Puglia e Salento tra segnali di crescita e scenari di rischio

L'economia pugliese e, ancor più, quella della provincia di Lecce ha subìto in modo rilevante gli effetti della lunga crisi in corso e delle politiche economiche che ne sono seguite (austerità e moderazione salariale). La crisi si è manifestata sotto forma di crescita della disoccupazione, aumento dei contratti precari, riduzione dei salari.  A fronte di ciò, va registrato qualche timido segnale di miglioramento, soprattutto per quanto attiene al mercato del lavoro. È bene chiarire che si tratta di una modesta ripresa che, come nelle altre regioni meridionali, si fonda su un assetto produttivo fragile, reso ancora più fragile dalla drammatica caduta della domanda interna nel corso dell’ultimo decennio. In altri termini, le imprese pugliesi e salentine sono sempre più imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale; sempre più collocate in settori produttivi ‘maturi’ (agroalimentare e beni di lusso). La timida ripresa della crescita potrebbe essere imputata proprio a questa specializzazione produttiva: l’esponenziale aumento delle diseguaglianze distributive su scala globale produce un aumento della domanda di beni di lusso e di beni alimentari di elevata qualità (effettiva o percepita).

In più, la crescita delle diseguaglianze distributive può aver avuto effetti anche sull’attrazione turistica, almeno per le fasce più alte di reddito, grazie anche al rischio crescente di viaggiare in Paesi con elevata instabilità politica, in guerra, o con rischio di guerra. In una condizione di sostanziale desertificazione industriale, il Mezzogiorno – e la Puglia e il Salento – sembrano aver tratto vantaggio da questi fattori. Sui quali occorre, tuttavia, porre attenzione, considerando la crescita delle misure protezionistiche nell’ultimo biennio e la conseguente possibilità (peraltro già parzialmente in atto) di un calo degli scambi internazionali e, per Mezzogiorno, Puglia e Salento, di un calo delle esportazioni.

La disoccupazione in Puglia ammontava nel 2015 a 287.000 unita, con 26.000 disoccupati (-8,3%) in meno, a fronte dei 63.500 nella provincia di Lecce (erano poco meno di 76.000 dell’anno precedente). È importante osservare che il lieve miglioramento che intercorre fra il 2014 e il 2015 è associato a un calo nella forza lavoro su scala provinciale (da 293.873 a 288.174 unità), calo imputabile all’aumento dei flussi migratori e all’aumento dei tassi di inattività.

Disaggregando il dato, si osserva un aumento del tasso di disoccupazione (e di inattività) della componente femminile: a fronte di un tasso di disoccupazione maschile pari al 20,8%, quello femminile risultava intorno al 24%. Il tasso di inattività maschile è del 30,3%, quello femminile del 58,5%.nel periodo considerato. Gli individui in cerca di occupazione risultavano 37.000 per la componente maschile e 26.000 circa per la componente femminile.

Ancora a livello provinciale, il gap di genere è molto evidente: gli occupati maschi corrispondono al 63% (rispetto al 58% a livello nazionale), mentre le occupate corrispondono al 37% (rispetto al 42% a livello nazionale). In più, si riduce l’occupazione femminile e aumenta l’inattività femminile. Per quanto attiene alla dinamica settoriale, si registra una flessione nel settore dell’industria e degli altri servizi e un leggero aumento nel settore dell’agricoltura e negli occupati indipendenti. Si dimostrano come trainanti il settore delle costruzioni e quello del commercio, alberghiero e della ristorazione, confermando la spinta positiva del turismo a livello locale.

In Puglia il saldo tra assunzioni e cessazioni è positivo per 31mila 545 unità. L’incremento dell’occupazione complessiva eĚ€ da attribuire per la maggior parte all’occupazione alle dipendenze che ammonta a 868.000 unità nel 2015, con un incremento di 23.000 unità in termini assoluti rispetto al 2014 (+2,7%). Aumenta anche l’occupazione indipendente che ammonta a 303.000 unità nel 2015, con un incremento di 5.000 unità rispetto al 2014 (+1,5%).

La performance regionale in termini di assunzioni a tempo indeterminato è però la penultima del panorama nazionale: se la Puglia ha registrato un incremento del 23,6%, solo la Sicilia ha fatto peggio con un aumento del 13,6%. Al vertice c’è il Friuli Venezia Giulia con un più 109%, seguita da Umbria, Piemonte, Marche, Emilia Romagna e Veneto. La regione del Mezzogiorno che ha fatto meglio è la Sardegna con il 47,2% rispetto ad un incremento medio nazionale del 46%.

Se si guarda agli effetti delle recenti riforme del mercato del lavoro a livello locale, occorre registrare una disuguaglianza nella qualità dell’occupazione da cui risulta che nel Mezzogiorno le opportunità di trovare un’occupazione non soltanto sono ridotte, ma sono anche di qualità inferiore rispetto al Centro-Nord.

I timidi segnali di ripresa sono attribuibili essenzialmente a una modesta crescita degli investimenti privati e dei consumi, con investimenti pubblici ancora in riduzione. Gli investimenti sono stati effettuati prevalentemente in edilizia (a fronte del continuo calo dei residenti), mentre l’aumento dei consumi è in larghissima misura dovuto all’aumento degli afflussi turistici, quest’ultimo, a sua volta, imputabile alle crisi politiche e ai conseguenti rischi da assumere per percorsi turistici nella sponda Sud del Mediterraneo.

È opportuno chiarire che si tratta di una crescita irrisoria e che, nelle previsioni Svimez, il tasso di crescita delle regioni meridionali tornerà a livelli pre-crisi solo nel 2028. Il costante aumento della disoccupazione giovanile sembrerebbe essere il problema dell’economia meridionale, oltre che, più in generale, italiano.

Sebbene l’Istat consideri una condizione di disoccupazione giovanile quella che riguarda individui compresi fra i 15 e i 24 anni, assumendo che in quella fascia d’età, non si cerca lavoro perché si è ancora studenti, a scuola o in Università, il problema riguarda la coorte di età superiore, ovvero gli individui non occupati nella fascia d’età compresa fra i 25 e i 34 anni. L’aumento (modesto) dell’occupazione al Sud è imputabile essenzialmente all’aumento dell’occupazione di individui in età adulta e, per i neo-assunti, l’occupazione è precaria e di bassa qualità.

Si tratta di forza-lavoro eccessivamente istruita rispetto alla domanda di lavoro espressa dalle imprese. È una condizione paradossale e patologica, che non riguarda solo l’Italia e il Mezzogiorno ma, che in misura ridotta, si verifica anche in quasi tutti i Paesi dell’Eurozona. In sostanza, mentre aumenta il livello medio di istruzione, aumenta il tasso di disoccupazione che riguarda proprio i lavoratori più istruiti. Il fenomeno non può stupire: le imprese meridionali, poco innovative e collocate in settori produttivi maturi, non esprimono domanda né di ricerca di base né di ricerca applicata né di forza-lavoro con elevato livello di istruzione.

 
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Mercoledì 9 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:31