Basta formule. Restituiamo al lavoro la sua dignità

C’era una volta il caporalato, poi arrivò il lavoro interinale, quindi i cocopro ed il jobs act con le tutele crescenti ed i voucher... Ma di che stiamo parlando? Del lavoro che non c’è, del mito contemporaneo della competitività centrata sul contenimento del costo del lavoro, anzi sull’azzeramento, per quanto assurdo possa sembrare. Abbattete i salari, venderete di più e conquisterete il mercato! Anzi i mercati. Sarete più competitivi.
E la società? Come si mantiene? Con i proventi della speculazione finanziaria? Con il ritorno a forme di autarchia? Ognuno a produrre per se? Magari scambiando quel che avanza con il baratto? O creando un mondo diviso in due, da una parte i tycoon, gli uomini d’affari con torri e aerei personali, banche e, magari, stati e nazioni a disposizione e dall’altra una popolazione che si arrangia, va avanti lavoricchiando, inventando anche nuovi prodotti, nuove macchine, allargando i confini del mercato alla ricerca di situazioni “virtuose” dove vendere e comprare, scambiare i prodotti, conoscenza, brevetti con euro, dollari, yen, yuan e alimentare in patria la bilancia commerciale, sostenerne l’economia e quel che resta del lavoro. Che intanto costa sempre meno. Vi ricordate la generazione mille euro? eravamo all’inizio del millennio. Ora siamo ai mini job, ai lavori in stage. Alla generazione cinquecento euro...alle generazioni mai entrate nel mondo del lavoro. Con le dovute eccezioni certo. E con la possibilità per chi è davvero bravo di espatriare. Ci sono Università, Ospedali, centri di ricerca, eccellenze in tutti i campi della creatività umana, compresa la ristorazione, che pagano bene. Ma se vuoi restare a casa, sai cosa ti aspetta.
E la nostra civiltà? Quella antica fatta di dignità, di diritti delle persone prima che dei lavoratori? Beh di quello se ne può discutere dopo. A tempo debito. Quando avremo risalito le classifiche internazionali della produttività e della competitività! Viene il dubbio che abbiamo perso il senso delle cose! E che ormai le parole siano contenitori vuoti che non rispondono al senso profondo delle stesse.
Il caporalato? Un retaggio della società medievale che negava la stessa dimensione umana dei lavoratori, dei contadini, ridotti di nuovo a poco più che servi della gleba.
Il lavoro interinale? La risposta moderna, innovativa, al lavoro scarso, concentrato e legato ai picchi della domanda del mercato e soprattutto una scorciatoia per eludere le richieste dei lavoratori, i quali vanno piegati alle esigenze della produzione al riparo da rivendicazioni salariali o peggio da pretese di controllo sui meccanismi aziendali.
I cocopro? Un modo per assicurarsi le prestazioni di lavoratori e tecnici e ricercatori senza dover sottostare al pagamento del “odioso” cuneo fiscale che fa lievitare a dismisura i costi del lavoro ,salvo a far ritrovare poi i lavoratori al momento della pensione, con un bel niente addosso.
E il Jobs Act con le tutele crescenti? La risposta alle aspettative dei lavoratori assetati di lavoro, da trasformare, chissà, a tempo indeterminato e farlo diventare base solida per una vita vera con casa e mutuo e famiglia e figli, ma anche la risposta alle attese del mercato stressato dalla concorrenza, in cerca di costi bassi, bassissimi, gli unici che ti fanno diventare competitivo! E pazienza se alla fine le tutele crescenti si fermano e sfuma il tempo indeterminato. O diventa raro. La famiglia? Più in là. Per fortuna c’è casa di mamma e papa, e la loro pensione a mantenere in piedi le speranze. Per fortuna che in Italia c’è stato il miracolo economico, tanti anni fa, i cui effetti, però, ancora si vedono.
E i voucher o buoni lavoro? Beh, un po’ di spicci fanno comodo. Soprattutto a chi è disoccupato. Con lavoretti qua e là. Niente di impegnativo. E poi meglio quello che niente. Lavori straordinari, urgenze, esigenze le più varie per lavori veri e neri, camuffati o per temporanee necessità di casa, di campagna, di pulizia, di facchinaggio, ... di tutto, di più. Si perché poi scopri dalle statistiche che sono milioni, a centinaia, i voucher scambiati per qualche, qualunque, tipo di lavoro! E che nel Sud, la Puglia, Lecce, zone dove impera la disoccupazione, i voucher spopolano.
E allora? All’epoca della contestazione giovanile e dei figli dei fiori, davanti all’incomprensibile si diceva “fermate il mondo, voglio scendere”. Ecco forse è arrivato il momento di fermare il mondo. Di resettarlo, di restituire alle cose e alle parole il loro senso profondo. A cominciare dalle parole lavoro e dignità. Ricostruendo le condizioni e le premesse perché il lavoro torni ad essere la stella polare della nostra civiltà. Dell’Europa, dell’Italia.
Partendo dalla consapevolezza che il mondo è cambiato. Che tutte le rivoluzioni, dalla prima, quella del vapore, alla seconda, quella dell’energia e dei motori meccanici, alla terza, quella dell’informatica e dell’elettronica, hanno comportato profondissime crisi della organizzazione economica e sociale, e del lavoro. Con funzioni vecchie che morivano e nuove che nascevano.
Siamo alla quarta rivoluzione, quella della digitalizzazione dell’economia e della società che si riorganizzano dalle fondamenta con la diffusione dell’intelligenza artificiale che sostituisce il lavoro manuale. È anche la rivoluzione della logistica che interconnette il mondo intero. È tempo di capire che se si vuole essere competitivi nel mondo il problema non è abbattere il costo del lavoro, azzerare le tutele dei lavoratori e distruggerne la dignità, ma quello di riorientare il nostro sistema produttivo e manifatturiero, quello universitario e scolastico, quello logistico e trasportistico verso i nuovi scenari, i nuovi lavori, le nuove formazioni. Restituendo, questa volta si e davvero, al lavoro tutta la sua dignità. E ricreando, finalmente, le condizioni perché il lavoro, quello nuovo proteso verso il futuro, torni e si moltiplichi.
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Venerdì 6 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:16