Il baratro si allontana. Ora superiamo l’infelicità collettiva

Che il male sia più forte del bene e che le notizie (o emozioni) negative abbiano, nelle reazioni umane, un impatto più profondo e prolungato di quelle positive è da tempo un punto acquisito dalla psicologia sociale. Sarà anche per questo che la narrazione del peggio e la predisposizione al pessimismo continuano ad essere un sentiment dominante e a riscontrare una fascinazione collettiva. Nonostante la fuoriuscita dalla grande recessione e dalla grande depressione, resta molto folta e granitica la schiera di apocalittici e profeti di sventura, quelli che in questi anni hanno fatto delle previsioni catastrofiche una vera e propria professione costruendo prestigiose carriere e personali fortune.
Ricordate? L’euro salterà, e con l’euro si disintegrerà l’Europa. L’Italia seguirà le orme della Grecia, il suo fallimento sarà inevitabile e il declino del suo apparato produttivo irreversibile. Il Mezzogiorno esploderà con un tasso di disoccupazione così alto e con la chiusura delle ultime fabbriche esistenti. La globalizzazione sta producendo soltanto squilibri e insostenibili diseguaglianze, facendo diventare i poveri sempre più poveri e i pochi ricchi sempre più ricchi. Il nostro Paese sarà invaso da milioni di migranti che ruberanno terra, pane e futuro ai nostri figli. L’intero pianeta imploderà sotto i colpi dell’inquinamento ambientale che ha già stravolto clima, stagioni e coltivazioni. E fermiamoci qui per non rinvangare quella lettura ansiogena di fatti e avvenimenti che per troppi anni ci ha inquietato il giorno e anche la notte.
Negli ultimi mesi lo scenario è mutato. Nel mondo, in Europa e anche in Italia. Certo, la crisi è stata durissima, ha prodotto sconquassi e sofferenze, ha sconvolto la vita di milioni di uomini, ma le catastrofi non si sono avverate, l’apocalisse non c’è stata, anzi molti indicatori reali ci dicono che ci stiamo allontanando dal baratro, pur dentro un quadro di criticità e contraddizioni inevitabili nell’interdipendente mondo contemporaneo. La Banca mondiale ci ha detto che tra il 1990 e il 2011, cioè nel pieno dell’area della globalizzazione, la popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema è diminuita di oltre il 20% (dal 36,4% al 14,5%): abbiamo, cioè, oltre un miliardo di indigenti in meno. Si tratta della più grande riduzione della povertà nella storia millenaria dell’uomo, eppure il giudizio prevalente verso la globalizzazione - soprattutto nei Paesi occidentali e più sviluppati - continua a essere di rigetto, di rifiuto, di critica severa, tanto da alimentare velleitari sovranismi, piccole patrie e nuovi muri. Nell’ultimo anno, l’euro è tornata ad essere una moneta competitiva, l’Europa unita si sta mostrando molto più forte dei venti scissionisti e separatisti, perfino la Grecia è sulla strada della ripresa.
E l’Italia? Quell’Italia, uscita profondamente spaccata cinque anni fa dalle urne nel pieno della bufera recessiva, considerata dai più ingovernabile e destinata a soccombere secondo molti commentatori e frequentatori fissi dei talk show? È ormai da più di un anno che i dati statistici dei principali indicatori economici e sociali del Paese, dopo un durissimo triennio di spirale recessiva, sono passati dal segno fortemente negativo a quello moderatamente positivo. Ora anche la severa e asettica euroburocrazia di Bruxelles lo ammette. Il Pil è tornato a crescere dopo ben dodici trimestri, il tasso di disoccupazione è nei fatti in diminuzione, la produzione industriale fa registrare segni di vitalità anche se non tutti i mesi, la domanda interna e l’export sono in evidente ripresa, la fiducia delle famiglie e delle imprese in costante aumento. Finanche nel Mezzogiorno emergono diffusamente segnali che lasciano sperare in un aggancio della ripresa che, a livello nazionale, è già una realtà acquisita. Eppure, restiamo ancora immersi nella morsa del racconto della sfiducia universale e dell’infelicità collettiva.
Alla diffusione di ogni dato positivo, quasi come se fosse una iattura, si cerca subito il controcanto, l’immancabile avversativo, quel famoso “ma...” che introduce il ragionamento per contestare, ridimensionare, demolire, negare la notizia buona. Ed esaltare, soprattutto, l’infelicità collettiva. Il Pil finalmente ha il segno più? Sì, ma aumenta molto meno che negli altri Paesi europei, senza ricordare però che anche nella fase recessiva la caduta del Pil era molto più accentuata rispetto agli altri Paesi europei. Il tasso di disoccupazione scende dal 13,1% all’11,1%? Sì, ma solo grazie ai contratti precari, dimenticando che negli anni d’oro del liberismo selvaggio molti degli stessi commentatori, che oggi si mostrano scandalizzati dalla precarietà, invocavano la deregulation e predicavano la flessibilità, invitando gli italiani ad abbandonare il mito del posto fisso ed esaltando il modello americano. La produzione industriale cresce? Sì, ma solo per fatti contingenti (si è giunti perfino a giustificare quella crescita con il gran caldo di questa estate e la conseguente maggiore richiesta di condizionatori). L’incremento del Pil nel Mezzogiorno supera in qualche trimestre quello delle regioni settentrionali? Sì, ma in molti settori il divario Nord-Sud resta inalterato, anzi si allarga. Persino due dati più oggettivi, non fosse altro perché arrivati da agenzie e istituti statitici internazionali, sono stati posti in controluce e messi in ombra. Il primo: dopo quattordici declassamenti del rating tra il 2011 e l’aprile scorso, l’Italia ha ottenuto dall’agenzia Standard & Poor’s il rialzo del rating con outlook stabile. Il secondo: dal 2015 la crescita del Pil pro-capite è superiore nel nostro Paese (+1,1) rispetto alla Francia (+0,8) e alla Germania (+0,3). Niente da fare, anche qui si sono trovate subito le ombre in contraltare con la sfilza di “ma”. Del tipo: “ma” la produttività non aumenta, “ma” i segnali di ripresa restano contingenti piuttosto che strutturali, “ma” l’uscita vera dalla crisi ci sarà solo quando l’economia crescerà a un ritmo più veloce di debito e interessi. Tutto vero, eppure c’è un dato incontrovertibile: se fino a qualche trimestre fa le forbici tra la decrescita del Pil e l’aumento del debito erano molto più divaricate di oggi, vuol dire che ci siamo avvicinati di molto alla fine del tunnel. E invece no. C’è sempre un “ma”, un “però”, un “tuttavia”. E su questi avversativi ci solidifica quella “verità” che tende alla prevalenza del peggio e del pessimismo.
