Leggiamo i classici per salvarci dal conformismo

Nel 1999 usciva “Un’idiozia conquistata a fatica” di Giorgio Gaber, un album che conteneva una canzone intitolata “Il conformista” nella quale c’erano alcuni versi che dicevano così: “Il conformista/ è uno che di solito sta sempre/ dalla parte giusta, il conformista/ ha tutte le risposte belle chiare/ dentro la sua testa/ è un concentrato di opinioni/ che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani/ e quando ha voglia di pensare/ pensa per sentito dire/ forse/ da buon opportunista/ si adegua senza farci caso/ e vive nel suo paradiso”.
Giorgio Gaber e Sandro Luporini definivano il ritratto del conformista con una plasticità più significativa di quella del romanzo che Alberto Moravia pubblicò nel 1951. Il romanzo fu scritto troppo in fretta, disse lo stesso Moravia; troppe idee che si sovrapponevano e si soffocavano; probabilmente uno psicologismo sovrabbondante. Gaber e Luporini sono quasi didascalici: fotografano, e la fotografia restituisce i tratti essenziali di una fisionomia riconoscibilissima.
Non è improbabile che la necessità di sintesi che comporta una canzone e la relazione meno strutturale con situazioni storiche precise, abbiano attribuito alla canzone una carica metaforica più forte rispetto al romanzo, per cui la figura del conformista di Gaber la si può ritrovare senza nessuna difficoltà, e talune volte anche con fastidio, in non pochi contesti e non poche circostanze. Quell’uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, che si allena a scivolare dentro il mare della maggioranza, quell’animale assai comune che vive di parole da conversazione, che sogna i sogni di altri sognatori, che vola sempre a bassa quota in superficie, ce lo ritroviamo intorno, accanto, in continuazione, e a volte ci accorgiamo con molta o poca meraviglia, che ci rassomiglia straordinariamente.
Il conformista non ha età. È sempre esistito. Esisterà sempre. Quello che pensa come pensano gli altri, che segue le mode soprattutto culturali o pseudo tali, che si adegua, si adatta, quello che ritiene che abbia sempre ragione la maggioranza ma che la minoranza non ha tutti i torti, quello che considera che sia bene fare in un modo ma che fare al contrario non sia proprio male, è sempre esistito, esisterà sempre.
Ma a volte il conformismo è inconsapevole, in quanto determinato da una serie di condizioni e di espressioni sociali e culturali che si costituiscono come modelli di riferimento fondamentale.
Probabilmente il tempo che viviamo agevola il conformismo inconsapevole, che ci porta per le strade che percorrono tutti, che ci fa pensare quello che pensano tutti, adottare i comportamenti di tutti, fare le scelte che fa la maggioranza, decidere quello che decide la maggioranza. Certo, si può anche sbagliare; ma l’importante è che si sbagli tutti insieme. Se si sbaglia tutti insieme, non si sbaglia, si fa bene. Si affonda, ma se si affonda tutti insieme, affondare e una bella impresa.
Esistono, dunque, modelli culturali, sociali, esistenziali, ai quali si fa riferimento inconsapevole. Ma la circostanza che si abbia consapevolezza dell’inconsapevolezza costituisce un’opportunità nel caso in cui si intenda cercare degli antidoti al conformismo, nel caso in cui si voglia lasciarsi un varco aperto dal quale scappar via smettendo di seguire quelle che Francesco Guccini chiamava le tante stanche pecore bianche, con l’accortezza, però, di non lasciarsi intrappolare dal conformismo dell’anticonformismo anche ideologico di cui si è fatta esperienza nei decenni passati. Almeno per qualche ora durante la giornata, per qualche giorno nel corso della settimana, del mese, dell’anno. Di tutta la vita.
Così, nella consapevolezza dell’inconsapevolezza forse conviene mettere le mani avanti e preparare da se stessi una pozione, un intruglio che consenta di sottrarsi per un poco alla seduzione subdola del conformismo, di elaborare un’opinione personale, di pensare in modo non confacente, di ragionare senza schemi e senza griglie.
A pensarci, poi, non ci vuole molto. Basta soltanto una poesia, la pagina di un romanzo. Un classico. Per dire il motivo per cui è opportuno leggere i classici come contrasto al conformismo del pensiero, dal quale dipende quello del comportamento quotidiano, potrei citare tranquillamente Italo Calvino, ma probabilmente sarei conformista, in quanto tutti citano questo e altri libri di Calvino anche se non tutti quelli che li citano li hanno letti per davvero.
Per cui non lo cito e azzardo semplicemente un’impressione assolutamente personale.
Quando il sistema simbolico-culturale propone modelli, espressioni, significati che sono tutti uguali, allora risulta conveniente cercare situazioni che propongono modelli con una loro originalità, che sono unici, irripetibili, inimitabili, o di cui si rivela abbastanza facile riconoscere le imitazioni.
Quando qualcosa è identico a tutto il resto, non si può fare altro che cercare il diverso dal resto. Quando tutto risponde ad una concordanza, ad una conformità, ad una convergenza, non si può fare altro che cercare una discordanza, una difformità, una divergenza. Quando tutti i personaggi e i luoghi e i discorsi si rassomigliano non si può fare altro che cercare personaggi e luoghi e discorsi caratterizzati dalla dissomiglianza.
I classici mostrano il pensiero diverso, personalità diverse, una molteplicità di situazioni e condizioni, una pluralità di esperienze. Omero, Shakespeare, Cervantes, Dante, Goethe, Proust, Tolstoj, Dostoevskij, Beckett, Hemingway, Buzzati, rappresentano esistenze e destini imparagonabili, assoluti. Il confronto con quelle esistenze, con quei destini pretende la condizione della profondità. D’altra parte, come si fa a stabilire un rapporto con l’Ulisse di Dante se non guardando il personaggio negli occhi, se non scavando dentro quegli occhi per rivelare la bellezza e la disperazione dell’avventura. Come si fa a reggere la follia di Don Chisciotte se non attraverso un processo di individuazione e comprensione della radice di quella follia.
Nel tempo del conformismo inconsapevole, dell’impaludamento dei significati, dell’opacità delle espressioni, abbiamo bisogno di una autenticità da contrapporre all’inautentico, di una straordinarietà con cui contrastare l’uggia dell’ordinario. Per tentare di scampare all’assedio della banalità, del grigio conformismo. Forse, mentre tutti dicono di sì, mentre noi stessi diciamo a tutto e a tutti di sì, mentre chiediamo quello che chiedono tutti, mentre rispondiamo come rispondono tutti, potremmo cercare di imparare a domandare ed a rispondere, innanzitutto a noi stessi, confrontandoci a tu per tu con quel personaggio straordinario che è l’imperatore Adriano resuscitato da Marguerite Yourcenar.
 
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Lunedì 9 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:26