La scalata dei francesi a una Mediaset in crisi di idee e investimenti

Mentre il governo Gentiloni muove le sue prime mosse cercando di schivare le sassate post-referendarie, si sta consumando in questi giorni un conflitto di grande importanza per i destini televisivi italiani ed europei. 
Mi riferisco alla scalata di Mediaset da parte del colosso francese dei media Vivendi. Nella scorsa primavera si era concluso un accordo tra le due aziende multimediali: prevedeva uno scambio di capitali tra le società del 3,5% e la cessione ai francesi di Premium, la piattaforma Mediaset per la tv a pagamento. Per Mediaset, Premium è sempre stata una pietra al collo. Gli analisti hanno parlato di crisi dei modelli di business e di offerta sbilanciata, di scarso aggiornamento del management e di debolezza della visione strategica. Fatto sta che Premium va male da sempre (cioè dal 2008), e che Mediaset non vedeva l’ora di liberarsene. A fine luglio però Vivendi fa sapere che vuole rinegoziare l’accordo, perché ha rivisto i conti di Premium: è disposta ad acquistare solo il 20% della piattaforma (contro l’89% del primo accordo). Inoltre, chiede di entrare in possesso, nel giro di tre anni, del 20% del capitale di Mediaset, invece del 15% già pattuito. 

E in effetti su questo aspetto della vicenda si concentrano le attenzioni degli osservatori: un onorevole accordo tra le aziende faceva intravvedere comuni politiche audiovisive in epoche incerte, dove il tycoon australiano Murdoch si muove da anni come uno squalo e dove il gigante americano Netflix è da tempo tra le applicazioni digitali del nuovo pubblico europeo. Rinegoziare l’accordo con Mediaset significava che Vivendi non era interessata a stabilire una partnership, ma a promuovere un ingresso roboante tra i decisori del gruppo del Biscione. 

Nelle ultime settimane Vivendi è passata all’azione sul campo, ed ha di fatto già rastrellato in Borsa il 20% delle azioni di Mediaset. L’azione – dichiarata “non ostile” da parte di Vivendi, ma piuttosto parte di un’estensione e di un rafforzamento del gruppo nell’Europa del Sud – è già sotto indagine da parte degli inquirenti per aggiotaggio. Molti, dai banchi del governo e non solo, pretendono che le nostre istituzioni blindino Mediaset, considerata un asset strategico del sistema Italia. Ma è davvero così? Senza la zavorra di Premium (85 milioni di deficit nel 2015, più di 60 nel primo trimestre 2016), Mediaset sarebbe in attivo di circa 345 milioni di euro, contro gli attuali 231. Dunque si tratta ancora di una grande azienda, con 4154 dipendenti (a luglio 2016) e una storia ormai lunga, non solo italiana. La Cinq in Francia e La Cinco in Spagna hanno rappresentato, nei decenni scorsi, il tentativo berlusconiano di assumere una leadership audiovisiva in Europa. 

L’affare non ha funzionato, e Mediaset ha continuato a giganteggiare esclusivamente in Italia, dove ha potuto contare su una legislazione favorevole e sulla presenza in campo (politico) di Silvio Berlusconi. Durante gli ultimi tre decenni, il marchio Mediaset ha continuato a circolare con forza nell’universo dei consumi degli italiani: nonostante la sua forzata politicizzazione, l’azienda si è dimostrata abile ad aderire alle pieghe tradizionali di un paese complicato e in crisi. Mi riferisco principalmente al marchio Mediaset, e al suo messaggio commerciale costante. Sul piano della programmazione, invece, Mediaset si presenta oggi come una signora di una certa età che, pur sfoggiando abiti eleganti, sovente conduce salotti dove l’umore collettivo si forma in modo rozzo, primordiale, disinvoltamente villano. Con qualche talent-show rimasticato da format stranieri e la mesta arcadia del filone reality – costretto ora a esibire solo volti famosi per mantenere uno straccio di audience – , Mediaset appare un’azienda televisiva in crisi di idee e di progetti, di investimenti e di prospettiva. Le tv di Berlusconi hanno continuato ad essere berlusconiane anche in assenza di Berlusconi, e quindi i programmi e i talk accompagnano le generazioni mature verso la terza età, in un gioco di specchi piuttosto scoperto, che porta all’ennesima ribalta volti storici della tv che sembrano non trovare pace in un sereno pensionamento. Mediaset non ha mai tentato seriamente il passaggio all’economia della produzione digitale, un po’ per mancanza di cassaforte a prova di globalizzazione (vedi caso Milan), un po’ perché Mediaset è Fininvest, e Fininvest è la famiglia Berlusconi, che sembra intenzionata a fare bene un mestiere (la diffusione di format generalisti) che oggi ha un futuro incerto e che diverge drasticamente dalle istanze di consumo delle giovani generazioni.

Possiamo dunque davvero convenire sul fatto che Mediaset rappresenti un asset strategico del sistema Italia? Le acquisizioni, le fusioni e gli spezzettamenti d’impresa sono la norma in un mondo come il nostro. Laddove la produzione concorrente del core business di un paese si avvalga di una penetrazione dovuta a prodotti scadenti e di bassa qualità una forma di difesa da parte istituzionale è auspicabile. In questo caso tuttavia si combatte una sorta di tentata frode, e dunque le giuste barriere di controlli e sbarramenti ci possono e devono stare. Diverso è invece quando un’azienda, pur nel delicato settore dell’informazione e dello spettacolo (sulla cui eventuale eccessiva concentrazione deve vigilare l’Agicom), è sottoposta alle tensioni finanziarie della globalizzazione e alla logica della concorrenza. È assai probabile che si sia determinato nel corso del tempo un progressivo invecchiamento del brand Mediaset come agente di innovazione culturale del paese: l’iniziale svecchiamento della tv generalista pubblica, indotto dall’uso di telefilm statunitensi e dalla spettacolarizzazione dell’intrattenimento da parte del Biscione durante gli anni ’80 e ’90, è stato sostituito da un’accelerazione delle logiche commerciali nei palinsesti della Rai, in un gioco al perenne rialzo dei costi da parte di un duopolio autoreferenziale e sistematico e all’abbassamento della qualità culturale. La Rai ha i suoi guai, e continua ad essere anacronisticamente suddivisa in reti che sono i fantasmi dell’antica lottizzazione, di cui si continuano a mutuare le forme pur aderendo in modo sempre più esplicito al placet prevalente di chi governa.

Insomma, ci sarebbe un grande lavoro da fare per correggere storture storiche del nostro mondo televisivo nazionale, a partire dalla neutralità istituzionale nei confronti di un gruppo che ha sempre cantato e amplificato le magnifiche sorti e progressive del libero mercato internazionale. 
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Sabato 17 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 18:07