I migranti e gli impresari della paura: la scelta miope di chiudere le porte

I migranti e gli impresari della paura: la scelta miope di chiudere le porte
Ancora una volta un giudice ha dato torto al Presidente Trump. Questa volta è stata la Corte d’Appello della California, chiamata a pronunciarsi, su ricorso del Presidente, in merito alla decisione adottata dal Giudice di Seattle James Robart, che, in via d’urgenza, aveva disapplicato l’ordine esecutivo del Presidente di impedire l’ingresso negli Usa dei cittadini di sette stati arabi. Secondo i giudici di San Francisco, competenti anche per lo Stato di Washington, neppure in sede d’impugnazione l’Amministrazione americana ha saputo fornire argomenti plausibili e sufficienti a contrastare la decisione di primo grado. Il ricorso dell’Amministrazione appellante si fondava essenzialmente sul principio secondo cui il Presidente ha “l’autorità di sospendere l’ingresso di stranieri” ed essa “non è sindacabile”, neppure dal potere giudiziario, trattandosi di decisione motivata da ragioni di sicurezza, rispetto alla quale non sarebbero invocabili i diritti e le garanzie costituzionali.

Al contrario i Giudici della California, richiamando precedenti della Corte Suprema, hanno ribattuto che il dovere delle Corti di interpretare la legge non può essere negato neppure qualora ciò equivalga a mettere in discussione l’autorità costituzionalmente riconosciuta ad uno dei tre poteri dello Stato, come, nella specie, quello del Presidente. Ciò perché, secondo la Costituzione degli Stati Uniti, spetta alle Corti di verificare che il Congresso o il Presidente abbiano adottato soluzioni “costituzionalmente corrette”, rispetto ai “diritti costituzionali dei cittadini”; potere, questo, che non viene meno neppure in tempo di guerra. La “garanzia di una sede in cui far valere le proprie difese”, basata sul Quinto Emendamento, secondo la Corte d’Appello della California, non si applica solo ai cittadini americani ma anche agli stranieri, inclusi quelli che non si trovino sul territorio dello Stato in modo legittimo, mentre, per altro verso, la decisione presidenziale appare non rispettosa anche del Primo Emendamento, che proibisce leggi che realizzino una discriminazione religiosa, quale viene considerato il provvedimento presidenziale rispetto agli islamici.

Trump, stizzito, ha accusato i giudici di fare “politica” con le loro sentenze, indicandoli come la causa di possibili attentati terroristici: un’esperienza – quella della magistratura accusata di far politica – che in Italia abbiamo vissuto per anni e che è ancora dura a morire, a riprova che tutto il mondo è paese. Ma la cosa più grave, a parere di chi scrive, è che a fronte di numerose pronunce sfavorevoli il Presidente Trump, invece di riesaminare le ragioni del suo provvedimento, così da renderlo conforme a Costituzione, abbia preferito insolentire i giudici.
Il problema delle migrazioni di massa, negli Stati Uniti come in Europa, non lo si risolve chiudendo le frontiere, alzando muri o con chilometri di filo spinato. Intanto perché il diritto d’asilo è previsto dalle Convenzioni internazionali. Si pensi all’art. 14 della Dichiarazione Universale dei diritti del’uomo, approvata dalle Nazioni Unite: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”. In secondo luogo perché quello delle migrazioni di massa non è certamente un fenomeno di oggi. Esse hanno accompagnato tutta l’era moderna, perché – come ha scritto Zygmunt Bauman – “la produzione di persone in esubero, localmente inutili (perché) inoccupabili... oppure localmente inaccettabili a causa di disordini, conflitti e scontri dovuti alle trasformazioni sociali/politiche o a lotte di potere, è parte integrante del nostro stile di vita moderno”. Infine perché l’enorme aumento, negli ultimi anni, del numero di profughi e richiedenti asilo che bussano soprattutto alle porte dell’Europa è frutto oltre che di guerre tribali e stragi infinite (peraltro fomentate da un mercato delle armi senza controllo, cui l’Occidente non è certo estraneo) anche di malaugurate e disastrose iniziative militari del mondo occidentale in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria. Per non parlare, poi, dell’enorme divario che c’è fra paesi occidentali “ricchi” e paesi “poveri”, come l’Africa, causa non ultima delle diaspore economiche (perché è umano che chi si trovi a vivere in una landa desolata cerchi di spostarsi dove l’erba è più verde).

Allora, prima di erigere muri e barriere di filo spinato, il mondo occidentale e gli Stati Uniti dovrebbero interrogarsi sulle cause della migrazione, provare a governare i flussi migratori e avere consapevolezza che i diritti fondamentali dell’uomo, cittadino o straniero, non possono essere conculcati con prove di forza, che si rivelino irrispettose dei principi costituzionali.
Certo è normale che gli stranieri, a differenza delle persone con cui si interagisce normalmente, determinino nei residenti ansia ed insicurezza. Secondo una statistica inglese, oggi, circa il 40 per cento degli europei indica nell’immigrazione la più preoccupante delle questioni; qualche anno fa la percentuale era della metà. Una insicurezza che viene cavalcata da movimenti populisti che, un po’ in tutta Europa, provano a raggiungere il potere promettendo il pugno di ferro contro gli immigrati, prospettando una politica di esclusione piuttosto che di inclusione. Isolata resta la voce di Papa Francesco: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri… In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affar nostro”.

Eppure, secondo alcuni economisti, i migranti in Europa non sono troppi; sono troppo pochi! Nel 2015 la popolazione dell’Unione europea era di 510 milioni di abitanti, quasi due milioni in più rispetto all’anno precedente. Il saldo positivo lo si deve proprio ai rifugiati, perché la popolazione residente invecchia e si riproduce sempre di meno. L’Italia è all’ultimo posto per tasso di natalità. Per cui se si vuole mantenere l’attuale tenore di vita, se si vuole che il Pil sia positivo ed in aumento, è necessario avere più immigrazione. Invece a farla da padrone sono gli impresari politici della paura, sono quelli che fanno più audience, alzando il livello di allarme percepito nei confronti degli stranieri. Ai quali, comunque, sono riservati i lavori più umili, che, probabilmente, nessun residente farebbe.

“Il domani viene e va, giorni da relitti da spiaggia / Forse mi indosserai, alghe cucite / su falsi di stilisti, con marche invisibili: / fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti / ma che ci legano, manufatti migranti, rolex / contraffatti, l’uno contro l’altro, su marciapiedi / senza volto. I tappeti invogliano ma / nessuna scritta dice BENVENUTI”. Sono versi del poeta Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986. Sui quali, forse, un po’ tutti dovremmo riflettere!
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Lunedì 27 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:56