Recuperare la credibilità in Europa

Sono giorni in cui è normale chiedersi che cosa potrà riservare il nuovo anno. Lo si fa con fiducia mista ad apprensione, nella consapevolezza che in un mondo globalizzato non basta guardare in casa propria per capire in quale direzione si procede per scelta o per necessità. L’ormai imminente ingresso di Trump nella Casa Bianca aprirà una fase nuova negli equilibri geo-politici internazionali.
Sarà uno scossone dalle conseguenze imprevedibili tra nuovi rapporti degli Usa con la Russia di Putin, legami più stretti con Israele, resa dei conti con l’Isis, guerra commerciale nei confronti della Cina e, infine, legami più tiepidi con la Vecchia Europa, già invitata a contribuire in modo più massiccio alle spese militari della Nato.
L’Europa sembra alle corde, politicamente fragile e assediata dal terrorismo di matrice islamica, non riesce a superare gli egoismi nazionali. La Brexit ha elevato al massimo il livello di allarme sulla sua tenuta, ma la massiccia irruzione nei Parlamenti dei singoli Paesi di forze dichiaratamente antieuropeiste e/o antieuro ha radicato la certezza di una situazione patologica grave, se non irreversibile.
Eppure, di fronte all’avanzata del cosiddetto populismo, l’Europa dei burocrati e degli interessi nazionali nicchia, parla a voce bassa e incomprensibile quando si tratta di dare risposte ai bisogni dei cittadini; si fa sentire solo quando, con ragionieristica meticolosità, richiama gli Stati considerati “reprobi” ai loro obblighi di bilancio, aldilà di ogni considerazione di carattere sociale e di un’attenta valutazione sulla necessità di una convergenza solidaristica dell’Unione - e dei bracci operativi - e dei suoi singoli membri.
La gestione draconiana del caso Monte dei Paschi da parte di una Bce messa sotto pressione dalla Bundesbank tedesca, conferma la prevalenza di politiche punitive ammantate da necessario e inevitabile rigorismo. Naturalmente, la situazione in cui è precipitata la banca senese, la più antica del mondo, riporta a precise responsabilità che la magistratura dovrebbe individuare e sanzionare in tempi rapidi, ma questo non giustifica l’atteggiamento della Vigilanza Bce fatto di regole ferree, scadenze capestro e continuo gioco al rialzo anche di fronte all’intervento di salvataggio dello Stato italiano, come se l’obiettivo reale fosse quello di mandare all’altro mondo e non di curare e salvare un malato grave.
La conclamata debolezza dell’Italia nel contesto europeo - basti pensare alla mancata gestione condivisa dei flussi immigratori - è diventata negli anni una carta d’identità sbiadita e irriconoscibile. La debolezza del nostro sistema-Paese si è trasformata in debolezza politica tout-court, cosicché le nostre colpe, che pure ci sono e sono state riconosciute da quanti non intendono nascondere decenni di errori e malgoverno, hanno giustificato in Europa una condanna senza appello e per sempre. Né sono servite a cambiare la situazione le estemporanee proteste e le vocianti prese di posizione con le quali qualcuno, di tanto in tanto, pensa di risollevare le nostre sorti in ambito comunitario.
L’Italia ha bisogno di recuperare autorevolezza in campo europeo e internazionale, che è cosa diversa da una esibita visibilità mediatica. E’ un obiettivo possibile a condizione che una solida politica di crescita economico-sociale, che abbia come fulcro e motore lo sviluppo del Mezzogiorno, liberi energie vitali, restituendo fiducia e voglia di scommettere sul futuro in particolare da parte dei giovani.
Non sono le attuali regole istituzionali, come pure è stato detto, a frenare il Paese, rendendone difficile la governabilità. In realtà, le criticità di fondo sono la diretta conseguenza della tripartizione paritaria della rappresentanza politica, fatto che sarebbe un errore modificare con norme ad hoc - l’esito del referendum costituzionale non lascia adito a dubbi - o con una legge elettorale punitiva nei confronti delle forze uscite sconfitte dalle urne. Su questo delicato aspetto è noto e incontrovertibile l’autorevole punto di vista del presidente della Repubblica Mattarella.
In questa particolare fase l’Italia dovrebbe cercare e trovare nella convergenza tra le forze politiche più affidabili e non pregiudizialmente antagoniste le risposte ai problemi sul tappeto. Il modello della Grande coalizione tra popolari e socialdemocratici ha fatto bene alla Germania, perché ha ridotto la litigiosità interna e ha proiettato all’esterno la realtà di un Paese unito che, non a caso, esercita la sua pesante leadership in Europa.
Replicare con successo modelli di altri non è mai operazione semplice in politica, ma non v’è dubbio che le gravi emergenze con le quali deve fare i conti l’Italia richiedono condivisione e responsabilità prima che lo sfrangiamento delle forze politiche, con le inevitabili conflittualità, paralizzi il Paese oltre ogni limite sostenibile.
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Giovedì 29 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 14:19