Si dirà: tutta colpa di chi opera nel mondo dell’informazione, nei vecchi come nei nuovi media, dove si conosce bene il principio del “male più forte del bene” e lo si maneggia con grande cura per attirare l’attenzione, per ottenere visibilità, per inseguire vendite, audience e contatti. Troppo semplice, anzi semplicistico per essere vero, se non addirittura fuorviante. Anche nel mondo dell’informazione, piaccia o no, vige la legge della domanda e dell’offerta. Senza dimenticare che la narrazione del peggio e il racconto di scenari apocalittici non scorrono soltanto nelle penne dei commentatori o nelle parole degli opinionisti dei talk show.
Il racconto dell’infelicità collettiva, la semina della paura e il disegno di scenari apocalittici, a differenza del passato, sono diventati incubatori di culture e leadership politiche, nazionali e locali, di partito e finanche di governo. Il che vuol dire che l’offerta di quel racconto risponde ad una domanda diffusa. Se i destinatari di quel messaggio e di quell’offerta tendono a non diminuire, anche di fronte ad un miglioramento oggettivo delle condizioni economiche e sociali generali, vuol dire che siamo in presenza di un largo contrasto tra la realtà percepita e la realtà vissuta, tra ciò che si sente e ciò che si è (o si ha). È questo contrasto che merita di essere compreso e approfondito. Al di là della propaganda politica di chi è al governo, ed è spinto per ruolo a professare ottimismo, e di chi è all’opposizione, che invece è portato a delineare scenari cupi, quel contrasto sta diventando la cifra dei nostri tempi. Storici. Politici. Economici. Sociali. E non dipende soltanto dal comportamento dei media, dalla loro propensione a raccontare più il male che il bene.
Il fatto è che il male risulta ancora più forte del bene nei passaggi d’epoca e nel corso delle evoluzioni delle crisi sistemiche, nei periodi di lunghe e travagliate transizioni da un’era all’altra, quando disancorate sono le vecchie certezze, ma non ancorate sono le nuove. In questo caso, complice l’horror vacui e complice anche la memoria che con lo scorrere del tempo si rivela inevitabilmente ingannatrice, diventa forte - quasi un rifugio, ecco la “retrotopia” baumaniana - la spinta a ideologizzare i tempi perduti e a scambiare il passato come il migliore dei mondi possibili. Il presente viene percepito peggiore del passato. E, soprattutto, il futuro viene previsto peggiore del presente. Proprio questa spinta ci porta, inconsapevolmente, ad accentuare quel poco razionale meccanismo - studiato nei dettagli dal recente premio Nobel per l’economia Richard Thaler - in base al quale “quando perdiamo qualcosa, l’emozione (negativa) è molto più forte e prolungata di quando guadagniamo qualcosa”. E ciò risulta ancora più vero se la contabilizzazione tra perdita e guadagno è soltanto individuale e materiale.
Nel passaggio d’epoca siamo rimasti orfani dei grandi soggetti collettivi che - anche nei momenti di grande crisi, come le guerre - facevano comunità inseguendo sogni e ideali, non di rado aberranti, certo, ma propellenti di tensioni comunque positive verso il futuro. Nel nome di sogni e ideali si chiedevano e si ottenevano anche durissimi sacrifici, con il giusto mix tra interessi particolari e interessi generali. Al tempo stesso, l’avvenuto divorzio tra politica e potere, imposto dalla globalizzazione, ha fatto diventare ognuno di noi ancora più solo, più debole, più insignificante rispetto anche al proprio destino. E, dunque, più pessimista, più infelice, più melanconico. Sta qui la chiave del contrasto tra realtà percepita e realtà vissuta. Sta qui il nodo che produce l’infelicità collettiva, nonostante il Pil, la resurrezione dell’euro, la ripresa dei consumi. Il passato non può ritornare e sarebbe schizofrenico rincorrerlo come migliore dei tempi possibili. Ma dal passato possiamo imparare molto. Solo l’orizzonte del sogno, solo la tensione per un ideale può spezzare le gabbie della solitudine, sconfiggere la sfiducia universale, spingerci a sfidare il futuro insieme, senza temerlo come peggiore del presente. E prosciugare quella schiera di apocalittici e profeti di sventura che con la narrazione del peggio continuano a costruire fortune. Personali e politiche. Speriamo, almeno, non di governo.

 
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Domenica 12 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 21:19