vita. Anzi, ha voluto far “calare il sipario”, come recita il suo ultimo messaggio via facebook. Si sono lette e dette tante e troppe cose a riguardo ed è proprio questo il motivo per cui intervengo con queste brevi note: sospendere il già detto e provare a tornare al principio delle cose.

Si sono lette soprattutto nozioni e informazioni generali sui suicidi degli adolescenti, come esistessero davvero ‘gli adolescenti’, oppure testimonianze sul ragazzo e la sua vita che non sono andate mai, come non poteva essere altrimenti, oltre la superficie delle cose. Coloro che potevano conoscere il senso ultimo del suo gesto hanno protetto, per così dire, la memoria del ragazzo, lasciando però così il campo a ipotesi del tutto implausibili e fantasiose, compresa la famigerata e onnipresente ipotesi Blue Wheale, smentita dopo poco.

La questione è la seguente: si può mai, credendo di fare cosa utile, parlare del ‘suicidio in generale’, o si deve attendere necessariamente, prima di esporre teorie e spiegare così un atto che, in generale e per il senso comune, appare incomprensibile, che il mondo vissuto del suicida ci appaia in tutta la sua chiarezza? Io sono per la seconda ipotesi. Utilissimo, certo, elencare i ‘sintomi’ del malessere che può portare al suicidio, in quanto possono essere intercettati per tempo e quindi possono segnalare il pericolo e far correre ai ripari, ma bisogna anche tener conto del fatto che un suicidio può avvenire ed essere ‘comunicato’ in anticipo in differenti modi, per innumerevoli motivi. Nessun suicidio è uguale ad un altro.

Per tutti i suicidi vale così quella che definirei un’etica del silenzio e dell’attesa: la scelta, perché di scelta si tratta, di sospendere ciò che crediamo di sapere su una determinata questione in attesa che il singolo caso si faccia avanti e si presenti. È infatti il singolo caso, che con il problema generale condivide solo l’aspetto o il primo sguardo dato di fretta, l’unico dato realmente conoscibile.

In psicopatologia, l’atteggiamento dell’attesa e quindi dell’eventuale ammissione di incomprensibilità, ha il suo epigono in Karl Jaspers. Nella sua ‘Psicopatologia Generale’ (Allgemeine Psychopathologie 1913), Jaspers avvertiva il lettore della possibilità continua nell’incontro con il paziente di trovarsi di fronte all’incomprensibile (quello che Callieri definiva come scacco dell’incontro) e quindi al ‘salto di senso’ non più comprensibile. La posizione dello psicopatologo tedesco, superata da Binswanger e altri con la posizione della cosiddetta ‘fenomenologia oggettiva’, è stata criticata aspramente per decenni come paradigma del cedimento della ragione di fronte alla follia. Solo negli ultimi anni, e in particolare in occasione del centenario del testo, è stato riconosciuto nell’opera e nell’idea dell’incomprensibile di Jaspers il fondamentale richiamo a quella che Stanghellini, tra gli altri, definisce Etica dell’incomprensibile, ovvero la certezza (questa sì ammessa e da riconoscere per il bene del paziente e del terapeuta) dell’inconoscibilità ultima del paziente, dell’Altro che si ha di fronte, un pezzo del quale rimarrà, anche dopo anni di cure e conoscenza, estraneo al rapporto e quindi muto, inviolabile.

L’altro non ci sarà mai chiaro del tutto. L’unico modo per accostarci al prossimo e alla sua esistenza, al suo mondo, è così quello di sospendere il nostro di mondo e così le nostre certezze, in modo da permettere al mondo, alla vita dell’Altro suicida, o folle o semplicemente migrante e sconosciuto, familiare, amico o collega, di farsi incontro alla nostra e, in un gioco di silenzi, attese e rimandi, farsi così evidente.

Mi viene qui in soccorso Jean Amery (Hans Chaim Mayer), filosofo e saggista ebreo, passato dall’alto di una sensibilità eccezionale attraverso l’esperienza di Auschwitz e quella della vecchiaia, sino alla decisione di darsi la morte. Amery così afferma nel suo ultimo testo del 1976: “A me preme raggiungere il punto centrale in cui si scopre che ogni analisi del suicidio quella psicologica al pari di quella sociologica parla (…) in nome della società, anziché proporsi di cercare l’aspirante suicida nell’unico luogo dove è possibile trovarlo: nell’inalienabile sistema proprio” (1976, 1990, 85).

Se già con la psicoanalisi, nonostante alcune letture ancora vetero-meccanicistiche, non si può fare a meno di partire dalla storia del singolo e della propria tradizione familiare per giungere al senso dei sintomi, è però a partire dal pensiero e dalla pratica fenomenologica dell’epochè (la sospensione del giudizio) che il singolo uomo, il singolo ragazzo, la singola persona anziana, è rintracciabile nell’unico luogo dove essa davvero si trova, all’interno ovvero del proprio mondo di rimandi di senso (lebenswelt). Non certo tra le pagine di pur ottimi manuali diagnostici e clinici può essere rintracciata un’esistenza, ma all’interno del puro sentire singolare e della relazione terapeutica o di cura amorevole che lo dispiega, relazione (il modus amicitiae di Binswanger) come luogo ultimo nel quale i comportamenti, sia pure quelli giudicati incomprensibili, prendono l’unica luce loro possibile: quella del senso per il singolo mondo. È così anche quello del suicida un luogo di senso, solo a saperlo vedere ed incontrare.

Di fronte alla scelta di Lorenzo che ha coinvolto emotivamente tutta una comunità, si tratta di fare appello alla cultura del sostegno e della vicinanza, dell’accettazione e della prevenzione, appello alla conoscenza e infine alla tolleranza personale e comunitaria all’impensabile, al sacro limite di conoscenza e partecipazione. Appello infine allo stupore.

Ultimamente, in un suo intervento sull’educazione dei figli tenuto al Festival ‘Repubblica Delle Idee’ (2017), lo psicanalista Massimo Recalcati così ha affermato: “Dovremo provare a vedere, là dove il figlio ci appare incomprensibile, là dove il figlio ci appare illeggibile, laddove facciamo cioè esperienza del segreto del figlio - qualcosa è illeggibile, qualcosa è indecifrabile, qualcosa mi sfugge di lui -, la bellezza più alta del figlio”. Parole che dedico a tutti i genitori alle difficili prese (sarebbe forse meglio dire incomprese) con i propri figli e i propri limiti di educatori.

*Psicologo, psicoterapeuta e psicopatologo
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Mercoledì 5 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:22